“Quartett”, la pièce di Heiner Müller che si ispira a “Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos è arrivata alla Sala Bartoli di Trieste il 2 e 3 febbraio 2026, nel corso della stagione “Scena Contemporanea” del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia.
L’autore Heiner Müller (1929-1995) è stato un drammaturgo e poeta tedesco, nonché scrittore, saggista e direttore di teatro. È considerato insieme a Bertolt Brecht il più importante autore tedesco di teatro del Novecento.
Sulle orme di Brecht, ma anche parzialmente di Majakovskij, Artaud e Beckett, si è affermato con una serie di cosiddette ”commedie della produzione” (1957-1964), nelle quali affronta direttamente i problemi della realizzazione concreta della nuova società, in cui egli crede fortemente. Ne mette in rilievo le continue contraddizioni e gli emergenti ostacoli, che sono a danno dell’individuo, il quale, però, ne è anche responsabile. Ciò è spiegato dalla diversità dei tempi delle modificazioni socio-politiche in confronto di quelli dell’adeguamento delle singole mentalità, tempi che si rivelano assai più lenti. Subì sempre più pesanti censure fino all’essere radiato dall’Associazione ufficiale degli scrittori nel 1961,
La fase più recente, (dal 1980), tra cui il dialogo abilmente articolato “Quartett” del 1980, affronta tematiche spesso storiche, ma sempre a vivo contatto con l’attualità, di cui si fa voce di denuncia e disperazione. Il suo pensiero presenta però qualche incrinatura nella fiducia verso la razionalità, che sembra sempre più impotente di fronte alle insidie di un male che è tanto più potente quanto più istituzionalmente giustificato.
La “mise en scène” a cui abbiamo assistito, ad opera del sensibile ed esperto Maximilian Nisi, (regista ed interprete assieme a Viola Graziosi), rispecchia totalmente Müller nella sua più profonda attualità.
Lo spettatore viene accolto da un ticchettio che potrebbe essere una pendola, un metronomo, il movimento discreto di un orologio al quarzo, ossia mosso da qualunque tipo di energia.
Un tessuto a tramatura grossa, tipo tela di sacco, color bianco panna, nasconde la scena: non si percepisce nulla di cosa ci possa essere dietro, sembra quasi possa essere un sipario. Si coglie subito che però non lo è.
La luce diretta, una volta giunto il buio in sala, fa sì che si possa intravedere al di là di questo muro: una moltitudine di suppellettili, specchi, cuscini, bottiglie, una scena piena, molto piena. Mentre si attende l’entrata dei personaggi, ci si accorge che sono perfettamente mimetizzati con i tessuti, mentre una voce registrata e con molto riverbero, declama l’incipit del lavoro.
Quando la voce passa dal vivo ad un interprete maschile, non si coglie immediatamente che sia la marchesa di Merteuil a parlare di sé, del suo desiderio ossessivo e morboso del visconte di Valmont, desiderio cui deve far fronte da sola. Si svela poi anche Valmont, con voce femminile e abiti maschili, accartocciato su una poltrona, che pensa alle stesse cose e si consola allo stesso modo. La scena è lunga e sconvolge un po’ il pubblico. Il ticchettio continuo ossessiona fino a non sentirlo più. I due personaggi, emblematici esponenti dell’aristocrazia del XVIII secolo, sono intrappolati in un bunker totalmente isolato dal mondo esterno. La polvere li sommerge, polvere che non possono neanche levare perché rimarrebbe all’interno della loro prigione dorata. La claustrofobia sembra quasi non colpirli perché sono circondati da specchi che li riflettono e li illudono, come se fossero in un’intimità sciorinata in pubblico, davanti agli altri e contemporaneamente a questi altri celata.
Madame Merteuil e Monsieur Valmont si confrontano con i loro rispettivi e reciproci passati attraverso un gioco teatrale perverso: si scambiano i vestiti, si travestono e imitano le identità l’uno dell’altro, creando una confusione di ruoli che loro stessi definiscono “giocare”.
Müller (e conseguentemente il sapiente regista e i due interpreti) utilizza il sarcasmo e la crudeltà per ritrarre personaggi in un teatro della mente. Il suo linguaggio crudo, violento e frammentato riflette un mondo inutile e senza senso, in cui la comunicazione non esiste più, è fallita e rimane solo l’eco lontana del desiderio che però si identifica con la distruzione sia dell’altro che propria, in virtù di un esistente, decadente, immorale e vacuo affetto.
Le loro interazioni esplorano il potere, la sopraffazione, la manipolazione, il desiderio morboso e ineluttabile e la rappresentazione di essi. L’amore (o meglio lo “pseudo-amore”) viene usato come arma, un’arma che io vedo “bianca” per tirare continui fendenti non mortali di dominio e vendetta. Nemmeno a parole cercano un affetto romantico, dolce, genuino e salvifico.
La loro dinamica mette in evidenza come la passione possa diventare un esclusivo strumento di comando, controllo, sottomissione e distruzione.
