Generalmente, guerra, gas

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di Tommaso Chimenti

Qui non si parla di Vannacci, né del suo Futuro Nazionale, che di questi tempi sarebbe pure stato possibile. E chissà se negli intenti e nell’idea dell’autore, Roberto Melchiorre, e del regista e attore, Edoardo Oliva, c’è stata una punta, un grammo, un briciolo di voglia di stuzzicare, di provocare, di far fremere le acque, di giocare, di porre qualche vago parallelismo patriottico. Già perché il loro “Il Generale” centra il focus su un uomo di destra, di estrema destra, su un fascista della prima ora. Illazioni certo, suggestioni, barlumi. Sta di fatto che il Teatro Immediato, nel suo spazio alla periferia di Pescara, ha ancora una volta scavato dove altri non sono voluti andare, ha portato alla luce temi scottanti, ha dissepolto argomenti scivolosi e complicati, ha fatto riemergere vicende altrimenti celate dalla polvere, dal dolo, dal tempo. In questi anni abbiamo seguito l’evoluzione del loro lavoro, dalla tragedia dell’immigrazione di “Caprò” ai calzolai di “Sutor”, dal tentativo riuscito dell’“Aspettando Godot” in abruzzese, l’intenso “L’amore è un castigo”, l’esperimento tra cinema e teatro di “Il mio nome è Gordon Pym” fino ad arrivare a questo “Il generale”, monologo con un potente, e allo stesso tempo bilanciato, misurato e contenuto, Oliva che si muove sul fazzoletto scuro e oscuro del piccolo palcoscenico esprimendo una forza e sprizzando un’energia che qui, paradossalmente proprio perché compressa in piccoli e minimi movimenti, diventa esponenziale.

L’attore, perentorio senza frenesie, nei suoi gesti calibrati, nel tono baritonale, riesce a mantenere con efficacia un aplomb sicuro nel raccontare le nefandezze del Ventennio soprattutto nelle campagne d’Africa senza scadere nell’enfasi costruita, senza cadere nel pathos di maniera, senza, ed era facile inciampare, slittare pericolosamente nel moralistico, nel giudicante. Perché il testo, pungente e asciutto, neutro e tagliente di Roberto Melchiorre, ci porta dentro un’esistenza nera, frastornante e deflagrante, la vita di Mario Roatta, alto gerarca fascista a capo del Servizio Informazioni Militari. Una drammaturgia che ci spalanca le porte del male che è dentro ognuno di noi, non l’abusata banalità del male della Arendt quanto la messinscena di una normalità di valori e sentimenti, di una freddezza lontana sia dal sadismo nazista che dal compiacimento dei carnefici o dei boia. La sua esposizione, lucida e mai folle, equilibrata, e proprio per questo ancora più coinvolgente e sconvolgente, è un susseguirsi di azioni e strategie che evidentemente l’Italia repubblicana ha voluto omettere e celare a se stessa e ai suoi cittadini per ottenere una rimozione collettiva totale sulla figura e sulle sue, chiamiamole, gesta. Non sono tanto i dossieraggi e il lavoro nell’ombra di spia di Roatta ad infastidire quanto i dettagli sui gas chimici usati in Cirenaica, nei Balcani, in Etiopia e in Spagna, i lager, i campi di sterminio, le uccisioni di massa, le torture.

Tutto rovesciato, con calma, pazienza, senza alcun rimorso né patema, sul pubblico che è il suo specchio o i giudici di un ipotetico tribunale (da noi non c’è stata alcuna Norimberga) o ancora la sua coscienza che, nonostante tutto, secondo le sue convinzioni, è rimasta intonsa e linda, pulita e virginea. E’ una confessione ma non ha i crismi dell’ammissione di colpa perché, lo dice e lo sottolinea a più riprese, non cerca né il consenso né la punizione, non ha nessun macigno da togliersi, nessun peso che non lo fa dormire, non ha niente da dichiarare, nessuna grazia da chiedere a mani giunte, anzi è fiero delle sue opere e le rivendica ma senza arroganza o alterigia, senza spacconerie testosteroniche da guerrafondaio convinto. L’inizio e la fine (in un giro circolare) ci offrono uno spaccato di un uomo comune, come tutti noi, che ama la moglie e la figlia, amorevole, che si preoccupa, dolce nei modi e nelle parole anche qui senza smancerie né inutili ruffianerie. Oliva, volto mussoliniano, sua anche la regia, ha giocato amabilmente in sottrazione con gli oggetti di scena come con la luce; di fortissimo impatto il quadro di profilo (vagamente ci è apparsa dalla memoria la sagoma di Alfred Hitchcock) con un filo di illuminazione (la compostezza di Fabrizio Paluzzi) che esaltava la figura e allo stesso tempo esalava tutta quella forsennata pece caravaggesca, quel buio dell’anima che quasi si mangiava l’intera scena, come un buco nero l’Universo, inglobando anche i nostri occhi. Lo spazio scenico (di Francesco Vitelli), che Oliva riempie con corpo e voce, vede una striscia sul fondale, diviso da un separé di velatino, al di là del quale albeggia uno studio o uno spogliatoio, un ambiente lontano che non riusciamo a toccare ma soltanto ad intravedere fuggevolmente senza mai coglierne appieno la materia, un vedo-non-vedo mistico e misterioso.

Oliva-Roatta, mentre passa da una maglietta ad un completo a doppio petto, cappello e ventiquattrore tornando ad essere un borghese manageriale, contabile, presentabile soprattutto negli ambienti giusti, ci instrada e ci fa edotti sull’uso dei veleni nei conflitti bellici di quell’Italia che non era soltanto fatta di “italiani brava gente”. Un testo (dovrebbe essere visto da più spettatori possibili, come tema e come interpretazione attoriale, nelle scuole) netto, tosto, secco e duro, senza concessioni, che a tratti fa rabbrividire per una violenza mai esposta, mai sguaiata, mai fuori giri, tutta controllata: “Non ci sporcavamo le mani, ce le lavavamo nel sangue”. E poi le decine di migliaia di beduini abbattuti fatto passare per progresso: “La chimica fa miracoli”, dice senza ironia né spavalderia da bullo. “Io non mi pento, io ho eseguito gli ordini” ripete più volte, senza comunque voler né banalizzare né forzatamente convincere gli astanti, non si arrovella, non si maledice, non si contorce nel dolore, la sua “non era crudeltà ma precisione, era una lezione”. Nessuna indulgenza, nessuna compassione: “La pietà è un delitto”. E così i corpi bruciati, fucilati, gasati, il terrore, gli stermini, i rastrellamenti, la cruda amministrazione e ragioneria dei decessi, il tutto con efficienza senza odio. Parole come Patria, onore, disciplina prendono un retrogusto di rigore, di insegnamento, di dottrina, di verità. Oliva è un Cavaliere oscuro che non si sente mai colpevole; statuario, solido, marmoreo dalla postura ardita, aulico, tenace, feroce senza dover dimostrare crudeltà, non c’è tormento né amarezza nelle sue parole, mai scomposto nella sua analisi. E’ il nostro lato marcio ben nascosto, a volte dall’ipocrisia altre dal benpensantismo, dalle convenzioni come dalla morale cattolica. Noi lo guardiamo come si guarda la nostra possibile deriva. E’ il mostro che ci alberga dentro, dentro il nostro vaso di Pandora da non scoperchiare, dentro le nostre regole sociali che spesso vacillano, dentro la nostra borghesistudine azzoppata e ammaccata.

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