Due sacerdoti, una frattura: il segno doloroso della divisione nella Chiesa

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La Chiesa non è mai stata estranea alle prove. Ma vi sono prove che colpiscono dall’esterno, e altre – ben più gravi – che sorgono dal suo interno, quando si offuscano i criteri della fede e si smarrisce il senso stesso del sacerdozio. È in questo contesto che due sacerdoti ambrosiani, don Alberto Ravagnani e don Niccolò Casoni, si presentano oggi come immagine concreta di una divisione profonda, non accidentale, ma strutturale, che attraversa la Chiesa contemporanea.
Non si tratta di giudicare le coscienze, che appartengono a Dio solo, ma di discernere i frutti, poiché «dai frutti li riconoscerete» (Mt 7,16). E i frutti parlano.
Il sacerdozio svuotato del suo carattere sacrificale
In una parte del clero si è fatta strada una concezione del sacerdozio che potremmo definire mondana, non nel senso morale immediato, ma nel senso evangelico più profondo: conforme allo spirito del mondo. Un sacerdozio che privilegia l’immagine, la visibilità, il linguaggio dell’intrattenimento; che teme di apparire “divisivo” e per questo rinuncia alla chiarezza della verità.
Quando il sacerdote diventa soprattutto un comunicatore, un personaggio pubblico, un volto gradevole e rassicurante, egli corre il rischio di eclissare Cristo anziché mostrarLo. Il Vangelo viene allora ridotto a messaggio motivazionale, la Croce taciuta, il peccato dissolto in fragilità psicologica, la conversione sostituita dall’accoglienza indiscriminata.
Questo non è il Vangelo trasmesso dalla Chiesa nei secoli. È piuttosto ciò che Pio XII avrebbe definito una pericolosa riduzione del soprannaturale, una resa silenziosa allo spirito del tempo. Un Vangelo senza sacrificio è, in realtà, un altro vangelo.
Il sacerdote come uomo della Croce
In netto contrasto si pone la testimonianza di don Niccolò Casoni. Qui non troviamo clamore, né ricerca di consenso, ma una scelta chiara: vivere il Vangelo secondo la Tradizione viva della Chiesa, quella che non oppone carità e verità, misericordia e giustizia, pastorale e dottrina.
Questo tipo di sacerdozio non è accomodante, perché sa che la missione del prete non è piacere, ma condurre le anime a Dio, anche quando questo comporta incomprensioni, isolamento, sofferenza. È il sacerdozio che accetta la Croce non come incidente, ma come via necessaria, perché «non c’è redenzione senza sacrificio».
Pio XII insegnava che il sacerdote è, prima di tutto, uomo dell’altare, configurato a Cristo vittima. Dove questa coscienza permane, il sacerdozio resta fecondo; dove viene smarrita, esso si dissolve in funzione sociale.
La radice della divisione: l’ideologia conciliare
La frattura che osserviamo non nasce dal caso. Essa affonda le radici in una ideologia conciliare che, separandosi progressivamente dalla Tradizione, ha prodotto confusione dottrinale e indebolimento morale. Non il Concilio in sé, ma la sua interpretazione ideologica ha favorito una Chiesa più attenta al dialogo che alla verità, più preoccupata di non offendere che di salvare.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una Chiesa divisa, sacerdoti formati secondo criteri opposti, fedeli disorientati. E mentre alcuni scelgono la via larga dell’adattamento, altri, come don Casoni, percorrono la via stretta della fedeltà, pagando di persona.
Conclusione
La Chiesa non si rinnova mondanizzandosi, ma ritornando alla Croce. Non ha bisogno di sacerdoti applauditi, ma di sacerdoti santi. La storia della Chiesa insegna che nei tempi di crisi non sono i più visibili a essere ricordati, ma i più fedeli.
Tra un sacerdozio dell’apparenza e un sacerdozio del sacrificio, la scelta è decisiva. E come sempre, essa non riguarda solo due uomini, ma il volto stesso della Chiesa di domani.

Andrea Rossi

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