“Galà Fracci”, quinta edizione dell’omaggio all’étoile

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Una parata di stelle per due sere al Teatro alla Scala, per l’omaggio ormai annuale a Carla Fracci a quasi cinque anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 27 maggio 2021. Quest’anno il Direttore del Corpo di Ballo, Frédéric Olivieri, ha proposto solo sette coreografie per ricordare la grande étoile milanese.

Dopo il Defilé iniziale, dove non succede nulla se non una passeggiata per il palco di allievi della Scuola di Ballo prima e compagnia poi, quest’ultima in ordine di grado: prima il Corpo di Ballo, poi i solisti, poi i primi ballerini (con qualche assenza) e per ultima l’étoile di casa Nicoletta Manni.

Si inizia con un classico dei classici, il Pas de Deux da Le Corsaire, coreografia di Marius Petipa su musica di Riccardo Drigo. L’opera è stata protagonista nel 2023 ma nella versione coreografica dell’allora Direttore Manuel Legris, ed è la versione danzata di The Corsaire di Lord Gordon George Byron, che pubblicò nel 1814; uno dei suoi molti eroi al maschile, in questo caso di stampo orientale. L’esotico, inteso come mondo mediorientale, era molto di moda all’epoca e suscitava grande interesse e fascino, tanto che Byron scrisse anche The Giaour, The Bride of Abydos, Lara, The Siege of Corinth e Parisina sempre in tema orientale, dove tutti i protagonisti hanno molto di autobiografico: eroi dentro, soli, che riescono, o meno, ad affrontare la vita sapendo benissimo che nessuno darà mai loro una mano. Ali, lo schiavo di Conrad, il Corsaro del titolo, fedele servitore del suo padrone, è protagonista di questo famosissimo Pas de Deux che si vede spesso in molti galà tanto da pensare che sia così, a sé: molto tecnico, è un banco di prova per tutti i danzatori. Martina Arduino, prima ballerina della compagnia scaligera, è tecnicamente corretta, interpreta bene e la sua fisicità esile con il suo viso dolce la aiutano a caratterizzare bene il suo personaggio. Ali è il solista Mattia Semperboni, tecnicamente impeccabile ma freddo e troppo tecnico: emozione zero.

Segue un estratto da Francesca da Rimini, coreografia di Mario Pistoni del 1966 su musica di Piotr Ilic Ciaikovskij: un passo a tre di grande drammaticità ed intensità, dove la solista Vittoria Valerio è una Francesca tormentata, innamorata ma perfettamente consapevole dell’impossibilità del suo amore per il cognato Paolo, interpretato dal primo ballerino Nicola Del Freo, come sempre molto tecnico, a volte troppo, ma decisamente migliorato nell’interpretazione. Il trio “lui-lei-l’altro” è completato da Gabriele Corrado nei panni di Gianciotto Malatesta, marito di Francesca e fratello di Paolo. La coreografia è tecnica ed intensa, con prese numerose e complesse, molto bella; i danzatori portano a casa il risultato, come sempre, con delicatezza e precisione tecnica in un’opera che vide proprio Carla Fracci e Mario Pistoni primi interpreti.

Segue il Gran Pas de Deux dal III Atto de La Bella Addormentata Nel Bosco, appena andato in scena alla Scala, coreografia di Rudolf Nureyev su musica di Piotr Ilic Ciaikovskij, il secondo, per cronologia di composizione, dei tre balletti del grande compositore russo insieme a Il Lago dei Cigni e Lo Schiaccianoci. La versione in scena alla Scala è invece quella di Nureyev creata nel 1966: definito da lui stesso Il balletto dei balletti, una produzione straordinaria per sontuosità e rigore filologico, con grande attenzione ai dettagli drammaturgici, la ricchezza visiva, con costumi e scenografie ispirati all’estetica della corte di Luigi XIV, ma soprattutto la centralità del ruolo maschile, ampliato e tecnicamente più impegnativo rispetto alla versione di Petipa, come in tutte e sue coreografie: una lettura tra le più complete ed artisticamente dense del capolavoro di Čajkovskij. La prima ballerina Alice Mariani è un’Aurora nella media, tecnicamente corretta ma nulla di più, molto ordinaria e non lascia grandi tracce al suo passaggio; al suo fianco come Principe Desirée uno degli ospiti della serata, Jacopo Tissi dal Dutch National Ballet, un nostrano principe delle fiabe, tecnicamente all’altezza, bello, bravo e leggerissimo, nonostante la sua elevata statura.

