Particolarmente pregevole risulta questa raccolta di testi critici del poeta e saggista Gian Piero Stefanoni nella quale ha deciso di raccogliere suoi testi, tra recensioni e brevi saggi, su numerose opere e autori che si sono contraddistinti per la loro produzione letteraria in una lingua altra rispetto a quella nazionale.
Sono, infatti, contemplati una serie di testi di agevole lettura e al contempo ricchi di riferimenti per eventuali approfondimenti ai testi analizzati o citati, un ampio numero di autori, tra viventi e non, che hanno fatto dell’uso della lingua nativa una delle peculiarità distintive della propria attività scrittoria.
Stefanoni passa in rassegna, con l’acume critico che gli è proprio e di cui si ha avuta evidenza in precedenti lavori saggistici (ricordo il recente Lettera da Malta sul grande letterato maltese Oliver Friggieri), autori più o meno noti a livello nazionale che hanno scritto e stanno scrivendo pagine della storia della letteratura. Stefanoni li inserisce in questo lavoro che non ha pretesa di esaustività e che può considerarsi continuamente in fieri sotto l’azzeccato e incisivo titolo di Biografia delle voci.
Una prima sezione del libro contempla le riflessioni critiche attorno alla vita e all’attività letteraria di una serie di autori, a rappresentare tutte le venti regioni italiane, con i loro rispettivi dialetti. Le note di lettura, come specifica l’autore del volume, sono state scritte, a parte poche eccezioni precedenti, nel periodo 2021-2022 e pubblicate su una serie di riviste e blog online con l’unica aggiunta successiva del testo dedicato ad Anna Maria Bacher che è del 2024.
La decisione di aver raccolto tutti questi contributi in volume, in un’opera unitaria, è stata saggia e credo vincente perché la lettura che si ha di quest’opera è profondamente arricchente tanto per lo studioso di poesia e letteratura quanto per coloro che apprezzano le discipline etno-antropologiche, riconoscendo nel dialetto e in forme linguistiche oriunde e identitarie uno dei principali esempi di legame e significazione con la terra delle origini.
Solo per citare alcuni degli autori contemplati in questa sezione vale la pena ricordare l’esperienza di Marco Gal (1940-2015) nel patois particolarissimo della lingua franco-provenzale ancora in parte conservata e usata nella forma scritta in Valle d’Aosta; Dino Marino Tognali (1929-2014) col suo dialetto della Val Camonica; la poetessa e critico Maria Lenti (n. 1941) con l’urbinate; Crescenzo del Monte (1868-1935) con l’inedito linguaggio misto di ebraico antico e volgare romano; Davide Cortese (n. 1974) coll’eoliano di Lipari (Isole Eolie). Il campionario è comunque molto vasto e l’acquistare e il leggere il volume sono ragioni validissime per scoprirne la totalità dei contenuti.
C’è una seconda sezione che porta come titolo “Lingue minoritarie e fuori confine” dove Stefanoni ha inserito una serie di autori che, dentro o fuori dal contesto nazionale, hanno usato lingue diverse, derivate da tradizioni antiche o, nel caso parlate nel nostro Paese, quali sacche di resistenza e conservazione nella forma, appunto, delle minoranze. La diversa conformazione dei confini geografici del nostro Paese a seguito dei conflitti internazionali e ai relativi trattati che ne sono seguiti non ha fatto seguito, com’è naturale che sia, a una demarcazione netta anche in termini linguistici dei vari territori ed ecco il motivo per cui in tale sezione troviamo poeti come Andreina Cekova Trusgnach (n. 1961), nativa di San Leonardo (UD), fertile autrice nel dialetto sloveno delle Valli del Natisone in una zona che è stata definita la “Slavia friulana”.
Fanno parte di questa seconda parte del lavoro anche poeti e poetesse che hanno aderito a una volontà di difesa identitaria e di rivendicazione all’appartenenza dei propri spazi con particolare attenzione alle minoranze linguistiche del ladino (Roberta Dapunt) e di forme miste di lingua locale col vicino tedesco nel nord Italia com’è il caso della lingua utilizzata da Norbert C. Kaser (1947-1978). C’è il caso particolarissimo del titsch, un tedesco medievale che lotta per la sopravvivenza, di Anna Maria Bacher (n. 1947) e di altre minoranze la cui presenza nel nostro territorio andrebbe approfondita con un’investigazione più attenta in relazione alla storia e ai meccanismi secondo ai quali si è imposta (e si è conservata) in determinati territori piuttosto che altri. Ne sono esempi il griko salentino nel caso del poeta Salvatore Tomasi (n. 1950), il catalano parlato ad Alghero di cui è portavoce in poesia Antoni Canu (n. 1929), il sardo-corso di Giuseppe Tirotto (n. 1954) fino all’arberëshe (antico albanese) di Giuseppe Schirò Di Maggio (n. 1944).
Un caleidoscopio di lingue e di esperienze personali quelle che Stefanoni raccoglie con la sua opera critica che ci permette di allargare i confini rispetto alla semplice partizione tra poesia in lingua italiana e dialettale e che chiama in causa motivi storico-geografici-geopolitici e sociali per studiare i casi, le situazioni e le difficoltà delle varie minoranze linguistiche che, pur con difficoltà e grazie all’impegno di persone come gli autori citati, vengono non solo conservate ma promosse col fine di trasmetterne la tradizione alla posterità.
Lorenzo Spurio
Le note di lettura, come specifica l’autore del volume, sono state scritte prevalentemente nel periodo 2021-2022 e pubblicate su una serie di riviste e blog online con poche eccezioni precedenti e quella del testo dedicato ad Anna Maria Bacher che è un’aggiunta successiva, del 2024.

