“Il lutto si addice ad Elettra”: il filo rosso intriso di sangue che collega la tragedia classica al dramma borghese

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Il capolavoro di Eugene O’Neill “Il lutto si addice ad Elettra”, nella regia di Davide Livermore che guida un cast di qualità assoluta, è arrivato al Politeama Rossetti di Trieste dal 5 all’8 febbraio 2026.

Si tratta di un vero capolavoro della drammaturgia del Novecento, capostipite del profondo rinnovamento della drammaturgia americana, scritto nel 1931. È il filo rosso che collega e unisce mito e psicoanalisi, dramma borghese e tragedia classica. Scavare nelle profondità della psiche, affrontare fantasmi del passato familiare e riflettere su una visione esistenziale e tragica della vita, è talmente caratterizzato e caratterizzante dell’intera opera di ‘O Neal che gli venne assegnato, nel 1936, il premio Nobel per la Letteratura, a coronamento di un percorso che ha portato il teatro statunitense al centro della scena internazionale.

O’Neill analizza come oggi il percorso personale e il senso collettivo si illuminino attraverso il singolo individuo. Ognuno deve trovare il proprio cammino e diventare giuria di se stesso. L’autore, attento alle rivoluzioni sociali, sottolinea che la vera rivoluzione avviene nella responsabilità individuale nella felicità personale, cosa che può portare un cambiamento condiviso nella società. Il trasferimento moderno dei miti classici nella trilogia “Mourning becomes Electra” (“Il Lutto si addice ad Elettra”), dominata dal senso del Fato, confronta la tragedia antica e la versione di O’Neill, in cui i personaggi diventano più psicologici e vicini alla sensibilità contemporanea. L’influsso delle teorie psicoanalitiche di Sigmund Freud (all’epoca in piena espansione e divulgazione) è estremamente percepibile nel testo.

Questa riscrittura dell’Orestea di Eschilo, sebbene sia stata rispettata la struttura del trittico (nel  dramma in oggetto cpmppsta da: “Il ritorno”, “L’agguato”, “L’incubo”), viene collocata in un contesto moderno cioè nel Nord America, post-Guerra di Secessione, con la famiglia di Ezra Mannon (un generale la cui crasi di nome e cognome indubbiamente riecheggia il nome Agamennone). Per gli attori, l’approccio al testo attuale è stato definito “una goduria”, data la estrema complessità psicologica dei personaggi.

Parallelismi tra le tematiche antiche (maledizione, colpa) e le problematiche contemporanee (traumi relazionali) si intrecciano e si rimpallano reciprocamente tanto da indurre lo spettatore “contemporaneo” quasi a fare il tifo ora per uno ora per l’altro personaggio.

Le dinamiche tossiche e i traumi familiari che si tramandano sono sottolineate e dichiarate nella battuta finale “i morti non possono morire”.

Il sipario aperto e la scena chiusa da un drappo nero, fiondano immediatamente lo spettatore nell’atmosfera di un lavoro mastodontico, complesso e pieno di pathos (in effetti poco rappresentato, ahinoi!, in Italia).

L’alzarsi di questa coltre nera svela al centro della scena una radio in radica di noce, perfetto stile anni ’40-’50, con a fianco una fanciulla seduta che ascolta l’incipit della versione radiofonica italiana, realizzata nel 1956, del dramma di ‘O Neil, elencando, quali interpreti, nomi eccellenti del teatro italiano dell’epoca, tra cui Salvo Randone, Alberto Lupo, Aroldo Tieri. La stessa radio annuncerà l’inizio di ognuna delle tre parti.

Sullo sfondo, un gorgo, un vortice squadrato in bianco e nero, che si restringe sempre più verso il fondo e termina con uno specchio, aumenta la percezione di una situazione sempre più psichedelica, onirica, e non si comprende se lo specchio è il punto di origine o l’abisso finale. Riecheggia la vertigine del film di Hitchcock “La donna che visse due volte” (1958) oppure “L’anno scorso a Marienbad” di Alain Resnais (1961), film con geometrie, specchi e movimenti circolari / vorticosi che danno un senso di gorgo temporale e mentale infinito, quasi un labirinto ipnotico.

La regia è di Davide Livermore, amato e acclamato regista di prosa e di opere liriche (per quattro volte ha firmato l’apertura di stagione alla Scala di Milano). Torinese un po’ anomalo, con origini materne piemontesi, torinesissime, e paterne anglo-toscane, dal 2019, è il direttore del Teatro Nazionale di Genova.

La sua magnifica chiave di lettura dell’opera fa sì che il coinvolgimento degli attori sia tale da generare una compagnia totalmente affiatata e capitanata da sublimi attori di immenso calibro come Elisabetta Pozzi e Paolo Pierobon: appaiono realmente come i componenti di una famiglia allargata. Lo spettacolo è di una potenza deflagrante.

Elisabetta Pozzi è una Christine magnifica. È stata già protagonista, però nel ruolo della figlia Lavinia, in una versione magistrale del 1997 (Roberto Alpi, Mariangela Melato, Massimo Popolizio, regia del grande Luca Ronconi). Entra in scena con un abito di lucente seta bordeaux, con gonna a ruota e svolazzante sottogonna, stile Anni ’50, che accompagnano tutti i suoi ampi movimenti, e “reca in mano” un mazzo di rose nere: mazzo che resterà presente, con varie e cupe collocazioni, in tutte le scene del dramma.