In questo devastante gioco delle parti, ossessivo e ossessionante, questo duello in crinolina ha luogo in 60 minuti di scambi sia di corpi che di ruoli e noi, al di qua del telo, attendiamo increduli il prosieguo del rapporto devastante dei protagonisti. Forse vorremmo velocizzare quello scandire del tempo, forse soffocarlo con un cuscino, come cercano di fare loro in scena. Forse vorremmo strappare quel telone e dire: “Basta! Finitela!”.
Invece restiamo lì, attoniti e muti (tranne alcuni che maneggiano i dannati telefonini e quant’altro!). La fine e il finale arrivano. Molti applausi. I due abili interpreti si godono gli applausi al di là e poi (finalmente!) al di qua di quel limite semitrasparente che ci ha fatto sentire come miopi, cioè perdere la nostra visione nitida dei fatti. I loro costumi sono ricchi ma pieni, anzi pienissimi di polvere, sembrano quasi statue. Il loro volti pieni di biacca e stinti, sono provati da una fatica estrema.
Viola Graziosi, stupenda e perfetta, dolce e violenta, fa assolutamente da magnifico contraltare a Maximilian Nisi: un contrappunto perfetto.
(Ho avuto modo di fare un’intervista a Maximilian Nisi che consiglio di leggere, al fine di avere ulteriori chiarimenti, a questo link.
La gente è tra l’ammirato e il perplesso e sono certa che saranno tornati alle e nelle proprie vite cercando e cercandosi. Quei mostri, quei momenti che, vecchi di tre secoli sembrano lontani, forse hanno un po’ turbato i vari equilibri di ognuno. Di sicuro la pièce non ha lasciato indifferenti, non è scivolata via e non scivolerà facilmente. Almeno per me è stato così.
Uno spettacolo nello spettacolo!
Da Trieste per oggi è tutto.
Rosa Zammitto Schiller
QUARTETT
di Heiner Müller
ispirato a “Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos
traduzione Saverio Vertone
regia Maximilian Nisi
con Viola Graziosi e Maximilian Nisi
musiche originali Stefano De Meo
Il potere della bellezza in un teatro salvifico e universale: Intervista a Maximilian Nisi
Anche questa volta il tempo tiranno non mi ha fatto godere della presenza di un artista magnifico che avrei tanto voluto poter guardare negli occhi. Per fortuna esiste la tecnologia e quindi, mentre i due attori rientravano con un veloce “cavallo di ferro”, tra annunci dell’interfono e qualche parola mancata, io, seduta al mio computer e tramite “l’incubo del nostro tempo”, ho potuto scambiare una serie di domande e di punti di vista con una persona davvero generosa e gentile, illuminante e intellettualmente spettacolare. Un mago della scena e della regia.
Maximilian N.: Buongiorno Rosa.
Rosa Z.: Buongiorno, buongiorno. Che piacere!
Maximilian N.: È nostro il piacere. Siete venuti ieri sera?
Rosa Z.: Sì, certamente, imperdibile. Infatti ho tante cose da chiedervi, insomma, per cercare di capire e per fare, soprattutto ai lettori che hanno approcciato e approcceranno lo spettacolo, un po’ di chiarezza. Un po’ di cose misteriose ci sono. La mia prima domanda è sempre: qual è stata la scintilla che Le ha fatto comprendere che questa era la sua strada? Uno spettacolo, un teatro, una regia, eccetera? Cos’è stato che L’ha illuminata e Le ha fatto pensare: “io voglio fare quello”?
Maximilian N.: Innanzitutto una formazione che ho ricevuto quando ero molto piccolo: mi hanno stimolato l’immaginario, mi hanno portato a vedere mostre, mi hanno fatto suonare il pianoforte, tutta una serie di cose. Mi hanno chiamato Maximilian non a caso! Mi sono reso conto che era la cosa più complicata e mi sono detto che se fossi riuscito magari a ottenere dei buoni risultati su questa via, avrebbe voluto dire che sono una persona dinamica. Avrei certo potuto seguire altre strade, ma era fare l’attore che mi divertiva di più. Mi divertiva l’idea di dover lavorare per ottenere poi dei risultati che in quel momento non vedevo. Ero molto giovane, non avevo un bel rapporto né col corpo, né con le persone, né con la voce. E quindi è stato un po’ salvifico, sono diventato un po’ più io. Ecco. Ed è una strada che percorro da tantissimi anni.
Rosa Z.: Comunque è stato un lavoro di introspezione, Lei ci è arrivato passo dopo passo, oppure ha avuto qualche attore che L’ha illuminata, qualche performance, una vera e propria scintilla?
Maximilian N.: Sì, ero alla ricerca di qualche cosa che mi desse gioia e armonia. La scelta alla fine l’ha fatta Strehler, quando mi ha ammesso alla sua scuola e allora a quel punto ho detto, avrà ragione lui, e siamo andati in quella direzione lì. Ci siamo trasferiti a Milano, molto giovani, abbiamo studiato e ho avuto possibilità di respirare il Gran Teatro con grandi maestri e via.
Rosa Z.: Stiamo parlando di Strehler, insomma! Voglio dire il nume tutelare di tutti noi che amiamo il teatro.
