di Tommaso Chimenti
FIRENZE – Le vicende di Padre Ubu e della sua consorte, delineati patafisicamente, grottescamente e in maniera parodistica da Alfred Jarry sembrano essere più attuali che mai, se si guarda il Potere e le sue viscere. Se invece poniamo l’attenzione ai grandi del mondo vediamo al comando solo figure maschili testosteroniche che non si farebbero mai consigliare guerre e complotti, strategie e macchinazioni dalle loro consorti, vedasi in questa lista Trump, Putin o Xi Jinping. Mentre per quello che riguarda Mussolini lo scrittore Scurati ha approfonditamente sviscerato il legame sessuale e politico con la Sarfatti. Insomma all’orizzonte non scorgiamo nessuna Lady Macbeth o alcuna Madre Ubu (né Melania né Brigitte Macron possono assurgere a tale ruolo) e non sappiamo se aggiungere purtroppo o per fortuna. Quando si pensa all’Ubu (abbiamo appena visto al Museo Picasso di Barcellona l’ampia e ben strutturata mostra “Ubu pintor”) è impossibile non farci tornare alla mente la splendido concept di Roberto Latini (la sua vetta più alta). Ma qui, nella versione di Angelo Savelli, sua la pimpante regia e suo il testo fresco, in questi “I coniugi Ubu” alla drammaturgia di Jarry, il regista dei Pupi e Fresedde (con Mordini, De Biasi e Polverini hanno festeggiato i loro primi quarant’anni al Teatro di Rifredi) ha aggiunto, abbinato, accorpato, allegato, una serie di intuizioni contemporanee, inserti, corsivi, asterischi, elzeviri con nonchalance e con quella disinvoltura che ha reso la pièce piacevole, brillante, spumeggiante senza rinunciare alla riflessione ma strizzando l’occhio, senza ruffianerie, al divertissement, alla goliardia, al lazzo.
La tv, anni ’60 come quel primo dopoguerra dove la propaganda ha cominciato a prendere piede sempre più sommessamente e invasivamente, messa in primo piano sul boccascena ci fa subito capire chi è il protagonista delle vicende, chi è il telecomando, chi è il grande burattinaio che muove i fili del Potere che da una parte esegue e dall’altra dei consumatori perdenti e sudditi passivi che subiscono. In questo ambiente da interno borghesuccio dai colori stinti, Madre Ubu fa la calza (come una novella Penelope) e guarda una soap (prima che si chiamassero serie tv), anzi uno sceneggiato proprio sul capolavoro shakespeariano sopracitato, mentre Padre Ubu tenta di comporre senza successo un cruciverba, senza sapere una risposta. Ecco che qui, tra i quadratini bianchi e neri da riempire di senso, esplode l’iconica parola, Merdra, che scandalizzò alla première parigina del 1896, e che è diventata il simbolo onnicomprensivo dell’Ubu (non manca nemmeno l’altra emblematica perifrasi “Per la mia candela verde”). La Madre è razionale e calcolatrice (magistrale Giulia Weber, spalla ideale, seducente e perfetta Iago) senza mai fare muro contro muro con il marito, il Padre (eccezionale Massimo Grigò, le movenze dimesse e irruenti e la cadenza pisana esaltano la platea), che è ora aggressivo adesso passivo, forte con i deboli e debole con i forti, arringatore ma velocemente sottomesso e pronto ora a fare la guerra adesso a scusarsi nella più completa meschinità e vigliaccheria. Vaneggiano inutilmente, sono violenti e brutali ma anche macchiettistici, bastardi senza gloria tarantiniani né dignità. Alla scena (di Federico Biancalani) del salotto (dove alle pareti campeggiano le gigantografie di Franco, Hitler, Mussolini e Stalin ognuno però ornato, vilipeso, giullarescamente mortificato e fanciullescamente modificato con baffi finti e sberleffi) si alterna quella futuristica con tre quadrati in led che formano in prospettiva uno zoom.
Tra le varie inserzioni ad hoc, invenzioni da caccia al tesoro, le guardie del corpo hanno abiti da gerarchi fascisti e urlano per salutarsi “A noi”, arrivano i cappucci da Klu Klux Klan e la massoneria in pompa magna, la coprofagia, le Idi di marzo cesariane, Brughelao, figlio del Re Venceslao spodestato e ucciso, ha in mano un teschio alla maniera di Amleto e afferma: “Ci riprendiamo tutto quello che è nostro” citando la serie Gomorra. E poi ancora il Re tentenna rievocando Carlo Alberto di Savoia e la sua determinazione, le leggi ad personam al sapore berlusconiano, l’iperbole “Io sono io e voi non siete un…” dal Marchese del Grillo, i dazi trumpiani, e la perorazione di stampo meloniano traslata al maschile: “Sono uomo, sono cristiano, sono Padre Ubu”, “lo zar di tutte le Russie” e “Il lettone di Putin” in odore di Soviet, “Il mio regno per un cavallo” ripreso dal “Riccardo III”, il brano sanremese della “Casetta in Canadà” e De Andrè che canta Marcondiro’ndero, fino ad arrivare ad un monologo alla Petrolini. Menzione doverosa alla giovane attrice che impersona la Coscienza (Elisa Vitiello) un po’ napoletana e con le vocali tutte aperte. Chiamarla parodia sarebbe riduttivo, “I coniugi Ubu” sono un melting pot, un allegro zabaione, un Carnevale arlecchinico, un frullato delle nostre nefandezze, una frittura mista di come abbiamo ceduto e delegato la nostra libertà in cambio della possibilità di non fare fatica pensando. Un coloratissimo tentativo, ben riuscito, di dare nuova linfa ad un classico senza tempo, dove la frizzantezza diventa varietà, le bollicine si trasformano in cabaret per fiorire nel musical e infine sbocciare in un’operetta (a)morale.