A seguire, il pezzo più bello della serata: il Pas de Deux dal II Atto di Giselle ma nella nuova versione neoclassica di Akram Khan su musica di Vincenzo Lamagna da Adolphe Adam. Un insieme di tecnica, sentimento, passione e dolore: la solista Camilla Cerulli non è più una sorpresa, tecnicamente molto brava e forte, sempre nel ruolo e molto interpretativa, arriva alla fine più che egregiamente passando da momenti più terreni ad altri dove sembra davvero uno spirito. Il suo Albrecht è il primo ballerino Marco Agostino, all’altezza del ruolo di chi ha giocato con il fuoco ed ora si ritrova con un pugno di mosche in mano, solo per sua propria colpa.

Dopo un lungo intervallo, il programma prosegue con il Pas de Deux dal I Atto, detto “dello Specchio” di Onegin, coreografia di John Cranko su musica di Piotr Ilic Ciaikovskij. Il titolo è simile a quello dell’opera da cui è tratto, Evgrnij Onegin di Alexandr Puškin, romanzo in versi che vide la luce nel 1831. Fedele ritratto della società russa del tempo, vede la storia di due sorelle orfane di padre: Olga, esuberante, irrequieta e frivola, fidanzata con il poeta Lenskij, e Tatjana, dolce, riservata ed amante dei libri. E’ proprio Lenskij a portare in casa della loro madre, la vedova Larina, l’amico Onegin, in visita da San Pietroburgo. Misterioso, altezzoso, annoiato aristocratico, fa immediatamente innamorare di sé Tatjana, tanto da decidere la sera stessa di scrivergli una lettera in cui dichiara il suo amore per lui, che, in realtà, è quasi uno sconosciuto. Tatiana è l’étoile di casa Nicoletta Manni, e si vede che ci ha lavorato molto: è una bella Tatjana, dolce come deve essere una ragazzina ingenua che si innamora per la prima volta e non conosce il genere maschile; il suo Onegin, che lei in sogno vede qui uscire dallo specchio della sua stanza, è come al solito suo marito, il primo ballerino Timofeij Andriashenko, altro tipico phisique du role del Principe Azzurro: alto, bello e biondo, la prende, la gira e la lancia come una frittella, si vede ottima l’intesa artistica e personale.

Finalmente subito dopo mettono piede in palcoscenico due superstars, per le prima volta alla Scala: Maia Makhateli, georgiana in forze anche lei al Dutch National Ballet, e Patricio Revé, cubano, recentemente nominato primo ballerino al Royal Ballet. Da Cuba all’ex Unione Sovietica, come l’acqua per il cioccolato ci portano una delle coreografie più impegnative del repertorio classico, il Gran Pas de Deux dal III Atto de Don Chisciotte, coreografia di Rudolf Nureyev dall’originale di Marius Petipa su musica di Ludwig Minkus. Uno scricciolo di donna la Makhateli, bassina e minuta, ma un gigante di forza e potenza, nonché di precisione tecnica, tratto inconfondibile della scuola sovietica. Revé è un prodotto della grande scuola cubana Alicia Alonso style, e agile come un ghepardo guida impeccabilmente la sua partner fra prese e lifts: praticamente perfetti, anche se non molto interpretativi.