Maximilian N.: Certo, era una ricerca di armonia, di bellezza e di significati. L’ho trovato nel teatro in quel momento e continuo a trovarli nel teatro; quindi, era una necessità. Sempre un po’ alla ricerca. Quando hai 17-18 anni, non sai esattamente che cosa sia la cosa più giusta per te: alla fine credo di stare nel posto giusto, mi sento nel posto giusto.
Rosa Z.: Se posso permettermi di dirle una cosa, Lei è bellissimo, anche conciato così, ed è’ bravissimo. Io sono rimasta, glielo anticipo, molto colpita da questo spettacolo. Non avevo aspettative, devo essere sincera. Però avevo presente benissimo il testo, letto non completamente e avevo benissimo presente il film. Sapevo in un certo qual modo cosa aspettarmi. Direi però che forse in effetti del film c’era poco.
Maximilian N.: Lo stesso Müller dice che ha scritto questo testo ma non ha mai letto “le relazioni pericolose” al completo. Conosceva i personaggi, sapeva che potevano rappresentare quel degrado di cui, in quel momento storico, lui voleva parlare, quindi è andato di fantasia, di immaginazione. Sapeva orientativamente un po’ la vicenda, delle loro beghe, delle questioni sentimentali, ma lui stesso non ha letto tutto quanto.
Rosa Z.: Quartet è stato scritto nell’80-81 e se diceva questo negli scintillanti anni 80, si immagina cosa dovrebbe dire di oggi?
Maximilian N.: Esattamente! Per noi è stato più che altro un pretesto per raccontare altro. Poi i personaggi sono affascinanti. Abbiamo la letteratura che abbiamo letto, abbiamo questo film meraviglioso che abbiamo visto, di conseguenza l’immaginario è molto attivo. Diciamo che la finalità era un’altra, quella di raccontare.
Rosa Z.: Ci possiamo mettere un bel carico da 15! Quindi queste dinamiche del potere, della seduzione, della distruzione delle relazioni, sia all’epoca di Choderlos de Laclos che di Mueller, e ovviamente anche la Sua scrittura e la Sua interpretazione, sono sempre presenti con l’andamento sinusoidale dei corsi e ricorsi storici. Le volevo chiedere come è riuscito a lavorare alla “partitura del testo”. Oltretutto mi permetto di ringraziarLa perché ha scelto una durata che è stata molto consona, 60 minuti: l’ora di spettacolo è intensa, sarebbero bastati anche dieci minuti in più che avrebbe, secondo me, un po’ falsato il messaggio che volete trasmettere.
Maximilian N.: È giusto come tempo: ti dà la possibilità poi di mantenere un tempo successivo per connetterti con quello che hai visto e trovare comunque delle risposte, ovviamente se ti fai delle domande.
Rosa Z.: Ovviamente. È fondamentale farsi delle domande.
Maximilian N.: Il “non dare risposte” dovrebbe farci generare delle domande. Ognuno si fa le proprie. Alle volte si aprono anche dei dibattiti divertenti. Stavamo a cena e parlavamo dello spettacolo, cosa di cui, in realtà, si è persa un po’ l’abitudine di fare. Si fa lo spettacolo. Lo spettacolo ha una finalità più di intrattenimento: può essere più o meno bello, però non ha una finalità sociale, civile, per noi stessi. In realtà sono quegli specchi che sono stati messi in scena: sono specchi simbolici oltre ad essere reali, perché lì dentro c’è la possibilità di ritrovarsi, di trovare una parte di noi stessi, ognuno troverà la propria, è un po’ il mostro che abbiamo dentro di noi e ci si deve fare i conti in qualche modo, altrimenti…
Rosa Z.: Infatti questo spettacolo turbava senza esserne molto consapevoli. Avevo accanto degli sconosciuti e sentivo un po’ i loro commenti, la loro insofferenza, il loro guardare questo telefonino senza riduzione della luminosità per vedere l’ora etc.! Mi dispiace raccontarlo, però penso che sia importante saperlo, dato che, secondo me, queste persone forse sono entrate proprio in contatto con questi loro mostri che forse non hanno accettato.
Maximilian N.: È un processo personale che bisognerebbe fare, poi non tutti lo fanno. È come una seduta psicoanalitica.
Rosa Z.: Esatto, il teatro a questo serve. Quello che si diceva prima: il dibattito, i famosi cineforum che si facevano negli anni 70, che sono stati sempre indicati con un certo orientamento politico. In effetti era giusto così. Ci si fermava un attimo, dopo, e si esternavano le proprie idee senza problemi, era la possibilità di crescere: questo sarebbe importante.
Maximilian N.: C’era, comunque, uno stare insieme verso un’unica direzione. Adesso, un po’ per la vita frenetica, un po’ per l’utilizzo dei social e del cellulare, il discorso, si è un po’ perso. Io sto in un treno in questo momento: un tempo il treno era un luogo in cui tu incontravi, parlavi, conoscevi. Adesso purtroppo non è più così. A teatro bisognerebbe spegnere il cellulare in quell’ora.
Rosa Z.: Certo, c’è una così bella modalità aereo! Non è che dobbiamo tutti salvare il mondo, no? È maleducazione nei confronti propri, di chi ti sta vicino, ma soprattutto di coloro che stanno regalandoti qualcosa, perché stanno lavorando anche per te.
