Giorgio Pasotti, poliedrico personaggio del cinema, della TV e del teatro italiano. Avevo in programma di incontrarlo dopo il consueto incontro con il pubblico degli attori e di Mr Peter Brown, Direttore della British School di Trieste, che introduceva il dramma di Wiliam Shakespeare “Otello” nella sua totalità. Ma gli argomenti da trattare e il ben noto amore per il Bardo di Mr Brown hanno fatto sì che l’appuntamento finisse troppo a ridosso dell’inizio dello spettacolo, così, con un gesto estremamente gentile da parte di Giorgio Pasotti, abbiamo concordato per una intervista telefonica il giorno dopo.
Non prediligo affatto il non poter guardare negli occhi la persona che ho di fronte ma…o così o nulla. Ci tenevo particolarmente ma non avevo alternativa! Così ho avuto modo di vedere lo spettacolo e di poterne parlare con il “factotum” con conoscenza di causa. Ottima opportunità.
Il telefono è molto freddo. È anche più noioso. Sembra di entrare a gamba tesa nelle vite degli altri. Inoltre, ho a disposizione pochi minuti ovviamente. Ma ci provo e soprattutto mi accontento.
Rosa. Z.: Buonasera sig. Pasotti, benvenuto a Trieste. Le mie interviste hanno sempre la stessa domanda iniziale: quale situazione, persona, spettacolo ha scatenato la scintilla per cui ha incominciato questo meraviglioso mestiere?
Giorgio P.: Io volevo fare il medico, medico sportivo. Poi sono andato in Cina e mi sono innamorato del Paese e delle discipline orientali. Ci sono ritornato e mi hanno chiesto di partecipare ad un film impersonando uno straniero. Poi un secondo film, poi un terzo e un quarto. (“Year of the Gun”, regia di John Frankenheimer – 1991); “Treasure Hunt”, regia di Jeffrey Lau – 1993; “Two Shaolin Kids in Hong Kong”, regia di Lau Kar Leung – 1994); “Dragon Fury II”, regia di Bryan Michael Stoller – 1995 – n.d.r.).
Tornato in Italia, è comparso sulla mia strada Daniele Luchetti e…è andata così, è successo tutto un po’ per caso (“I piccoli maestri”, regia di Daniele Luchetti – 1998, n.d.r.)
Rosa Z.: Quindi è stata davvero una scintilla “super internazionale”, diciamo così, tra Asia, Europa e Italia. Molto avvincente e interessante.
Parliamo subito del Suo ultimo spettacolo “Otello”, che mi ha colpito molto sotto svariati punti di vista. Due cose mi sono rimaste soprattutto molto impresse e mi faceva piacere parlarne proprio con Lei. I costumi e alcune scene molto giapponesi: Kimono, obi, katane più o meno lunghe, il Kendo. In merito a questa disciplina, ricordo che la filosofia alla base vuole forgiare il carattere umano attraverso i principi della spada, vista però in un modo diverso perché deve ottenere e tenere la cortesia e il lavoro. Volevo sapere se ho compreso bene il messaggio.
Giorgio P.: Ha centrato esattamente il tema, che era esattamente quello. Non sarei riuscito a dirlo meglio con parole mie. Il Kendo rappresenta esattamente quello che Lei ha descritto e mi sembrava si sposasse perfettamente per due personalità come quella di Cassio e di Otello.
Rosa Z.: In questa forte presenza orientale ho visto anche “il trono di sangue” del regista giapponese Akira Kurosawa…
Giorgio P.: Beh, io sono un amante di tutta la cinematografia non soltanto giapponese, ma orientale in generale, così come di quella scandinava; quindi, in questo senso mi sono sbizzarrito nel mettere qualcosa che io amo tanto sia a livello cinematografico che culturale e sportivo. Mi è piaciuto giocare su questi colori, su questi kimoni, che potessero anche avere delle connotazioni non esclusivamente giapponesi, ma diciamo orientali. Se ha notato bene, come penso lo abbia fatto, Brabanzio (senatore, padre di Desdemona – n.d.r.) ha in testa un colbacco, Cassio ha una giubba che richiama le uniformi austriache, con le “bottoniere” e le spalline imponenti.
Rosa Z.: Insomma una mescolanza di culture che racchiudono in sé l’essere umano. L’animo umano.
Giorgio P.: L’animo umano è universale, non è certo solo italiano.
Rosa Z.: Naturalmente in tutto questo è compresa anche la Cina, il Kung Fu, che si chiamava precedentemente Wushu se non ricordo male, come Lei saprà molto meglio di me… Bene, superato e spiegato il perché dell’Oriente, passiamo ad un altro momento particolare. Il Doge, che ha lasciato l’uditorio molto perplesso, soprattutto quelli un po’ più in età, i più tradizionalisti che frequentano maggiormente il teatro. Lei non ha mai recitato, se non ricordo male, vero, al Rossetti di Trieste? Non so se ne ha avuto la percezione.
