L’illusione dell’“apertura” e la rovina delle anime

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Una denuncia alla luce della dottrina cattolica perenne
«La Chiesa deve aprirsi».
Questa affermazione, ripetuta ossessivamente da don Alberto Ravagnani, è divenuta uno slogan vuoto che, sotto apparenze pastorali, nasconde una profonda deviazione teologica. Non si tratta di una semplice scelta comunicativa, ma di una visione ecclesiale che sovverte il fine stesso della Chiesa, che non è l’inclusione mondana, bensì la salvezza eterna delle anime.
San Pio X, nella Pascendi Dominici Gregis, denunciava già con lucidità profetica il modernismo come «sintesi di tutte le eresie», perché dissolve la verità oggettiva della fede per adattarla allo spirito del tempo. È esattamente questo lo spirito che anima una pastorale che rifiuta di chiamare il peccato con il suo nome e che considera la conversione un ostacolo invece che una necessità.
La Chiesa non “si apre”: la Chiesa converte
La Chiesa di Cristo non è mai stata chiamata ad aprirsi al mondo, ma a separarsi dal mondo per salvarlo.
San Paolo è inequivocabile:
«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo» (Rm 12,2).
Quando un sacerdote afferma che la Chiesa sarebbe “chiusa” perché non rinuncia alla propria dottrina morale, egli accusa implicitamente il Vangelo di essere inadeguato. Ma il Vangelo non ha bisogno di essere aggiornato: è eterno. È l’uomo che deve convertirsi, non Dio che deve adattarsi.
Pio XII, nella Humani Generis, ammoniva contro coloro che, in nome di una falsa carità, «svuotano i dogmi del loro contenuto», riducendo la fede a sentimento e la morale a opinione. Questa è esattamente la radice del qualunquismo teologico oggi tanto diffuso: tutto è relativo, nulla è più vincolante, nessuno è più chiamato a cambiare vita.
Un Vangelo senza peccato, una grazia inutile
La predicazione che evita sistematicamente il tema del peccato mortale, del giudizio e dell’inferno non è misericordiosa: è ingannevole.
Cristo stesso ha parlato più volte dell’inferno, e lo ha fatto per amore, non per crudeltà.
San Paolo ammonisce con parole tremende:
«Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né effeminati… erediteranno il Regno di Dio» (1 Cor 6,9).
Tacere queste verità significa disarmare le anime, lasciarle senza difesa davanti al peccato, privarle della coscienza del pericolo. E una pastorale che non conduce alla confessione frequente, alla penitenza, alla vita di grazia, non conduce a Cristo, ma a una falsa pace che prepara la rovina spirituale.
Il sacerdote e la tentazione della vanità
Il sacerdozio non è un ruolo sociale, ma una configurazione ontologica a Cristo Sacerdote e Vittima.
Pio XII ricordava che il sacerdote è «segregato dal mondo», non per disprezzo, ma per essere segno del Cielo.
Quando invece il consenso del mondo, l’applauso, la visibilità mediatica diventano criteri pastorali, allora la vanità e la superbia spirituale prendono il posto dell’umiltà sacerdotale.
Ma Cristo non ha detto: “Sarete applauditi”, bensì:
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima ha odiato me» (Gv 15,18).
Un sacerdozio che non disturba più nessuno ha smesso di essere profetico.
I frutti della teologia conciliare degenerata
Don Ravagnani appare come un frutto maturo della teologia conciliare più secolarizzata, quella che ha assorbito il liberalismo moderno e ha trasformato la pastorale in psicologia, la morale in dialogo, la dottrina in opinione.
I frutti sono sotto gli occhi di tutti: fedeli emotivamente coinvolti ma spiritualmente vuoti, rassicurati ma non convertiti, accompagnati ma non santificati.
Cristo ha detto: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16).
E frutti che non conducono alla santità non vengono dallo Spirito Santo.
Supplica finale
Con dolore, ma con senso di responsabilità davanti a Dio, eleviamo una supplica:
che don Alberto Ravagnani ritorni alla pienezza della fede cattolica, alla chiarezza della dottrina perenne, alla consapevolezza tremenda dell’indelebile sacramento sacerdotale che porta impresso nell’anima.
Che ricordi che il sacerdote non è padrone del Vangelo, ma suo servo.
Che abbandoni ogni compromesso con lo spirito del mondo e torni a indicare la via stretta che conduce alla vita, anche quando è scomoda, anche quando costa.
Perché il sacerdozio non è un microfono, ma una croce.
E solo dalla croce nasce la salvezza.

Andrea Rossi

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