di Tommaso Chimenti
Ogni volta vedere in scena Antonio Rezza è un profondo respiro, un’incognita, un paradosso originale, una boccata d’aria fresca. Perché è l’unico che in Italia ha il coraggio di sperimentare e allo stesso tempo di essere sempre se stesso, coerente alla sua cifra (insieme a Flavia Mastrella) nel portare avanti il suo discorso, la sua poetica, il suo corpo debordante, la sua dialettica estrogenica e ricca quasi a diventare una figura mitologica amata, osannata, venerata dalle platee. Siamo qua dopo aver visto, e apprezzato, negli anni pietre miliari come “Pitecus” e “Io”, aver applaudito davanti a “Fotofinish” e “Bahamuth”, aver riflettuto al cospetto di “7, 14, 21, 28” e “Fratto_X”, aver esultato con “Anelante” e “Hybris” fino alla goduria con “Metadietro” visto sia al Campania Teatro Festival che al Teatro Puccini, che ospita sempre i suoi lavori. Nessuno può mettere Rezza in un angolo, dentro categorie stringerti, perché troverà sempre il modo per dissociarsi, per evadere, per rilanciare. E proprio perché la persona, e il personaggio, sono imprendibili (anche imperdibili), abbiamo cercato con qualche domanda, quasi tutte non teatrali (in qualche caso però non abbiamo potuto esimerci), di conoscere meglio questo protagonista assoluto del nostro Teatro contemporaneo. Ecco le nostre domande. Ecco soprattutto le sue interessanti risposte. Rezza è linfa, Rezza è vita, Rezza è quell’oggi che sa di futuro, Rezza è la visione che non riesci a cogliere tanto è veloce, Rezza è sempre un passo avanti, Rezza è l’anguilla che credi di aver afferrato con due mani ma che sguscia all’ultimo con nostro sommo sbigottimento, Rezza è l’impossibile che si fa plausibile. E noi gli corriamo a presso con la consapevolezza felice che non riusciremo mai a braccarlo ma solo a vederlo da dietro.
Che sport facevi da ragazzo?
Calcio prevalentemente. Poi ciclismo e automobilismo con l’utilitaria che fa di un giovane un aspirante suicida inconsapevole. Sulle strade di casa tra l’altro. Un mezzo deficiente vivo per miracolo.
Che cosa diresti, se lo incontrassi, al te ventenne?
Che c’è poco da ridire, mi sono espresso prima. Troppe volte ho rischiato di non conoscere il mio talento per colpa delle corse con il motorino, con la 500 e con ogni mezzo meccanico.
Che cosa significa per te la parola “famiglia”?
L’anticamera dell’associazione a delinquere di stampo mafioso e camorristico.
Quali sono i tuoi hobby?
Non ne ho più oramai, si sono liquefatti nel tempo.
Che rapporto hai con il mare?
Lo subisco come fascinazione, non lo frequento quasi, ci vivo sopra e ciò mi basta.
Vai a teatro a vedere colleghi e se sì qual è l’ultimo spettacolo che ti ha colpito?
Mi piace Bergonzoni, Maresco, Latini, mi piace chi lavora per se stesso ignorando le leggi del mercato.
A quale dei vostri spettacoli sei più legato?
Fotofinish, è stata una lacerazione.
Pensi di avere, sulla scena teatrale italiana, qualche “erede”?
Ancora no, per fortuna. Gli eredi andrebbero uccisi appena nati.
E come definiresti il sodalizio con Flavia Mastrella?
Una reciproca speculazione, troppo facile liquidarla come sintonia.
Qual è il tuo piatto preferito?
Mangio per alimentarmi, non diventerò mai rosso di fronte a una pietanza.
Il tuo rapporto con la morte?
Pessimo, è l’unico avversario da combattere come dice Elias Canetti. È terribile solo il pensiero.
Che rapporto hai con il viaggio?
Adoro il viaggio fatto con le persone giuste. Viaggio molto da pochissimo e questo crea rimpianto.
Il futuro cosa ti prospetta? Come lo vedi? Sei ottimista o pessimista?
Finché il corpo funziona non ho paura del futuro.
In cosa crede Antonio Rezza?
Nella disciplina che regola il talento.
Cosa fa Antonio Rezza quando non è su un palco, quando non scrive?
Si occupa di amministrare il corpo attraverso l’esercizio fisico, va a trovare i genitori e coltiva il rapporto
con Giordano, il figlio che auguro a tutti.
Cosa vorresti realizzare, che sogni o desideri hai?
Vorrei morissero le persone giuste, farei di tutto affinché ciò avvenisse.