Maximilian N.: Soprattutto è che ti privi tu.
Rosa Z.: Esatto, distrae e distoglie.
Maximilian N.: Certo. Poi soprattutto è un percorso che va fatto, la persona che se la nega perde un’opportunità, un’occasione. Le arti, diceva Brecht, servono per vivere meglio, giusto?
Rosa Z.: Nella maniera più totale.
Maximilian N.: Il Teatro è una forma d’arte. Nel momento in cui te la neghi, ti neghi un benessere che può essere spirituale, può essere morale, può essere anche fisico. Però è una libera scelta, io sono per la libertà in generale.
Rosa Z.: Innegabile! Volevo parlare di quell’allestimento così claustrofobico, senza via di scampo. Mi ha colpito anche il fatto che comunque in un palcoscenico così piccolo come quello della Sala Bartoli, ci fosse una scena così piena di oggetti. È raro trovare un allestimento con così tanta roba, diciamo così. Così piena di polvere soffocante. Secondo me per aumentare quel senso di claustrofobia. Ritornando al discorso di prima, se ti distrai, esci da quella volontà di creare un ambiente claustrofobico.
Maximilian N.: Esatto, esatto. Mettiamo la polvere sui mobili prima dello spettacolo: è il nostro training.
Rosa Z.: Giusto così per far qualcosa di diverso e di contrario all’uso comune: la polvere di solito si toglie. Mamma mia, deve essere molto pesante, soprattutto spogliarsi, non tanto vestirsi ma spogliarsi! Come vi siete divisi i ruoli? C’è stato anche lì una sorta di duello, come questo continuo “en travesti”, questo continuo scambiarsi, essere uomo-donna in un mix notevole, però senza orpelli? Ecco questo mi è piaciuto molto, cioè semplicemente un costume. Lei con i suoi capelli ribelli da maschio, la sua barba, la signora Viola con i suoi corsetti, eccetera, rimane ognuno nel suo status, però continuamente nel cambiarsi e nello scambiarsi. Come ve li siete divisi? Come ha deciso di essere Lei la Marchesa all’inizio e la signora essere Valmont? Devo anche dirle, però che la scena iniziale, è molto pesante.
Maximilian N.: L’atto onanistico?
Rosa Z.: Sì.
Maximilian N.: Non era in realtà per stupire. Il discorso è che è scritto così. Però è un atto che viene fatto in assenza. Valmont entra in un secondo momento, quindi è un momento in cui la Marchesa si concede per conto suo, sempre però nel concetto del teatro, nel gioco e nella finizione. E siccome si vuole proprio partire da questa mancanza di comunicazione, questa distanza, questo distacco, la solitudine per me va raccolta nella presenza. Spesso si dice: “io mi sento molto solo, quella sensazione non ce l’ho”. Quindi mi sembrava proprio un’immagine disperante questa, di queste due persone in uno spazio così piccolo, di notte, di spalle, che fanno una pratica comune, ma senza entrare in contatto fra di loro se non attraverso un contatto che hanno invece, tramite i rispettivi specchi, con se stessi.
Lo so. non volevo in realtà colpire e scandalizzare, però è l’inizio, è la presentazione di quello che siamo, secondo me, in questo momento. A livello sessuale in questo momento ci sono enormi danni, non tanto per la fluidità ma proprio per la mancanza di relazione, di supporto, di tenerezza, di sentimento e via discorrendo. Quindi nulla è scritto, non abbiamo messo niente di più. “Quella cosa” poteva essere sì raccontata ma un testo così pieno di citazioni, pieno di immagini, pieno di parole, di richiami se non viene agito, dopo un po’ risulta stucchevole. A quel punto allora può diventare molto noioso, sebbene duri soltanto un’ora. E allora si sono creati praticamente dei giochi, delle relazioni soprattutto. Le relazioni sono importanti. Si è forse lavorato sulla condizione, sulla relazione, anche sulla situazione, che sono poi quelle che in realtà rendono un testo vivo. La parola fine a se stessa. Non siamo più neanche abituati ad ascoltare le parole: al mondo le persone hanno un’attenzione che è pari all’attenzione dei bambini ormai.
Rosa Z.: Anche nel linguaggio, c’è un vocabolario ridotto all’osso. La nostra lingua italiana che è ricchissima, penso che questo comunque valga universalmente, adesso vanta di pochissime parole, soprattutto pochissimi aggettivi, si è perso proprio tutto. Se scappa un termine un po’ più aulico, ti guardano come se stesse parlando uno straniero o, meglio, un alieno.
Maximilian N.: Era un modo, peraltro, per tenere il testo vivo, perché poi sulle parole non siamo andati velocemente. Abbiamo, credo, scolpito i concetti, i sottotesti e tutta una serie di cose. L’interessante è che siamo riusciti ad andare anche in una direzione diversa, perché quando con la bocca puoi raccontare qualche cosa, il corpo può raccontarne un’altra, un suono può dare un’altra sensazione, senza evocare qualcos’altro.
