Gli anni non tolgono il fascino a “Le Parc”, in questi giorni all’Opera di Parigi

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Andare e Parigi è sempre un’esperienza bellissima e lo è ancora di più se nei vari programmi in città è compreso quello di assistere ad uno spettacolo al Palais Garnier, sede dell’Opera. Questa splendida costruzione risale al 1861, quando Napoleone III decise di costruire un nuovo teatro dell’opera nell’ambito della grande ristrutturazione di Parigi diretta dal barone Georges-Eugène Haussmann che ricoprì l’incarico di prefetto del dipartimento della Senna dal 23 giugno 1853 al 5 gennaio 1870. Il progetto fu affidato all’architetto Charles Garnier, che disegnò il lussuoso edificio che si erge maestoso in Place de l’Opera, nel IX arrondissement di Parigi. Purtroppo la bellissima facciata è attualmente in restaturo, un grande progetto di lavori che durerà ancora diversi anni, e che non consente di essere ammirata nella sua completezza, ma gli interni del teatro sono ancora quelli di una volta ed ecco che appena entrati ci si immerge in quelle atmosfere ottocentesche che ci fanno sognare.

Come ci ha fatto ancora una volta sognare Le Parc di Angelin Preljocaj, balletto composto nel 1994 appositamente per il Corps de Ballet de l’Opéra National de Paris e che da trentadue anni continua ad affascinare per la sua eleganza e finezza nell’argomento trattato: l’amore. Il coreografo ha scelto alcuni dei pezzi più celebri di Mozart e si è ispirato a manoscritti di scrittori francesi del XVII sec. per conoscere e scoprire il mondo dei sentimenti dell’epoca, i modi di comportamento negli approcci amorosi, nonchè lo spirito precursore dell’età dei Lumi. Le note di Mozart sono il giusto parterre su cui Preljocaj esplora e celebra l’amore e il desiderio in ogni sua sfacettatura.

Come preannuncia il titolo, Le Parc è ambientato in un giardino alla francese in epoca barocca, dove appunto si assiste ai giochi amorosi che nascevano tra giovani amanti dell’epoca. Il balletto è suddiviso in tre atti, in cui si tenta di ricreare l’atmosfera originale di quegli anni, ma la cosa interessante è che non sono minuetti, pavane o passacaglie a dilettarci, ma il linguaggio coreografico tipico di Preljocaj, alquanto contemporaneo, che contrasta felicemente con il giardino squadrato e simmetrico, corrispondente all’estetica dei giardini settecenteschi. Il vocabolario gestuale adottato del coreografo albanese per questa sua creazione è totalmente nel suo stile: linee spezzate, corpi obliqui, piccoli salti, teste inclinate, portés acrobatici e meravigliosi come quello dell’ultimo quadro, famosissimo per il lungo bacio sospeso in aria.

Ma non è solo la musica di Mozart a scandire le scene del balletto, il contrasto vincente è quello creato dalle note dell’artista multimediale  Goran Vejvoda che aprono i diversi quadri in cui si aggirano (quasi furtive) quattro figure simboliche, « giardinieri cupidi » vestiti di nero e con delle mascherine sugli occhi. Angeli o diavoli?… Non si sa, ma sicuramente personaggi di effetto per dirigere e intervenire su quanto accadrà nel quadro successivo.

Il primo atto coinvolge l’ensemble del Corpo di ballo e si svolge in un’atmosfera gioiosa, simulando giochi innocenti come quello delle sedie che ragazzi e ragazze si rubano a vicenda. Un disegno coreografico che evidenzia particolarmente la struttura musicale di ciascuna frase della partitura mozartiana. Tanta simmetria che ricorda una scacchiera su cui Preljocaj ha articolato passi, schermaglie, tutti i giochi di seduzione riscontrabili soprattutto fra gli adolescenti. Ma tutto si evolve e nel secondo atto le tonalità della scena sono più sobrie, siamo al tramonto ( bellissimo il disegno di luci di Jaques Chatelet),  è il momento in cui le emozioni possono iniziare a manifestarsi liberamente, quello in cui le Dame si divertono, spogliandosi delle ingombranti vesti, sorridendo dell’amore e gli uomini via via soccombono. Icorpi iniziano allora a toccarsi in maniera meno nascosta, più disinibita, cedendo al desiderio. Bellissimo il pas de deux conclusivo del secondo atto, che appare doloroso come un atto di tradimento: la donna respingerà le avances del partner dopo averle in un certo senso fatte nascere. Ma saranno le tenebre del terzo atto a far calare definitivamente le barriere d’amore. Ed è in questo atto, nel suo finale, che troviamo il celebre pas de deux ballato sull’Adagio del concerto per pianoforte e orchestra n.23, K488. Tanto bello e perfetto da potersi considerare anche una parte a sé stante del balletto. Il tono drammatico che lo contraddistingue è quello dell’Adagio stesso. Un gioco di corpi che si scoprono, toccandosi, accarezzandosi, un rapporto amoroso vissuto all’inizio in maniera sofferta e dolorosa, che via via cresce sempre più d’intensità ora sulle note del pianoforte, ora su quelle dell’orchestra che compongono l’Adagio. Il culmine è in un bacio, che inizia delicatamente, proprio come si presenta all’udito la specifica nota del pianoforte per svilupparsi poi in cielo attraverso una spirale di corpi che gira fino all’alzarsi dal suolo di lei. Apice della coreografia, momento davvero emozionante, fino ad esaurirsi in un abbraccio.  Il cavaliere, dopo aver compiuto l’ultima evoluzione per terra, accompagnato dalle braccia della partner si alza, la prende in braccio e delicatamente, con passi silenziosi, scompaiono dietro le quinte. A chiudere il tutto però è la creazione sonora di Goran Vejvoda, comprensiva di un denso silenzio che cala sul lavoro dei quattro operai che si acquietano. In lontananza si odono le voci cristalline e gioiose dei bambini, il mondo si sveglia pronto a rinnovarsi per nuovi giochi del cuore.

Perfetto il corpo di ballo dell’Opera di Parigi in cui senz’altro spiccano i due danzatori protagonisti della serata del 7 febbraio, Amandine Albisson et Marc Moreau. Atletici, scattanti assolutamente adeguati al ruolo i quattro giardinieri Chun Wing Lam, Daniel Stokes, Isaac Lopes Gomes, Manuel Giovani. Un particolare plauso a Letizia Galloni, di padre italiano, entrata alla scuola di ballo dell’Opera di Parigi nel 2001 e nel corpo di ballo della compagnia nel 2009. Ragazza di grande talento che si è distinta fra le altre per fluidità e sensualità nei movimenti. Un eccellenza di cui sentiremo molto parlare in futuro.

Ottima anche l’orchesta che ha suonato i brani di Mozart sotto l’attenta e sapiente bacchetta di Zoe Zeniodi, direttrice principale dell’Orchestra Filarmonica di Buenos Aires, la musica di Vejvoda era invece registrata.

Le Parc sarà in scena al Palais Garnier fino a mercoledì 25 febbraio.

Francesca Camponero

Foto Yonathan Kellerman

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