In un’epoca che corre troppo veloce per fermarsi a riflettere, Andrea Campi — in arte semplicemente CAMPI — decide di andare controtendenza. Il 30 gennaio 2026 è uscito “Cose Silenziose”, il suo nuovo atteso album di inediti. Realizzato con il prezioso sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”, il disco si presenta come un manifesto di resistenza emotiva, un invito a cercare la bellezza nelle piccole crepe di un presente spesso troppo rumoroso e disorientante.
Dopo il successo dell’esordio con “Un Ballo Di Altalene” e l’emozione di calcare il palco di San Siro in apertura a Vasco Rossi nel 2024, Campi torna con una maturità nuova. Se i singoli anticipatori “Tutto a posto” e “Riparare” ci avevano già introdotto a un sound indie-pop raffinato, l’album completo svela una profondità testuale rara. Le nove tracce che compongono l’opera (inclusa una suggestiva Outro) si muovono su una linea sottile tra l’intimo e il collettivo. Campi non cerca risposte facili alla precarietà dei tempi moderni, ma preferisce porre domande, facendo “galleggiare” le parole — figlie della sua formazione in Lettere Moderne — su architetture sonore che fondono il calore del vintage alla freschezza del sound contemporaneo.
L’album si apre con la rassicurazione apparente di “Tutto a posto”, per poi attraversare immagini domestiche e universali come in “Mentre bolliva la pasta” o visioni poetiche come “Girasoli bianchi”. Un percorso che culmina nel “Ritmo artificiale” della modernità per poi sfumare nel silenzio finale.
Ciao Andrea, bentrovato al corriere dello spettacolo. In che modo l’album “Cose silenziose” cerca di raccontare la fragilità e i legami umani in un mondo accelerato e pieno di rumore?
“Cose silenziose” nasce da una domanda molto semplice che mi sono fatto: “come stai?”. Da lì lo sguardo si è allargato su un presente sempre più incerto, conflittuale e accelerato. Mi sono chiesto cosa valga la pena salvaguardare e in che modo, come reinventarsi per restare umani. Scrivendo mi sono accorto che ogni canzone sviluppava questa domanda con sfumature diverse e che esisteva un legame profondo tra i brani. L’album è attraversato proprio da questo intreccio tra il sentire intimo e personale e la dimensione collettiva, e da come queste due realtà si influenzano continuamente.
Quali gesti silenziosi, secondo te, possono aiutarci a restare umani e a mantenere vicine le persone anche nei momenti difficili?
Non credo esistano gesti precisi o una bacchetta magica, anche perché io per primo non ho risposte definitive. In ogni canzone però c’è una piccola forma di resistenza quotidiana, un modo diverso di stare nelle cose. In Riparare, per esempio, il gesto è scegliere la cura: nella difficoltà custodire e ricucire invece di buttare via. In Cose silenziose è fermarsi e dare valore a ciò che non ha necessariamente una funzione, ma tiene insieme le persone. In Scomparire è un’attenzione silenziosa verso l’altro, una presenza che non giudica. Sono gesti minimi, ma credo che oggi restare umani passi anche da lì.
Quali esperienze o momenti della tua vita ti hanno spinto a dedicarti alla musica e a sviluppare uno stile così personale e riconoscibile?
Sono cresciuto con la musica intorno e ho iniziato presto a studiare chitarra. Quasi subito è arrivato il bisogno di comporre: scrivere testi e melodie è diventato per me un modo naturale e creativo per dare forma a quello che sentivo. All’inizio scrivevo soprattutto per raccontare ciò che stavo vivendo, poi sono arrivati i primi concerti, i primi riscontri, il confronto con altre persone e con chi lavora nella musica. Tutto questo mi ha portato alla pubblicazione del mio primo album, Un ballo di altalene. Nel tempo ho sentito sempre di più l’esigenza di trovare una voce mia, un modo personale di esprimermi che potesse crescere insieme a me.
Il tuo percorso spazia dallo studio della chitarra e del canto fino alla scrittura dei testi: come si intrecciano queste diverse discipline nella creazione di un brano?
È stato come comporre un puzzle: col tempo i pezzi hanno iniziato a combaciare. Da bambino ho iniziato scrivendo racconti, ero affascinato dalle storie e da tutto ciò che aveva a che fare con la fantasia. Poi è arrivato il teatro e l’esperienza della magia del palcoscenico. Quando ho preso in mano la chitarra ho capito che potevo unire tutto questo: improvvisare melodie, cantare e dare alle parole uno spazio musicale. Oggi queste esperienze convergono naturalmente nel mio modo di scrivere canzoni.
Dopo l’album d’esordio e i singoli recenti, come hai affrontato la sfida di raccontare fragilità e legami umani nel tuo nuovo album Cose silenziose?
Dopo l’album d’esordio ho sentito che ero cambiato prima di tutto io e il mio sguardo sul mondo. Un ballo di altalene era un disco più impulsivo e sognante, molto centrato sul mio sentire e sulle storie che mi giravano intorno. In “Cose silenziose”, invece, c’è molto di più di ciò che accade fuori di me, perché oggi sento che il contesto incide in modo profondo su chi siamo e su come stiamo. Raccontare fragilità e legami umani nel tempo che stiamo vivendo ha significato assumere uno sguardo e un linguaggio più riflessivi, che sento sicuramente più miei in questo momento della mia vita.
Questa era la mia ultima domanda. Ti auguro un buon lavoro e che tu possa realizzare tutti i tuoi progetti musicali. Grazie per il tempo che ci hai dedicato.
Ringrazio te Giuseppe e tutta la redazione del Corriere dello Spettacolo per lo spazio e la sensibilità dimostrata. Un saluto sincero a tutte le lettrici e a tutti i lettori che vi seguono.
Giuseppe Sanfilippo
TRACKLIST:
Tutto a posto
Riparare
Cose silenziose
Mentre bolliva la pasta
Girasoli bianchi
Ridere con me
Ritmo artificiale
Scomparire
Outro

