La nuova versione imbiancata di Slava’s Snowshow è più suggestiva e ipnotica che mai.
Lo spettacolo creato da Slava Polunin, mimo, clown e regista russo, vincitore degli Olivier e Time Out Awards a Londra, del Drama Desk Award a New York, dello Stanislavskij Award a Mosca e del Festival Critics Award a Edimburgo, settantacinque anni che sulla scena sembrano molti di meno, ci fa entrare in un mondo magico e innevato, dove il tempo non esiste, e il ritmo, volutamente ampliato, soffuso e diradato, è come un abbandono al sonno, e ai sogni.
Se guardiamo le foto di Slava, così simile di per sé alla figura del clown, capelli bianchi sparati ai lati, barba folta, cranio pelato, faccione rotondo e simpatico, nasone a patata, ci viene da pensare se Slava non sia nato proprio così. Riusciamo forse a immaginarcelo diverso?
Nato a Novosil’, città russa, deve avere la neve insita nelle sue memorie e nella sua vita, e qui, sul palcoscenico, è lei la presenza silenziosa e candida che da allo spettacolo quel tocco di rarefazione e di purezza di cui sentivamo la mancanza.
Slava non è solo, altri setti mimi/clown interagiscono con lui dando vita a situazioni divertentissime, e anche commoventi. Lo slow motion dei loro gesti, quegli impercettibili ma allusivi cambi di espressione, di sguardi, di occhi, comunicano suspence e attesa, e poi si sciolgono nella risata liberatoria di grandi e piccini. E sono proprio quest’ultimi, insieme a tantissimi adolescenti, a riempire la sala dello Strehler. Le loro improvvise risate cristalline rallegrano il teatro.
Mentre assorbiamo, grazie a quel ritmo calmo e ipnotico, i movimenti dei clown, siamo continuamente in attesa che qualcosa succeda. Perché quella lentezza è profonda e significativa, pregna di magia e poesia, quasi un riposo alla frenesia e alla disattenzione cui siamo abituati oggi.
La neve cade sul palcoscenico in forma di piccolissime striscioline di carta bianca e poi si sparge per tutto il teatro, imbiancando ogni cosa e persona. Fino alla sorpresa finale. E i bambini fanno a gara a chi raccoglie più neve, che in quel momento non è più finzione ma qualcosa di vero che tengono tra le loro mani e ha il potere di non sciogliersi.
Slava, infagottato in quell’enorme costume giallo, è una figura assurda e comica che si muove in punta di enormi pantofole di pelo rosso con una leggerezza e una delicatezza infinite, incantando la platea per tutta la durata della performance.
Slava è l’eterno bambino che cerca continuamente il gioco e la fantasia, e che tale vuole rimanere, ma è anche un nonno speciale che ogni bambino vorrebbe avere.
Uno spettacolo poetico, ammaliante, fantastico, scandito da una musica suggestiva ed emozionante. Uno spettacolo che fa bene al cuore, e che sembra invitarci, noi adulti, a far uscire più spesso quel bambino dimenticato che è dentro di noi, per farlo sognare e giocare, ricreando un mondo più umano e più attento all’ascolto, alla empatia, alla leggerezza. È stato bello tornare piccoli, azzerare il tempo, ritrovare un mondo perduto. Non sprechiamo questa opportunità che Slava Polunin ci ha dato stasera con la sua arte e la sua bravura. Non deludiamolo…come fanno spesso i grandi con i bambini.
Daria D. Morelli Calasso

