Un viaggio tra teatro, premi prestigiosi ed il sogno di una nuova generazione di attori che vede nel teatro un modo per capire il senso della vita
Incontriamo Lorenzo Flaherty in un momento di grande fermento creativo che sembra non esaurirsi mai. Lo ritroviamo protagonista su più fronti: come guida ispiratrice per i giovani talenti nella sua Masterclass itinerante, e come interprete acclamato, insignito del Premio Fedic come miglior attore per il lungometraggio “Stato di Grazia”, diretto da Luca Telese. Un’opera intensa, presentata nella cornice del Colonella Film Festival, che ripercorre la sconvolgente vicenda giudiziaria di Ambrogio Crespi.
Tra un impegno sul set e i preparativi per un atteso ritorno al teatro, Lorenzo si racconta con la generosità autentica di chi, nonostante i numerosi successi tra cinema e palcoscenico, conserva intatta la voglia di mettersi in gioco. La sua passione emerge limpida, vibrante: è la voce di un uomo che interpreta il mestiere dell’attore non come una semplice professione, ma come una sfida quotidiana e una profonda, instancabile ricerca umana.
Lorenzo, partiamo dalla tua Masterclass sulla recitazione. Com’è nata l’idea di vestire i panni del docente?
«È un’idea che coltivavo da anni. Girando l’Italia con il teatro o sui set, venivano sempre molti giovani a chiedermi un confronto sulla professione. Ho sentito il dovere di trasmettere questa mia parte “militante”. Volevo offrire, soprattutto a chi non vive in grandi centri come Roma, un confronto pragmatico. Io sono uno che si è buttato subito, la mia formazione è avvenuta sul campo, lavorando. Oggi porto questo mix di teoria e pratica in un mini tour che mi sta dando soddisfazioni enormi.»
Che tipo di insegnante sei? C’è un aspetto che curi particolarmente nel rapporto con i tuoi allievi?
«”Docente” è un parolone. Io metto a disposizione la mia esperienza. Cerco di far capire loro cos’è la recitazione “organica”, quella che viene dalla pancia. Mi piace coinvolgerli subito a livello umano. Si creano rapporti duraturi, tanto che alcuni allievi mi seguono in quasi tutte le tappe del tour. È un bellissimo attestato di stima. Il mio sogno? Fare uno spettacolo con una selezione di questi ragazzi, un saggio vero e proprio dove possano alternarsi nei ruoli. Sarebbe una staffetta recitativa straordinaria.»
Parliamo dei tuoi progetti attuali. Ti vedremo impegnato in due spettacoli molto diversi tra loro…
«Esatto. Riprendo con “L’Onorevole, il Poeta e la Signora”, una commedia brillante di Aldo De Benedetti ambientata negli anni ’60. È uno spettacolo molto divertente dove interpreto Leone, l’onorevole che cerca di sedurre una scrittrice, ma viene contrastato da un poeta controcorrente.
Un onorevole, Leone, è molto attratto da Paola, un’elegante e scaltra giornalista. Una sera l’onorevole riesce ad invitarla a casa ma non combinerà nulla, la donna lo provocherà ma lo metterà continuamente in imbarazzo. Andata via la giornalista, Leone scopre che in casa sua si è introdotto un uomo, Piero un poeta squattrinato che, nascosto dietro la tenda ha ascoltato le sue conversazioni. Da questo incontro casuale si determineranno una serie di eventi che cambieranno la vita dei due uomini ed è un susseguirsi di qui pro quo, di equivoci esilaranti con scambio di persona che avranno imprevedibili conseguenze, non tutte piacevoli e di incontenibile ilarità. Una fitta trama di allusioni, riferimenti scambi, dispetti e ricatti nella quale è l’intelligenza a mostrarsi nei suoi aspetti più divertenti.
Parallelamente, porto in scena “Il Visitatore” di Éric-Emmanuel Schmitt, che racconta l’ultimo anno di vita di Sigmund Freud durante l’occupazione nazista a Vienna.