Io sono dell’opinione, proprio grazie ai riferimenti che ho avuto, che lo spettacolo non è fatto da un attore, è fatto da un testo, da una luce, da una musica, da un costume, da una scenografia, da una serie di cose come se fosse un dialogo collettivo di tutte queste componenti artistiche.
Rosa Z.: La capisco perfettamente. Ho trovato inoltre anche due cose particolarmente molto impattanti. Il velo, che è sempre quello che cerca di nascondere però fa intravedere, e l’ossessività del battito del pendolo o metronomo. Io l’ho interpretato da due punti di vista: tu entri già nella sala e non percepisci che cosa ci sia dietro questo telone bianco. Aspetti sempre che cada, che si tolga, così tu riesci a vedere in profondità e invece c’è sempre questa barriera per aumentare appunto questa claustrofobia completata da questo tic-tac che è ossessionante sì, però non ti distrae.
Maximilian N.: No, stranamente mantiene l’attenzione e ti allontana dal concetto del tempo. È chiaramente oggettivizzato. In realtà poi non ti occupi più neanche del tempo che passa. Il tempo è quello che ci rende comuni, è la cosa comune che cerchiamo di riempire. L’uomo magari con un’attività sessuale a volte frenetica soprattutto andando avanti con l’età, oppure la donna cercando di far mille cose, mille parole…e l’abbiamo un pochino raccontata.
Rosa Z.: La speranza di fermare il tempo, anzi di tornare indietro, soprattutto a un’apparente gioventù, che li soddisfa nel cambiarsi, nel mostruosamente stravolgere i loro connotati.
Maximilian N.: Sì. Pascal dice, dice che noi siamo praticamente delle canne, canne pensanti. Ecco, la distrazione, il divertimento è quello che ci dà possibilità di sopravvivere in qualche modo, perché altrimenti saremmo in depressione costante. Già così, loro cercano praticamente di eludere questo tempo. Il concetto del tempo nel testo è presente, non forse così preponderante, ma è stato oggettivizzato in quel modo. Il concetto invece del velatino è più che altro un discorso sicuramente estetico. Dall’altra parte poi c’era una necessità anche di pudore, nel senso che è uno spettacolo che so bene possa essere ricevuto in maniera abbastanza forte: così era un modo per dire: “se vuoi, puoi guardare come se stessi in un angolino di nascosto”.
Rosa Z.: Il voyeurismo che poi in effetti esiste, altrimenti non si spiegherebbe neanche come una volta c’erano solamente i giornaletti porno o i film mentre adesso è tutto fruibile in una maniera afcile e assurda: tutto, ovunque e comunque e neanche è più considerato porno.
Maximilian N.: Esatto. Infatti, aprendo un cellulare vedi cose ben più raccapriccianti no?
Rosa Z.: Sì, sì.
Maximilian N.: E poi c’era anche un discorso di concetto, di teatro, che è una cosa sulla quale mi batto molto: è un valore, è una tradizione. Lo trovo un po’ scarnificato negli ultimi anni, nel senso che si tende a fare teatro in maniera molto più distratta, libera, come se non fosse un rito. Il teatro è un rito, è come la messa di Papa Ratzinger in cui il celebrante volta le spalle ai fedeli e la liturgia è in latino. Il fatto di mettersi in quei costumi, di avere quelle parrucche, di avere quel trucco che comunque ci chiede un po’ di tempo di preparazione, di avere questa recitazione che può essere manicheista in certi momenti, è un modo per dire che noi siamo un mondo. Aldilà del telo c’è dell’altro, entriamo in contatto sì, ma non mescoliamoci perché non siamo la stessa cosa.
Rosa Z.: Ha perfettamente ragione, approvo molto questa sua interpretazione registica….
Maximilian N.: È un manifesto importante che io, da direttore artistico, cerco di sottolineare. Ho quella necessità, altrimenti sto a casa e guardo la televisione. Non si capisce neanche perché andare a teatro. Il concetto proprio del rito si è perso.
Rosa Z.: Assolutamente vero.
Maximilian N.: Bisogna ritrovare quella magia, ritrovare quel senso di necessità, quel mistero che in realtà affascina. Io, quando ero piccolo, andavo a teatro e rimanevo con la bocca spalancata. Se avessi quell’età oggi e andassi a teatro probabilmente la bocca non sarebbe spalancata perché ritroverei in teatro esattamente quello che posso ritrovare nella mia vita normale. E allora dove sta la fascinazione di quel momento? Bisogna che in qualche modo Io dica.
Rosa Z.: Ancora mi emoziono, dopo svariati decenni di frequentazione, quando sento il meccanismo del sipario aprirsi: mi manca il fiato.
Maximilian N.: È una questione di educazione, scuola, chiesa, famiglia, giornali, spazi dove capiscano, dove imparino il teatro. Non se ne parla mai. Non se ne parla più, non è più insegnato. Certo non tutti devono imparare il teatro: anche io, quando ero piccolino, amavo il teatro mentre c’era il mio compagno che era più “chimico”. Ognuno poi ha possibilità di scelta, così come andare a vedere una mostra e come andare ad un museo o ad un concerto. La musica adesso a scuola non si studia più. Siamo in una società che vuole mettere l’ora di educazione civica per insegnare ai ragazzini a non uccidere le ragazzine. Bisogna rendersi conto che le anime si educano non con l’ora di educazione sentimentale, ma con la poesia, con la storia dell’arte, con la pittura, con la letteratura: sono quelle le materie che devono essere insegnate in un determinato modo. Gli animi tu li educhi attraverso le cose belle, non facendo un’ora di educazione civica dove arriva uno e ti dice perché non bisogna essere violenti. Ma che vuol dire?
