Il sacerdozio non è spettacolo: riflessione amara sul caso di don Alberto Ravagnani

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Negli ultimi anni la figura di don Alberto Ravagnani è divenuta molto nota, soprattutto tra i giovani, grazie a una forte presenza mediatica e a uno stile comunicativo moderno, disinvolto, fortemente inserito nei linguaggi del mondo contemporaneo. Proprio per questo, però, non pochi fedeli — sacerdoti e laici — guardano con profondo dispiacere a un modo di porsi che appare sempre più mondano, ambiguo e lontano dalla gravità e dalla sacralità del ministero sacerdotale.
Il sacerdote non è un influencer, né un animatore, né un personaggio pubblico che costruisce consenso attraverso le dinamiche dello spettacolo. Il sacerdote è uomo di Dio, configurato ontologicamente a Cristo mediante il sacramento dell’Ordine, segnato per sempre da un carattere indelebile che lo rende mediatore tra Dio e gli uomini. Quando questo dato soprannaturale viene oscurato, relativizzato o messo tra parentesi, non è solo l’immagine del prete a soffrirne: è la fede del popolo a essere ferita.
In molti avvertono, nelle scelte comunicative e nello stile adottato da don Ravagnani, una sorta di progressivo svuotamento della coscienza sacerdotale, quasi un distacco pratico — se non formale — da ciò che il sacerdozio è per sua natura. Anche quando non si parla di un abbandono canonico del ministero, esiste purtroppo un abbandono interiore, che si manifesta quando il prete smette di vivere e presentarsi come uomo consacrato, separato per il sacro.
Il punto più grave, tuttavia, è il danno arrecato alle anime, in particolare a quelle dei giovani, che guardano al sacerdote come a un modello. Un prete che si conforma allo spirito del mondo invece di richiamare il mondo alla conversione rischia di generare confusione, di banalizzare il peccato, di rendere superflua la grazia. La pastorale senza Croce, senza sacrificio, senza chiamata alla santità non salva: intrattiene.
Il sacerdote non è chiamato a essere “credibile” secondo i criteri del mondo, ma fedele secondo quelli di Cristo. «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv 15,18). Ogni tentativo di rendere il Vangelo “accettabile” a costo di svilirne le esigenze è un tradimento della missione ricevuta.
Questo caso, come molti altri, si inserisce in una crisi ben più ampia, che attraversa la Chiesa postconciliare: crisi di identità, crisi della liturgia, crisi dell’ecclesiologia e, inevitabilmente, crisi morale. Una liturgia desacralizzata genera sacerdoti desacralizzati; una teologia che tace sulla grazia e sul peccato produce pastori senza timore di Dio; una Chiesa che dialoga più con il mondo che con il Cielo finisce per perdere entrambi.
Cristo non ha fondato la Chiesa perché essa si adeguasse al mondo, ma perché lo convertisse. Non ha istituito il sacerdozio perché fosse una professione fluida e adattabile, ma perché fosse un sacrificio vivente, riflesso dell’unico Sacerdote eterno.
Oggi più che mai è necessario un richiamo forte alla santità sacerdotale, alla centralità dell’altare, al silenzio, alla preghiera, alla dignità dell’abito e del linguaggio, alla fedeltà integrale alla dottrina cattolica. Non per nostalgia, ma per fedeltà a Cristo.
Il popolo di Dio non ha bisogno di preti “come noi”, ma di preti che ci conducano a Dio. Tutto il resto è rumore che passa.

Andrea Rossi

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