La lirica porta con sé un’intensità che non si limita a emozionare: travolge. In Plenilunio, Pinuccia Mazzola non descrive un sentimento, ma lo lascia affiorare come un’onda che sale dal profondo e tocca ogni parte del corpo. La luna diventa una presenza viva, quasi una mano che sfiora, una luce che scioglie ciò che dentro è rimasto in ombra troppo a lungo.
Mazzola ha una qualità rara: sa trasformare la vulnerabilità in un luogo sacro. Nei suoi versi la pelle non è solo pelle, è memoria; la schiena non è solo schiena, è orizzonte; la risacca non è solo mare, è un gesto che consola. Ogni immagine è un battito, un tremore che non si può ignorare. La poetessa non teme la profondità emotiva: la attraversa con una delicatezza che brucia, perché è vera.
Le “ombre tempestose” non vengono nascoste: vengono accolte come parte essenziale dell’essere. È qui che la poesia diventa davvero coinvolgente. Mazzola guarda l’interiorità con una tenerezza che non attenua il dolore, ma lo rende umano, condivisibile. La sua voce non si limita a raccontare: abbraccia.
Il verso finale, “in attesa d’amore”, è un colpo al cuore. Non è una semplice chiusura: è un’apertura totale, un respiro che resta sospeso e che chi legge sente proprio. In quella attesa c’è la verità più profonda della poetessa: la certezza che l’amore, quando arriva, riconosce chi ha saputo restare luminoso anche nel silenzio, anche nella notte.
Giuliano Angeletti
PLENILUNIO …
L’orizzonte, curvato
da un lieve raggio di sole, sparisce.
Spunta la luna.
La schiena, esaltata
dai pallidi riverberi
accende il desiderio.
La pelle vibra al leggero tocco
delle dita.
Mille orchestre suonano per noi
una sinfonia pacata ,infinita,
silente, quasi inesistente.
Le labbra sfiorano
ombre tempestose
racchiuse in me.
La risacca lambisce
le mie palpebre,
le mie tempie
le mie membra
in attesa d’amore.
Pinuccia Mazzola