Rosa Z.: È verissimo, però forse sarebbe un passettino avanti, anche perché ormai i ragazzi vedono forse un po’ troppo sdolcinate queste cose. Per esempio, ecco la domanda che volevo per l’appunto farLe: come vede Lei il pubblico, giovane, giovanissimo in merito al teatro? Cosa pensa del teatro nel rapporto con le nuove generazioni? Come si può svegliare l’amore per il teatro stesso?
Maximilian N.: Il problema non sono i ragazzi. Noi parliamo dei giovani come se loro fossero il problema. Il problema è il contesto in cui i ragazzi sono cresciuti e l’educazione che ricevono dalle famiglie.
Rosa Z.: Il problema siamo noi.
Maximilian N.: In qualche modo siamo noi. È molto semplice prendere un bambino e dargli un cellulare da quando ha otto anni.
Rosa Z.: Ma anche meno di otto anni. Anche a tavola o nel passeggino, così non scoccia, guarda i cartoni animati e sta buono, fruisce di un mezzo.
Maximilian N.: Le poche volte che ho avuto la possibilità di entrare in contatto con i giovani, ho trovato bellissimo vedere che dopo loro si scambiano i video di musica classica, oppure una frase, che so, di un poeta. Voglio dire che è bello perché così lasciano il telefono in parte e si concedono la libertà di stare con se stessi, in un gruppo e con gli altri. Bisogna semplicemente far conoscere queste cose qui, senza scappatoie, perché il teatro oggi è diventato un’altra cosa. Bisogna ripristinare quel concetto di teatro che ci faceva stare molto bene e che ci ha dato tantissimo.
Rosa Z.: Come vede Lei la forte presenza di personaggi televisivi che “fanno” teatro come “fanno” televisione?
Maximilian N.: Io mi trovo in una via di mezzo nel senso che non credo che ci sia uno spazio di proprietà. Però un attore, un televisivo, un cinematografico deve essere inserito correttamente nella scena teatrale, con un testo teatrale, con un regista teatrale. Strehler stesso pensava a personaggi popolari che però lui avrebbe stravolto e avrebbe praticamente immerso con arte all’interno di un progetto teatrale. In quel caso ci si concede qualche cosa. La persona che viene a fare teatro viene inglobata e si innamorerà del teatro, porterà il suo pubblico che ci sarà perché ci sono i televisivi. Io ho fatto televisione, però tenendo conto della mia formazione teatrale e recitavo dei copioni e dei soggetti (che spesso non erano neanche scritti così tanto bene) come se stessi recitando Dostojevsky o Céchov. Il discorso è che bisogna trovare il modo di non dimenticare mai la finalità. Il problema è che molto spesso i produttori del teatro che prendono i personaggi televisivi, non si preoccupano di farli dirigere da “teatrali”: diretti da registi professionisti, vestiti da costumisti, musicati da musicisti. Sono persone che decidono di fare il teatro e avrebbero tutto il diritto di farlo bene.
Rosa Z.: Sì, però fare teatro…
Maximilian N.: Guardi Rosa, spesso non dipende dall’attore, dipende dal contesto. È il produttore che sbaglia se pensa che quel nome televisivo sia sufficiente a dare i guadagni. Metterlo a disposizione del teatro, perché di teatro si tratta; fare in modo che quando la gente paga un biglietto, va e si siede, voglia vedere il teatro
Rosa Z.: È così, è così.
Maximilian N.: Il problema è il sistema che è sbagliato in generale e l’errore viene fatto molto spesso dai teatranti che organizzano giri nei teatri, perché ci sono le programmazioni con questi nomi, perché è più facile, perché lo sbigliettamento è più semplice.
Rosa Z.: È lo specchietto per le allodole, diciamo così. Sono proposte che vengono accettate, un mutuo scambio per far sì che il teatro stesso possa andare avanti.
Maximilian N.: Esatto, però c’è bisogno di defenderlo.
Rosa Z.: Sono completamente d’accordo.
Maximilian N.: Ieri sera eravamo a cena e dicevo questa cosa (sono due giorni che me la vendo!) e ci credo fermamente: Dostoevsky dice che la bellezza salverà il mondo.
Rosa Z.: Eh sì, perché in effetti ce n’è abbastanza poca, ecco, e quel poco che c’è viene anche oscurato dalla bruttezza. Parliamo della musica, parliamo dell’arte, parliamo del teatro, parliamo di tutto.
Maximilian N.: Anche la musica, come dicevamo, nelle scuole non si insegna più. Quindi il problema non è la gente, il problema è di come la gente viene educata. Il problema non è neanche se del teatro prima si parlasse più. Anche nei giornali stessi non c’è spazio per il teatro, nei quotidiani che escono non c’è proprio lo spazio dove si prendono le informazioni corrette riguardanti questa bellezza, in cui viene celebrato ciò che dobbiamo stare a guardare. Aiutiamoci! voglio dire che, finché ci saranno due persone che parlano, ad esempio io e Lei, noi stiamo facendo teatro.