Linda Gennari è una Lavinia stupenda nella sua continua metamorfosi. Si trasforma passando dalla dolce e tenera “non più bambina”, all’inquietante adolescente dalle spalle strette, la testa rincalcata nel collo e lo sguardo cupo, come le gemelle di “Shining” di Stanley Kubrick, alla vezzosa e consapevole donna che vuole porre ed essere la parola “Fine” di una dinastia dannata; imita e sostituisce la odiata madre in tutto e per tutto: dall’abbigliamento (il suddetto abito rosso bordeaux), all’acconciatura, alle movenze, agli atteggiamenti nei confronti di tutti.

Paolo Pierobon è regale ed irraggiungibile nella sua maestosa entrata in scena. È un Ezra Mannon davvero egregio, come lo si immagina: severo e dolce, coinvolto ed estraneo, superiore e dubbioso, geloso e distante, illuso e presente.

Un elogio enorme va a Davide Niccolini, che si è spostato dal ruolo di Peter a quello di Orin (e ho detto “Orin”!) a causa di una persistente indisposizione di Marco Foschi e, in un tempo brevissimo (un paio di giorni), ha introiettato, interpretato e vissuto il personaggio con tanta forza, passione e immedesimazione da lasciarci davvero a bocca spalancata. Il super giovane Diego Cerami (Peter), l’altro protagonista di queste “sliding doors”, ha debuttato magnificamente, interpretando il tutto ruolo con maestria.

Ovviamente non posso non citare Aldo Ottobrino (Adam Brant) e Carolina Rapillo (Hazel Nile), anche loro con un afflato talmente convincente da lasciare davvero storditi.

Comunque una sinfonia fantastica di attori e personaggi, il cui tessuto connettivo è stato: l’incombere del bianco candido e del nero più profondo (alternanza che ritroviamo anche nella bandiera americana posta in fondo alla scena durante le esequie di Ezra, vessillo che perde i suoi sgargianti e ben noti colori per appiattirsi verso il fondo del vortice) e di poche, significative e incisive pennellate di colori (scene di Davide Livermore); gli eleganti e perfetti costumi da sogno di Gianluca Falaschi; le luci di Aldo Mantovani, con queste ombre enormi incombenti sulla storia oppure con queste lampade tremolanti nelle quali ho visto la precarietà e l’inaffidabilità di situazioni e affetti. Le musiche di Daniele D’Angelo sono sublimi. Sottolineano ogni attimo, senza però distrarre neanche un momento l’attenzione. Mi hanno riportato alla mente la presenza del coro greco i giri di basso continui e persistenti, intervallati da attimi melodici e da brani di Cole Porter, George Gershwin, nonché l’iconico “John Brown’s Body”.

I cambi di scena sono agevolati dal riproporsi del lugubre telo nero (che ricopre tutto, fisicamente e metaforicamente), accompagnato da musica. Sono parsi molto lunghi ma io li ho apprezzati molto perché spezzavano al momento opportuno l’incontenibile tensione del dramma e lasciavano anche qualche attimo di riflessione interiore.

La traduzione e l’adattamento, a cura di Margherita Rubino, evidenzia ancor più come questo testo segni la nascita del Teatro Americano, legandosi profondamente alla tradizione teatrale europea. Il linguaggio risulta diretto e la trama intensa, con personaggi dalla psicologia contorta e complessa, tale da riportare la mente ad un “noir”. La nuova lettura si collega e si lega ancora di più alle tensioni del nostro tempo.

Indubbiamente una tragedia “americana” di tale genere, che riecheggia il tema, la struttura e il leitmotiv di una tragedia per antonomasia, cioè quella greca, lascia sempre attoniti. Se ripensiamo agli anni ’50, periodo in cui Hollywood regalava al mondo un’America tutta perfetta, case, macchine e abiti da sogno, sbattiti di ciglia e situazioni deliziose e patinate, all’interno dei nuclei familiari si riperpetuava ciò che era stato descritto millenni prima. Dopo 2.500 anni, ancora una volta ci rendiamo conto che l’uomo è sempre lo stesso e che, sebbene anche le premesse siano le stesse, siamo sempre abbandonati e trascinati nel vortice del nostro specchio del confessato e dell’inconfessato. Guardiamo con distacco certe situazioni violente e incestuose e siamo capaci di rimanere incollati per più di 3 ore a quello che ci sembra ancora un orrore, sebbene ai giorni nostri sia stata ben che sdoganata tanta violenza. Poi però riusciamo a canticchiare, durante gli applausi finali lunghi e numerosi, un brano standard americano di Cole Porter che invita gli attori a ballare serenamente e, alleggerita così la pressione dell’enorme tensione della pièce, torniamo a casa tutti un po’ più sereni. Va così. Così reagiamo, attori e spettatori. Per fortuna.

Da Trieste per oggi è tutto.

Rosa Zammitto Schiller

 

IL LUTTO SI ADDICE AD ELETTRA
di Eugene O’Neill
regia: Davide Livermore
traduzione e adattamento: Margherita Rubino
personaggi e interpreti:
Christine Mannon: Elisabetta Pozzi
Ezra Mannon: Paolo Pierobon
Lavinia Mannon: Linda Gennari
Orin Mannon: Davide Niccolini
Adam Brant: Aldo Ottobrino
Hazel Niles: Carolina Rapillo
Peter Niles: Diego Cerami
Scene: Davide Livermore
Costumi: Gianluca Falaschi
Musiche: Daniele D’Angelo
Luci: Aldo Mantovani
regista assistente: Mercedes Martini
produzione: Teatro Nazionale di Genova

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