Giorgio P.: Intanto sono felice che c’erano 1043 persone ieri a teatro; quindi, il teatro era bello pieno e mi dicono che oggi sia esaurito.
Rosa Z.: Anche io ne sono felicissima!
Giorgio P.: Seppure il Doge abbia lasciato qualche perplessità, evidentemente si è sparsa la voce di uno spettacolo che per certi versi, vale la pena essere visto. Il Doge è una persona dissacrante, è il rappresentante del potere, di un potere distratto, vanesio, tutto concentrato su se stesso, poco attento a ciò che avviene fuori dal suo personalissimo mondo.
Rosa Z.: Strizza molto l’occhio, a mio avviso, anche agli influencer (in tutti i campi) stranieri che stanno invadendo il mondo intero con parole e locuzioni straniere (angloamericane in modo particolare), con i gesti, con le movenze. Un po’ colonizzato dalle cose superficiali. Che ne pensa?
Giorgio P.: C’è un po’ di tutto, c’è anche un richiamo all’inglese di Shakespeare, un richiamo all’uso continuo di inglesismi che io trovo orrendo e detesto e chi governa, chi guida, dovrebbe essere un esempio: si dice “lead by example”. Il nostro Doge è il primo che non dà un esempio, anzi è un menefreghista, uno che parla solo di cose che lo riguardano, passa il tempo veramente ad annoiarsi facendo il karaoke, imitando Freddie Mercury. Non è corrotto, è distratto, che è persino peggio. Cioè se uno è corrotto, quantomeno ha un suo ritorno. Lui manco quello. Non gliene frega nulla di nulla, è completamente e solamente centrato su se stesso.
Rosa Z.: Personalmente ho rivisto nel Suo Doge anche il Re Erode della versione cinematografica di Jesus Christ Superstar (film diretto da Norman Jewison, trasposizione sul grande schermo del musical omonimo di Tim Rice – n.d.r.), cosa ne pensa?
Giorgio P.: Assolutamente sì, è anche questa un’intuizione che io non ho avuto ma la prendo per buona perché è un’intuizione interessante.
Rosa Z.: Lei è troppo giovane, è nato quando Jesus Christ usciva … Una pietra miliare da tanti punti di vista!
Giorgio P.: Eh, ho avuto modo di vederlo, ho avuto modo. (sorride)
Rosa Z.: Mi racconterebbe come è nata la collaborazione con la autorevole e magnifica Dacia Maraini?
Giorgio P.: Semplicemente ho preso coraggio. Avevo in testa questa idea però avevo bisogno di una penna di un certo calibro, che fosse indiscutibile, che fosse illuminante per certi versi e credo che Dacia Maraini sia una delle donne più intelligenti, più colte, più illuminate di questo secolo e del secolo scorso soprattutto. Per cui ho davvero preso coraggio e mi sono fatto avanti. L’ho chiamata e timidamente le ho raccontato il mio progetto, quello che volevo fare. Ho trovato una sponda assolutamente entusiasta, favorevole e abbiamo collaborato. E quindi è andata esattamente come Le ho detto.
Rosa Z.: Bene, proprio naturale insomma. Quando si ha a che fare con i grandi…
Giorgio P.: Le ho detto inoltre che volevo un Otello molto al femminile: per femminile intendo con uno sguardo un po’ più da vicino e un po’ più dentro a quello di una giovane donna che vive questi attimi di terrore, vive questa situazione paradossale, triste, macabra.
Rosa Z.: Da donna Le dico che tutto ciò si coglie in maniera fortissima. Non solamente durante lo spettacolo, ma in assoluto, quando sento anche le storie della vita di altre donne, storie che purtroppo e malauguratamente tutti i giorni ci straziano e ci annientano, mi sento male ogni volta.
Grazie per aver messo in scena questo spettacolo con dei giovani. Giacomo Giorgio ad esempio bravo e bello: io ci ho visto una, come dire, una vera “negritudine” (valori delle popolazioni nere africane, riaffermazioni di autenticità e spiritualità, perseguite soprattutto nell’opera del poeta e uomo politico senegalese Léopold Sédar Senghor, 1906 –2001 – n.d.r.) pur non essendo di pelle scura.
Giorgio P.: Esatto! Infatti mi serviva esattamente che sembrasse come un italiano diciamo di seconda generazione, che ricordasse in un qualche modo i tratti somatici di un ragazzo nordafricano.