Rosa Z.: Io sono con un telefonino, Lei è con un telefonino in un treno, però stiamo facendo il nostro teatro, la nostra narrazione è il nostro teatro. Ecco, e allora ce la faremo prima o poi. Un messaggio di 10 secondi al Suo pubblico, giovani e meno giovani, messaggio nei confronti del teatro e degli ammiratori, spettatori, coloro che seguono.
Maximilian N.: Salvaguardate e difendete la bellezza e poi vivete d’immaginazione perché è importante immaginare tutto il mondo, tutto: cose che possano darci veramente la libertà, ecco. Noi dobbiamo trovare il modo di ripristinare il nostro concetto di libertà e l’arte questa libertà te la concede. Non precludiamoci, non pensiamo che sia un settore che non ti possa dare nulla: può dare moltissimo, ci può veramente riscattare e ci può far vivere veramente meglio. Questo, nella semplicità.
Rosa Z.: Sembra molto banale, ma non lo è, infatti non è applicata, si ritrova raramente. Ritengo che si dia troppa importanza solo all’immagine troppo immediata che ti fa rimanere, secondo me a scapito di ciò che abbiamo appena detto, attaccato all’immagine.
Maximilian N.: Sì sì sicuro. Invece bisogna andare a fondo delle cose perché c’è una parte dentro di noi che va assolutamente ascoltata, va celebrata e va soprattutto alimentata. La definizione e l’applicazione del concetto de “il tempio interiore” è fondamentale. Spesso viviamo di esteriorità e quello che c’è fuori in realtà non ci basta: il rapporto con noi stessi è fondamentale.
Rosa Z.: Sì, non bisogna annoiarsi con se stessi.
Maximilian N.: Bisogna conoscersi.
Rosa Z.: Riflettere e riflettersi sia nel senso di specchio che nel senso di pensare, riflettere su se stessi.
Maximilian N.: Molto spesso anche la relazione è importante perché alle volte tu ritrovi il riflesso negli occhi della persona che è di fronte. Ti capisci e ti conosci anche grazie a chi sta lì in quel momento. Il tuo specchio, no? È tutto un gioco di specchi ecco perché la presenza di tanti specchi nel nostro spettacolo.
Rosa Z.: Qual è la frase di “Quartett” nella quale Lei si ritrova di più, che Le ha profondamente lasciato un segno?
Maximilian N.: Forse la considerazione quando dice che “rendere la vita spettacolo, fa in modo che la vita possa essere tollerata più facilmente. È una pratica nella quale siamo caduti”.
Rosa Z.: Sì, di un’attualità sconcertante.
Maximilian N.: Se pensiamo anche alla tragedia di Crans Montana, a quei ragazzi che hanno tirato fuori il cellulare per riprendere quella situazione orrenda che stava succedendo… Questo, diciamo, oggettivizzare una cosa diversa, perdere completamente il contatto con la realtà. È tutto virtuale, tutto al di fuori. Non c’è più una percezione reale interna. E Heiner Müller lo diceva. Nel momento in cui facciamo spettacolo, rendiamo una vita spettacolare, ci occupiamo, usciamo da noi stessi e troviamo tollerabile l’esistenza.
Rosa Z.: Io ricordo tanti anni fa ho visto un film, ero molto giovane, si chiamava “America dove vai? “ (“America, America, dove vai?” (Medium Cool), film statunitense del 1969 diretto da Haskell Wexlered – n.d.r.) era la storia di un cameraman del telegiornale che discuteva delle responsabilità etiche della loro professione: quando si dovrebbe smettere di filmare una scena raccapricciante e iniziare a cercare di salvare una vita? Il reporter andava ovunque, in guerra e/o in situazioni drammatiche sempre con questa macchina da presa e filmava. Il film termina con lui che muore, passa un reporter e, a sua volta, lo filma mentre lui sta morendo. È una cosa che avevo dimenticato, adesso mi è venuta fuori parlando. Come si usa dire oggi “mi si è sbloccato un ricordo”. Penso che si sia rivelata una dura realtà, ai giorni nostri non ci fa neanche quasi più impressione.
Maximilian N.: In realtà è questo che rende poi attuale un testo come “Quartett”. Anche se uno lo pone tra gli uomini primitivi, le passioni degli uomini sono poi fondamentalmente quelle e le scappatoie sono quelle. Nel momento in cui tu magari decidi di non crescere, diciamo, interiormente, automaticamente ti avvii sulla strada verso la distruzione della morale e del fisico
Rosa Z.: E poi diventa autodistruzione in un battibaleno, cioè non esisti più tu.
Maximilian N.: Soprattutto nichilismo, mancanza di riferimenti, mancanza di tutto, poi per carità c’è chi la riempie con la religione, chi le riempie con pratiche diverse, con l’amore. L’importante è non vivere in superficie, perché la superficie purtroppo ti danneggia in qualche modo, blocca anche la crescita, non ti rende amico, rimani statico, impantanato in una situazione che non procede, che non retrocede, che non esiste.