Infine, travolgente, almeno in teoria, la chiusura della serata, con Boléro di Maurice Béjart. Un coreografo incredibile, con uno stile solo suo, che con i suoi occhi demoniaci continua ad incantare generazioni e generazioni di danzatori e non solo. Desideroso di dare nuovo vigore alla danza maschile, pretendeva dai suoi interpreti una perfetta padronanza della danza accademica ed una grande capacità di adattamento alle correnti neoclassiche. Fedele ad un’idea di spettacolo globale, mescola l’universo musicale, lirico, teatrale e coreografico mettendo in evidenza le qualità individuali dei solisti ed esigendo allo stesso tempo il massimo dai movimenti d’insieme. Ci ha lasciato nel 2007. Boléro su musica di Maurice Ravel è forse la sua opera più nota: esprime la vocazione al monumentale, all’ecumenismo, è un fantasma del teatro totale, la volontà di abbracciare tutto con la propria arte, dove l’unione in perfetta corrispondenza di musica e danza crea un crescendo di sensualità ed eccitazione. Andato in scena per la prima volta all’Opéra di Parigi nel 1928 con la coreografia di Bronislava Nijinska, nel corso del tempo l’argomento del balletto si è sempre basato sulla falsariga di questa prima interpretazione, mantenendone le caratteristiche: in una taverna dell’Andalusia una giovane gitana inizia a danzare sopra un tavolo in modo via via sempre più seducente, ed un gruppo di uomini, attratti dalla sua bellezza e dalle sue movenze, si avvicina pian piano, poco alla volta, affollando il luogo dove lei balla. I ballerini iniziano a danzare intorno alla ragazza, in un crescendo intenso e violento che segue quello della musica. Nella versione di Béjart invece il ruolo centrale, che rappresenta per lui la Melodia, è assegnato indifferentemente ad un danzatore o ad una danzatrice, mentre il Ritmo viene sì interpretato da un gruppo di danzatori uomini giù ed intorno al tavolo. Lo stile minimal fa sì che i ragazzi indossino solo un paio di semplici pantaloni neri, così come la solista sul tavolo, accompagnata da un body color carne. Boléro è su tutti Jorge Donne, geniale e sfortunato (morì a soli 45 anni) interprete, il danzatore favorito del coreografo, e Luciana Savignano invece ne è stata la protagonista femminile più acclamata. Béjart era solito scegliere personalmente i suoi solisti: non affidò mai, finché in vita, né Boléro né altri suoi lavori a Roberto Bolle. Chiediamoci perché; ma qui in Scala c’è lui. Con la sua precisione tecnica impeccabile, come sempre non sbaglia un passo, ma lo stile non è il suo: è un classico puro e, per quanto con l’età è più difficile mantenere a livello fisico lo stile del repertorio classico, il contemporaneo decisamente non è per tutti. Luciana Savignano è stata una splendida danzatrice classica ma si è rivelata un talento anche nel contemporaneo, tant’è che danza ancora oggi; stessa sorte per Sylvie Guillem, ad esempio. Ma il Roberto nazionale proprio no. Certo, ormai è talmente un nome che la gente va a vederlo non per quello che fa ma a prescindere per vedere lui. L’interpretazione non è mai stata la sua miglior qualità, e anche qui esegue i movimenti in modo meccanico e freddo. Non c’è passione, non c’è coinvolgimento, non c’è anima, la qualità che Béjart ha sempre cercato nei suoi danzatori: ormai, purtroppo, non può più dire la sua. Si fa quindi più caso al Corpo di Ballo intorno a lui giù dal tavolo, cosa che di solito riesce difficile perché ipnotizzati dal/dalla solista sul tavolo: i ragazzi scaligeri danno vita a movimenti di grande energia e carica, perfettamente in stile Béjart.

Nel complesso una bella e varia serata, con la presenza delle étoiles ospiti a rendere unico l’omaggio di un teatro a colei che ne ha calcato le scene per intere generazioni. Grazie Carla!

Chiara Pedretti

Teatro Alla Scala
Piazza della Scala, Milano
31 Gennaio-3 Febbraio 2026
www.teatroallascala.org
Foto Brescia e Amisano

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