Rosa Z.: La sua fisicità, il costume che metteva in evidenza i muscoli possenti, sembrava proprio quei mori che sono immortalati in varie fogge a Venezia e non solo, anche nell’entrata delle case. Bravo e bello! Ad essere sincera forse un po’ acerbo a teatro ma, essendo il suo debutto, “si deve fare” come tutti i grandi: Gassman, Mastroianni, Manfredi, Albertazzi, solo per citarne alcuni. Se non calca il palcoscenico come matura?
Giorgio P.: Lui si farà! È il primo suo spettacolo, quindi è giusto e naturale che sia un po’ acerbo ma ripeto, maturerà. Ci siamo passati tutti.
Rosa Z.: Ci tenevo a dirLe personalmente una cosa, anche perché Lei è talmente coinvolto in questo spettacolo… “Traviata degli specchi” (La traviata “degli specchi”, ideata nel 1992 dallo scenografo Josef Svoboda, tornata in scena allo Sferisterio di Macerata per l’Opera Festival 2023 – n.d.r.) non l’ho vista pertanto il fatto che quell’enorme specchio inclinato potesse riflettere il pubblico, l’ho trovato emozionante e fortemente d’impatto. Ero in seconda fila quindi praticamente ero nello specchio, ero insieme a voi. Veramente di una potenza incredibile.
Giorgio P.: La ringrazio. Guardi, questa è una cosa riportata in prosa che credo enfatizzi molto la recitazione degli attori proprio perché è molto bello vedere ciò che accade dietro, cioè dietro le quinte. È il non detto e ci permette di poter scavalcare la famosa regola che l’attore non può girare le spalle al pubblico. Diventa molto potente il fatto che lo specchio invece ci faccia vedere ciò che avviene.
Rosa Z.: Mi è venuto in mente l’incipit di “Giulietta degli Spiriti” di Federico Fellini.
Giorgio P.: Esatto, infatti, anche.
Rosa Z.: Veramente è molto molto coinvolgente vedere non solo voi a 360 gradi, diciamo così, ma vedere noi, le nostre vite proiettate con voi sul palcoscenico. Meraviglioso.
Giorgio P.: Grazie. Grazie davvero!
Rosa Z.: Grazie a lei! Un’ultima domanda. Io so che Lei non ama la locuzione “mandare un messaggio”, però io concludo sempre le mie interviste chiedendo un sentimento, una riflessione, un pensiero di 10 secondi agli spettatori, ai Suoi spettatori di tutte l’età, ai ragazzi in particolar modo.
Giorgio P.: Il teatro deve ritornare ad essere quel luogo preposto a soddisfare quelle che sono non solo delle volontà, cioè non deve essere un esercizio di stile dove si va e si passano due ore solo in maniera gradevole, intrattenendosi e distraendosi dalla realtà che ci circonda. Anzi, deve essere la realtà che ci circonda che entra nel teatro, che si fa vedere. Quindi non solo i temi trattati, ma anche come vengono trattati, devono essere assolutamente parte integrante dello spettacolo. Lo spettatore deve pensare a quello che accade, deve essere stimolato ad un pensiero, deve, perché no, partecipare anche in maniera attiva e, uscendo dal teatro, discutere rispetto a quello che ha visto. Il teatro è nato per far questo, deve ritornare a essere così, il luogo preposto alla personale rielaborazione, al confronto, dove c’è una crescita umana, emotiva e quindi anche sociale. Quella funzione sociale che ha un po’ perso in questi ultimi anni.
Rosa Z.: Questo messaggio è splendido ed estremamente condivisibile.
Giorgio P.: Grazie mille.
Rosa Z.: Grazie, grazie, grazie a Lei per tutto. Torni presto.
Al suono di un “arrivederci”, il click seguente alla chiusura della conversazione mi lascia con lo sguardo perso nel vuoto, illuminato da una calda luce di una lampada e dal biancore dello schermo. Ad un tratto, rivedo e riprovo le mirabili sensazioni provocate da quello specchio e sento anche il cuore palpitare come l’immenso cuore che batte ad apertura del sipario.
Non ho visto Giorgio Pasotti prendere il cappotto ed allontanarsi per la sua strada stavolta, come mi capita sempre dopo le interviste, ma mi è rimasta nell’anima quella sua dolcezza nel descrivere la sua creatura, come un padre orgoglioso ed affettuoso. Nonostante il poco tempo e le altre domande che avrei voluto porgli in merito alla sua più che trentennale carriera, è stato un momento molto carico e intenso. Pieno di amore per il teatro.
Per leggere la recensione sullo spettacolo
Da Trieste per oggi è tutto.
Rosa Zammitto Schiller