Rosa Z.: Quell’immobilismo che ti distrugge.
Maximilian N.: Sì, che non si rigenera in qualche modo. Perfettamente. E oggi siamo forse un po’, tanto in una situazione così, di stasi, come se fossimo incatramati o impantanati. D’altronde, la prima battuta di questo spettacolo è: “in un buco fangoso”.
Rosa Z.: Il fango è una cosa che ti sporca, che ti blocca, che ti contamina, che ti fa senso e schifo.
Maximilian N.: La prima sensazione che hai del fango è che non possa generare niente, mentre invece a sua volta lo fa, però solamente con tanto tempo davanti.
Rosa Z.: Come le famose piene del Nilo che portavano il famoso limo e la conseguente fertilità. Però rimanendo alla superficie, il fango è una cosa lurida, sozza e assolutamente da eliminare.
Maximilian N.: Qualsiasi cosa che entra in contatto con il fango si sporca, perde la sua lucentezza. Se tu prendi un diamante e lo butti nel fango, è pur sempre un diamante ma non lo vedi più.
Rosa Z.: No, vedi solo il fango.
Maximilian N.: Esatto, che avvolge tutto.
Rosa Z.: È stata una intervista meravigliosa, un dialogo meraviglioso, una possibilità di approfondire tanto uno spettacolo complesso, uno spettacolo che non va visto in superficie. Purtroppo, è così, tante persone non riescono ad andare tanto in profondità, è stato proprio un regalo per aprire un po’ la mente, per se stessi e anche su di un autore: rispolverarlo, riaprirlo agli occhi della gente è molto importante. Bisogna provarci.
Maximilian N.: Il modo di prendere queste opere, che sono comunque immortali, è trovare un legame con la realtà di oggi. Ripensarli in qualche modo o metterli a disposizione, altrimenti è anacronistico proprio prenderli in considerazione: diventa un gioco di stile, un esercizio. Invece, secondo me, la finalità del teatro è proprio questa, essere utile alla vita e per essere utile alla vita devi raccontare la vita, così com’è. Soprattutto non trascurare l’importanza che ha la donna in questo momento come essere umano, non come fantoccio del nulla. Questo è il messaggio
Rosa Z.: Grazie infinite. La prossima tappa.
Maximilian N.: Adesso noi abbiamo finito con Trieste. Lo spettacolo ricomincerà nel 2027. Torniamo alle nostre attività, io faccio uno spettacolo, Viola ne fa un altro bellissimo, altre cose, altri gruppi, altri progetti. Abbiamo debuttato a Catania, poi a Siracusa, a Milano per una settimana e poi a Trieste. Quest’anno era necessario, come dire, allestirlo. È un progetto, bello, molto interessante, molto importante per tutti quanti noi: a livello musicale, a livello di scenografia, a livello produttivo, a livello creativo, eccetera. Lo riprenderemo perché abbiamo avuto comunque un ottimo riscontro.
Rosa Z.: Ma è un peccato, insomma, è uno spettacolo importante che la gente deve vedere, assolutamente.
Maximilian N.: Sì, il feedback che ci arriva è importante, soprattutto la qualità artistica che è quella, che non bisogna disattendere mai, proprio come progetto che significa diverse cose. Un’ultima è il concetto proprio del teatro: io ci credo veramente tanto in questo. Come se fosse il Manifesto del Futurismo o il Manifesto del Surrealismo: sarebbe opportuno oggi veramente proprio per il concetto del teatro perché noi abbiamo perso il senso del teatro. La gente non sa che cosa vuole dal teatro. Le istituzioni comunali, le direzioni artistiche eccetera. Il problema non è il teatro, è chi l’ha fatto, chi lo sta facendo e chi lo gestisce. Siamo noi che ci dovremmo incontrare e chiederci che cosa vogliamo, cosa pensiamo che possa essere, a che cosa serve, qual è lo scopo, qual è la finalità. Devo dire però che nel momento in cui lo consideri come va considerato, gli adepti sono veramente tanti. Perché poi è un pensiero condiviso, non a livello di pubblico, ma anche di giornalisti, di persone, degli addetti ai lavori, di altri colleghi e tutto quanto il necessario. In questo momento bisogna ripristinare questo concetto, è fondamentale.
Rosa Z.: Assolutamente d’accordo e “ad Maiora semper”. Buon viaggio. Grazie Maximilian. A prestissimo. Grazie per la Sua generosità.
Maximilian N.: Grazie e a presto.
Chiudere una conversazione, non solo intervista, così lunga e piena di stimoli non è stato facile. In effetti proprio quel “cavallo di ferro” mi ha salvata dalla fretta e dalla velocizzazione di risposte affrettate. Un piccolo miracolo per far sì che il mondo del Teatro, quello vero, quello sublime e anche a volte misterioso, potesse farmi provare una sensazione come quella di respirare aria pura.
Non è facile e non è sempre così. Ed anche questa volta, come dicono i grandi, abbiamo fatto Teatro.
Da Trieste per oggi è tutto.
Rosa Zammitto Schiller