La commedia scritta nel 1993 da Eric-Emmanuel Schmitt; portato in scena innumerevoli volte in tutta Europa ha vinto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui tre premi Molière. Un atto unico inquietante e commovente. La scena si svolge nello studio di Freud il famoso psicanalista, la sera del 22 aprile 1938, dopo l’invasione dell’Austria da parte delle truppe di Hitler, nel momento dolorosissimo in cui egli deve lasciare Vienna.
Sigmund Freud attende notizie della figlia portata via dalla Gestapo ma appare un uomo alla finestra, un intruso che infastidisce e affascina il grande psicanalista, egli non sa chi sia ma intavolerà con lui una lunga discussione sui grandi temi a cui da sempre l’uomo non ha saputo dare risposta fino alla fatidica domanda perché accade l’orrore se Dio esiste? L’uomo è Dio? È un pazzo che si crede Dio? Freud che ha sempre negato l’esistenza di Dio si fa coinvolgere in questo confronto con lo sconosciuto e si rende presto conto che questo anomalo visitatore forse è davvero Dio…
Interpretare Freud è una sfida imponente. Quale chiave di lettura avete scelto?
«Abbiamo voluto mostrare un Freud più umano, meno intellettuale e più fragile. Nel testo incontra un personaggio che dice di essere Dio: è uno scontro tra la ragione e la spiritualità. Portare in scena le sue debolezze e vedere la reazione del pubblico è incredibile. È un testo che parla dei dubbi sull’esistenza, di quel senso della vita che spesso comprendiamo solo quando sentiamo che il viaggio sta per terminare. Il testo di Schmitt aiuta tantissimo; è scritto magnificamente.
Quando Freud incontra questo personaggio notturno che sostiene di essere Dio, c’è uno scontro-incontro tra la ragione dell’uomo e la parte spirituale. Abbiamo lavorato sulla sua fragilità, sul dolore per il sequestro della figlia Anna. È un aspetto che sorprende il pubblico: si aspettano il genio distaccato e trovano un uomo con le sue debolezze, i suoi dubbi sull’esistenza e su cosa ci sia oltre la vita. Vedere la reazione degli spettatori a questo crollo delle certezze è un’emozione continua.»
Lorenzo, hai citato spesso il pubblico. Che differenza c’è, per te, tra il rapporto che si crea in teatro e quello che si vive su un set cinematografico o televisivo?
Un attore professionista ha sempre il pubblico in mente, anche sul set dove il tempo è frammentato e non si va in sequenza. Ma in teatro il rapporto è nudo, diretto. Lavori mesi per trasmettere un’emozione e vederla recepita istantaneamente è la massima gratificazione. Il set cura il dettaglio, il teatro cura il respiro. Sono due sistemi di lavoro differenti, entrambi bellissimi, ma la forza che ti dà il palcoscenico è qualcosa che poi ti porti dietro in ogni altra esperienza.
Lorenzo, la tua è una carriera longeva che non accenna a fermarsi. Qual è la scintilla che ti fa dire ancora oggi “mi piace lavorare così tanto”?
Nonostante gli anni, riesco ancora a lasciarmi coinvolgere come se fossi all’inizio della mia carriera. Non conosco la pigrizia professionale. Amo il fatto che in questo mestiere non si vada mai in pensione; c’è sempre un nuovo ruolo, una nuova sfida come quella che sto preparando sulla vita di Ennio Morricone insieme a suo figlio Andrea. Raccontare l’uomo attraverso le sue musiche è una sfida affascinante che mi tiene impegnato da un anno.
È questa la “lezione” più importante che cerchi di passare ai tuoi ragazzi?
Assolutamente sì. Il grande successo per un professionista è la continuità. Ai giovani dico sempre di mettersi in gioco, di non aver paura di buttarsi in esperienze che li arricchiscano. Bisogna avere sempre grandi stimoli. La vita è un viaggio meraviglioso, e il teatro è uno dei modi più belli per capirne il senso.






