“La moglie ebrea” di Brecht, regia di Giuseppe Oppedisano

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Sabato 24 gennaio 2026, al Teatro Binario 30 di Roma, è andato in scena il monologo La moglie ebrea di Bertolt Brecht, tratto dall’opera Terrore e miseria del Terzo Reich.

In scena Maurizia Grossi, nel ruolo di Judit, affiancata da Antonio Fazzini nella parte del marito Fritz, danno voce a uno dei testi più emblematici della riflessione brechtiana sulla Germania nazista. La moglie ebrea rappresenta uno dei quadri di Terrore e miseria del Terzo Reich, in cui Bertolt Brecht sceglie di rappresentare il nazismo attraverso situazioni quotidiane, apparentemente marginali. Il testo rinuncia a ogni enfasi drammatica e affida alla parola sobria, razionale e misurata il compito di mostrare come la violenza politica si insinui nella vita privata, trasformando le relazioni più intime in spazi di paura e di rinuncia. Il monologo di Judit si costruisce come un discorso controllato, privo di patetismo, in cui l’orrore emerge non dall’evento eccezionale, ma dalla normalità di una decisione presentata come necessaria: lasciare la Germania. È proprio questa scrittura della sottrazione, tipica di Brecht, a offrire alla scena un terreno fertile per un lavoro registico fondato sul ritmo, sul silenzio e sull’accumulo di tensione. La regia di Giuseppe Oppedisano si mantiene sostanzialmente fedele al testo di Brecht, intervenendo tuttavia con scelte discrete che ne amplificano la tensione drammatica senza tradirne l’impianto originario. Oppedisano introduce il personaggio di Fritz prima di Judit, facendolo rivolgere brevemente al pubblico prima di lasciarlo uscire, in un gesto che anticipa il tema del dialogo mancato e della distanza nella coppia, uno dei temi del testo di Brecht.  Il monologo prende corpo attraverso l’interpretazione di Maurizia Grossi, che restituisce una Judit elegante e controllata, attraversata da un disagio interiore che affiora non attraverso l’enfasi, ma grazie a un attento lavoro sugli accenti, sulle pause e sulle inflessioni della parola. Oppedisano insiste su alcuni passaggi del testo – le telefonate ai conoscenti e agli amici, l’annuncio ripetuto di una partenza imminente e “per poco tempo” – trasformandoli in segnali di un’angoscia crescente, che si manifesta nella reiterazione e nella ritualità dei gesti. Una sigaretta dopo l’altra, la Grossi dà voce alla paura dell’ignoto: Amsterdam non è ancora una meta, ma un nome carico di incertezza. La scena è attraversata dai suoni della radio, che alterna canzoni dell’epoca a comunicati in lingua tedesca, ordini rivolti alla popolazione ebraica. Questi elementi sonori non sovrastano la parola, ma la incorniciano, rendendo percepibile l’invasione della Storia nello spazio privato. Judit costruisce e ripete mentalmente il discorso da rivolgere al marito: «Vado, mandami i soldi. Vado, non voglio interferire, con la mia condizione di ebrea, nella tua carriera di medico». In questo processo il salotto e gli oggetti sembrano progressivamente fondersi con la sua voce, diventando parte di un monologo che è insieme preparazione, difesa e rinuncia. Il confronto finale con Fritz segna un breve mutamento di tono: Fazzini dà voce al marito, inizialmente animato da un’apparente fermezza, le chiede di restare. Subito dopo, però, Fritz si siede, prende le distanze e finisce per assecondare la decisione della moglie. Il coraggio dell’uomo si rivela fragile, incapace di opporsi davvero alla logica dell’esclusione. Le immagini di repertorio che chiudono il quadro ampliano ulteriormente il campo, collegando il destino individuale dei personaggi alla tragedia collettiva. Lo spettacolo riesce a restituire con efficacia la forza silenziosa del testo brechtiano, affidandosi a una regia che sceglie la misura e la sottrazione come strumenti privilegiati. Giuseppe Oppedisano non forza il monologo verso l’attualizzazione esplicita, ma lascia che siano la parola, i suoni e i gesti minimi a costruire un clima di inquietudine progressiva, in cui la violenza del potere si manifesta nella normalità delle scelte quotidiane.

In questa messinscena La moglie ebrea si conferma un testo capace di parlare ancora allo spettatore contemporaneo, proprio perché evita il pathos e rinuncia alla spettacolarizzazione del dolore. La separazione tra Judit e Fritz non è rappresentata come un gesto eroico o tragico in senso tradizionale, ma come una decisione necessaria, maturata all’interno di una logica disumana che finisce per essere interiorizzata dai personaggi stessi. Il risultato è uno spettacolo asciutto e rigoroso, che rispetta profondamente la lezione di Brecht e ne valorizza la portata etica e politica. Una messa in scena che non chiede compassione, ma attenzione e responsabilità, lasciando allo spettatore il compito di riconoscere, dietro la storia individuale, i meccanismi universali dell’esclusione e della rinuncia.

Maria Carmela Brandi     

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