Con la terza giornata ossia Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dèi) giunge al suo epilogo al Teatro alla Scala il ciclo wagneriano DER RING DES NIBELUNGEN, l’Anello del Nibelungo. Dopo l’ultima Tetralogia presentata dal teatro milanese tra il 2010 e il 2013, bicentenario della nascita del compositore, diretta da Daniel Barenboim, il Ring vedrà due cicli di un’integrale esecuzione nel prossimo mese di marzo, celebrazione dei 150 anni dalla prima esecuzione del 1876. Era dalla versione diretta da Cluytens nel 1963 che le quattro Giornate non venivano eseguite di seguito nella stessa Stagione, nell’arco di una settimana, come desiderio di Richard Wagner. Nel Götterdämmerung, in cui lo spirito di vendetta sembra farla sempre più da padrone, gli dèi hanno lasciato il posto a personaggi eroici e umani, i cui sentimenti riflettono in maniera spiccata l’impasto terreno di fango e spirito di cui siamo fatti. Assistiamo sgomenti al tradimento di Siegfried (pur scaturito da un raggiro) verso Brünnhilde, che a sua volta non si trattiene dallo svelare al perfido Hagen il punto debole dell’eroe puro. Che sarà ucciso a tradimento. Brünnhilde condannando gli dèi per la colpa che hanno in questa morte, prende l’anello fatale e si lancia gioiosa a morire sulla pira ardente che consuma l’amato. Il Reno tracima e distrugge la casa degli avidi Gibichunghi, mentre le figlie del fiume trascinano a giusta morte Hagen, riguadagnando l’oro che apparteneva loro, finalmente purificato dalla maledizione che portava in sé. Le fiamme consumano il Walhalla, che brucia in lontananza. Nessuno sembra salvarsi, dalla maledizione dell’oro e del potere. È la fine di tutto, come lo è la mancanza d’amore. In questo punto la musica, gonfiandosi in spettacolare apoteosi, ripristinate le condizioni immacolate dell’oro bramato, opera una redenzione, lasciando un mondo riscattato dall’Amore. Ultimo titolo del Ring, opera molto amata delle quattro, insieme alla Valchiria che piace per il dramma dello strazio amoroso – gemelli amanti, padre e figlia – mentre il Crepuscolo avvinghia lo spettatore trascinandolo nello spirito di vendetta da cui è percorso: i sentimenti in gioco sono pienamente terreni. Wagner si permise una barbarica scena corale che, solo a nominarla, rischia di far venire un mancamento a chi se la ricorda bene. Nell’epoca dello spread e dei futures, delle imperanti e potenti multinazionali, la maledizione dell’oro (e quella dell’anello del potere) sono sempre più attuali. Come la mancanza d’amore, ormai cronicizzata. È la fine di tutto. Anzi l’inizio. In questa nuova produzione del Ring wagneriano commissionata dalla Scala, il regista McVicar termina il matrimonio fra tecnologia dell’immagine e antichità germanica pagana, invero atemporale. Scene dello stesso David Mcvicar & Hannah Postlethwaite in naturale prolungamento delle giornate precedenti, degna e unitaria conclusione in cui torna il fiume a saldarsi al prologo iniziale. Luci di David Finn, video e proiezioni un po’ scontate di Katy Tucker, coreografie di Gareth Mole nella fascinosa azione dei soldati; costumi di Emma Kingsbury sontuosi quanto immaginifici di atemporale barbarie, su cui svettano tiare e copricapi turriti. Il cast è quello in gran parte già ascoltato nelle precedenti giornate del Ring. Siegfried aveva la calda voce di Klaus Florian Vogt, ancorché di non particolare tonnellaggio, corre efficacemente per la sala; sposando un canto wagneriano fondato su giovanili qualità del timbro, le fa emergere con un fraseggio attento e profondo della parola, in grande sicurezza e controllo di voce, mostrando sicura tenuta vocale per l’intera recita. Toccante nel ricordo di Brünnhilde evocata prima di bere la pozione magica, mostra insospettato cinismo amoroso con le figlie del Reno. Brünnhilde, Camilla Nylund è intensa interprete, credibilmente innamorata e passionale, anche nella vendetta. Mostra acuti più stentorei che fulminanti e squillanti, costantemente forzati. Efficacissima quando può cantar piano, diviene intensa nell’esecuzione a fior di labbra, capace di esprimere efficacemente i sentimenti più reconditi. Commovente quando a fil di voce emette quel elendes Weib! e nell’amara riflessione di “dove sia finito il suo sapere…“. Il climax lo raggiunge nel lamento funebre finale: ieratica in scena, in sapiente disincantato quanto amoroso fraseggio a mezza voce, senza essere tragica. Hagen, Günther Groissböck di sapida interpretazione, penetrante e introspettivo nell’ efficace rudezza nel cosmico risentimento col mondo dei felici, in cogitazioni plumbee e macerazioni in pensieri nefasti, tenebroso e convincente. Ben sorretto dal Direttore anche là dove la voce mostra di essere manchevole e negli acuti appannati. Gunther di Russel Braun suona bene quando canta al proscenio, nobile portamento, incisivo e credibile nella presentazione di Brünnhilde quale sposa, anche se la potenza della voce tende a scemare. Waltraute era Nina Stemme di ancor valevole strumento, mostra la sua professionalità su un incipiente usura vocale. Fraseggio di non variati colori il suo, per eccessiva durezza ed enfasi, tutto giocato sulla potenza di voce. Gutrune (e terza Norna) Olga Bezsmertna eccessivamente fasciata in quel costume, si disimpegna bene vocalmente, anche se non particolarmente variegato il suo dire, riflettendosi invece su un prezioso tessuto orchestrale. Alberich, Johannes Martin Kränzle convincente nell’analitico fraseggio. Buono il resto del cast. Il Direttore Alexander Soddy, che si prepara al ciclopico impegno di dirigere per intero il ciclo dell’Anello del Nibelungo, è il vero fulcro della serata, su cui tutto poggia e regge e si articola. Sviscera in maniera possente, variegata quanto penetrante l’intera partitura, avvolgendo ininterrottamente lo spettatore in spettacolare flusso, puro magma sonoro che dilaga e penetra. Superbo negli intermezzi, cesellati con soavità e impalpabile leggerezza, raggiunge un sublime envole alla morte di Siegfried, con un lacerante senso di ineluttabilità, per terminare in rinnovata solenne grandiosità con il lamento funebre di Brünnhilde. Calorosissime accoglienze all’intera compagnia di canto, con acclamazioni per Vogt e Nylund, ovazioni per Soddy.
Al Teatro alla Scala.
gF. Previtali Rosti

