Mitzi Simonetti è un’artista visiva il cui lavoro nasce dal silenzio e dall’ascolto profondo della propria interiorità. A Roma, città che sente intimamente sua, dipinge figure femminili che non raccontano storie, ma riflettono stati dell’essere. Autodidatta, ha affinato la tecnica con il maestro Alessandro Marziano, fondendo disciplina e intuizione. La sua pittura è una ricerca spirituale, un dialogo con la memoria e con l’essenza dell’uomo. Mitzi non insegue la visibilità, ma l’autenticità: ogni opera nasce dalla necessità interiore di tradurre ciò che sente. Il suo percorso non lineare, fatto di esperienze diverse e sedimentazioni interiori, si manifesta oggi con coerenza e libertà artistica. Il futuro per Mitzi è un cammino da preparare dentro, fedele a sé stessa, all’ascolto e alla verità della pittura.
Chi è Mitzi Simonetti?
Mi presento: sono un’artista visiva. Sono nata e vivo a Roma, città che sento profondamente mia e che, in modo silenzioso, entra spesso nel mio immaginario. Nella vita dipingo. La pittura è il mio linguaggio principale, il luogo in cui ascolto e traduco ciò che accade dentro di me. Il mio lavoro è incentrato soprattutto sulla figura femminile, non come rappresentazione narrativa o simbolica, ma come spazio interiore, come stato dell’essere.
Come si è sviluppato il tuo percorso artistico?
Il mio percorso non è stato lineare. Ho attraversato mondi diversi, esperienze lontane dall’arte, che però hanno contribuito a formare il mio sguardo e la mia sensibilità. Sono un’artista autodidatta, ma ho approfondito la tecnica pittorica lavorando con il maestro Alessandro Marziano, che mi ha aiutata a dare struttura e disciplina a una ricerca già molto intuitiva.
Qual è il tuo rapporto con i social?
Il mio rapporto con i social è consapevole e misurato. Li considero uno strumento, non un fine. Un mezzo per condividere il mio lavoro, il mio processo creativo e una visione dell’arte che richiede tempo, ascolto e profondità. Non mi considero un’influencer. Se attraverso i social posso creare uno spazio di risonanza, di silenzio, di bellezza e di riflessione, allora per me hanno senso.
Come vivi la carriera nel mondo artistico?
La mia vocazione nasce molto presto, ma non si è manifestata subito in modo lineare. L’arte è sempre stata presente dentro di me come necessità, anche quando la vita mi ha portata altrove. Ci sono stati periodi di distanza, di silenzio, di apparente allontanamento, che in realtà sono stati momenti di sedimentazione. La mia carriera si sviluppa oggi come una continuità naturale di questo cammino: non come conquista esterna, ma come coerenza interiore.
Come scegli le collaborazioni artistiche?
Non ho mai avuto paura di mettermi in gioco, ma ho sempre scelto con attenzione. Le collaborazioni per me hanno senso solo quando esiste una risonanza autentica, umana e artistica. Non mi interessa “esserci”, mi interessa esserci con verità. Ogni collaborazione significativa è stata un incontro, non una strategia, e ogni incontro ha lasciato una traccia, contribuendo a rafforzare la mia identità artistica.
Che significato ha per te la cura dell’immagine personale e artistica?
La cura della mia immagine non è mai stata una questione estetica, ma di coerenza. Significa proteggere ciò che sono, non costruire un personaggio. Mi ha dato chiarezza, direzione e la possibilità di comunicare in modo più consapevole. Credo che molte ragazze perdano l’occasione di provarci davvero perché hanno paura di non essere all’altezza o di esporsi. Io continuo a buttarmi perché sento che l’arte non è qualcosa che possiedo, ma qualcosa a cui rispondo.
Come percepisci il mondo dell’arte?
Guardo il mondo dell’arte con rispetto, ma anche con lucidità. È un ambiente ricco di possibilità, di incontri straordinari, di visioni alte, ma è anche un luogo complesso, attraversato da dinamiche di velocità, mercato e spesso da un eccesso di rumore. Io cerco di abitare questo mondo senza farmi travolgere. Rimango curiosa, aperta, grata per gli incontri autentici, ma fedele a una ricerca che non nasce dal sistema, bensì da una necessità interiore.
Come vivi il quotidiano e l’estetica personale?
Non mi sento una donna esibizionista. Nel quotidiano cerco coerenza, anche nel modo di vestire. Mi piace ciò che è essenziale, elegante, ciò che lascia spazio alla presenza più che all’apparenza. L’estetica per me è una forma di armonia, non di provocazione. Non vivo l’immagine come una maschera, ma come un’estensione naturale di ciò che sono. Non inseguo modelli, ascolto me stessa.
Quali sono le prospettive per il futuro?
Il futuro per me non è qualcosa da programmare rigidamente, ma da preparare interiormente. Dopo la mostra al Museo Carlo Bilotti di Roma, con il progetto Armonie Visive, sento che il mio lavoro sta entrando in una fase nuova, più ampia e dialogica. Ci sono altri progetti museali in gestazione e collaborazioni che stanno prendendo forma, con grande rispetto dei tempi e dei contenuti. Tra dieci anni mi vedo fedele a me stessa, ancora in ascolto, ancora in cammino. Se continuerò a dipingere con verità, il resto verrà come conseguenza naturale.
Manuele Pereira

