I grandi del Cinema Italiano – Francesco Rosi alla ricerca della verità

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Francesco Rosi, regista e sceneggiatore italiano,  nacque a Napoli, il 15 novembre 1922.  Figlio di Sebastiano Rosi, calabrese, direttore di un’agenzia marittima e caricaturista per i periodici napoletani. E di Amalia Carola,  casalinga di Napoli. Donatella Baglivo: Iniziamo dall’infanzia?. Francesco Rosi: “Cominciare dall’infanzia mi sembra una cosa remota, tu vuoi sapere come mi è nata la passione per il cinema? Mio padre era  un grande appassionato sia di fotografia che di cinema. Fece la grande guerra, quella del 15-18, si portò al fronte un apparecchio fotografico col quale fece delle bellissime fotografie e alcune di queste mi sono servite dopo molti anni come documentazione per un mio film su quella guerra. Mio padre mi portava al cinema sin da quando ero proprio ragazzino, con lui vidi il film di Charlie Chaplin, di Charlot, “The kid, il monello”. Mi ricordo bene quella domenica, avrò avuto 3 o 4 anni. Da bambino assomigliavo al piccolo protagonista Jackie Coogan, tant’è vero che mio padre mi faceva delle fotografie abbigliato alla sua maniera. Una grande Major americana fece un concorso fotografico alla ricerca di un bambino che assomigliasse a Jackie Coogan, il premio sarebbe stato un viaggio a Hollywood. Mio padre vinse, però a Los Angeles non potemmo andarci perché mia madre si oppose, così perdemmo quest’occasione di andare in America. Durante l’estate, passavo le vacanze a Posillipo, dove conobbi Raffaele La Capria, che divenne mio grande amico e collega di lavoro. Dal 1934 frequentai  il liceo ginnasio Umberto I, dove feci amicizia con Giorgio Napolitano, Antonio Ghirelli, Francesco Compagna, Achille Millo, Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Barendson e Rosellina Balbi. Volevo andare al centro sperimentale di cinematografia, ma mio padre mi disse “Prenditi una laurea, poi fai quello che vuoi”. Nel 1940, durante la guerra, mi iscrissi all’Università Federico II di Napoli. Con i miei amici frequentavo  teatro, cinema, e letteratura. Al “Circolo degli Illusi” mettemmo in scena atti unici di Patroni Griffi, di Ghirelli e Napolitano. Il 3 febbraio 1943 venni chiamato alle armi, quindi andai a fare il corso degli ufficiali a Firenze, dopo l’ armistizio, per non essere arrestato dai tedeschi, mi nascosi. D.B.: Perchè durante il fascismo sei dovuto andare via da Firenze? F.R.: Io ho fatto la clandestinità a Firenze con giustizia e libertà, ho passato un lungo periodo nascosto, perché per chi non si fosse presentato ai fascisti repubblichini o ai tedeschi c’era la pena di morte. Mi ero nascosto con alcuni amici perché non avevo fatto in tempo a scappare sulle montagne, prima siamo finiti in Toscana e poi ci siamo nascosti in casa della mamma di Ernesto Rossi. Lì c’era Carlo Ludovico Raghianti che era il capo della resistenza, del comitato di liberazione nazionale;  durante la clandestinità noi giovani ci tenevamo occupati con la lettura della biblioteca di Rossi, avevamo anche i giornali del partito , quindi era un privilegio e  ogni tanto  Raghianti veniva a farci lezioni di critica d’arte e si parlava di cosa fare dopo la Liberazione. Poi siamo dovuti scappare perché i nazisti entravano nelle case sulle spiate, e ammazzavano la gente. Nel 1944 quando sono tornato a Napoli, ho trovato i miei amici che lavoravano a Radio Napoli, all’EIAR,  così si chiamava allora la Rai. Alla radio c’era Ettore Giannini, un grande regista di teatro, col quale abbiamo lavorato quasi tutti. Partii poi per Milano dove lavorai al quotidiano Milano Sera, dove conobbi Alfonso Gatto. Nel 1946 mi sono trasferito a Roma, entrando nella Compagnia del Teatro Quirino di Orazio Costa dove Ettore Giannini mi propose di lavorare come assistente.  D.B.: Vuoi raccontarci come sei arrivato a Roma, e la Roma di oggi?  F.R.: Roma per me è una città straniera, io  vivo a Roma da Napoletano o da uomo del mondo perché mi considero così. Roma è una città stupenda, ma non è la mia città, la mia cultura, la mia città è Napoli. Effettivamente dove vado mi trovo bene perché mi piace il mondo, mi piace la vita e mi piace vedere e capire come vive la gente. F.R.:  Nel 1947 recitai con Nino Taranto in “Dove sta Zazà” di Giorgio Simonelli. Poi girai per l’Italia con uno spettacolo di rivista intitolato ”E lui dice” con la Compagnia di Adolfo Celi.  Nel mondo del cinema ci sono entrato per mantenermi, non avevo nessuna voglia di dire a mio padre “Mi devi mantenere”. Avevo lasciato la facoltà di giurisprudenza, non mi ero voluto laureare perché ritenevo che fosse tempo perso dato che facevo anche il disegnatore, ho disegnato un sillabario ed illustrato un’edizione di “Alice nel paese delle meraviglie”. Avevo preparato uno studio su “I Malavoglia” di Giovanni Verga per partecipare al concorso di ammissione al Centro sperimentale di cinematografia, ma Luchino Visconti mi chiamò come assistente alla regia, assieme a Franco Zeffirelli, per il film “La terra trema” (1948). Luchino Aveva messo insieme un gruppetto di persone, alcuni erano dei professionisti di cinema, altri non lo avevano mai fatto, come me, Zeffirelli e l’ispettore di produzione; l’unico  che aveva fatto cinema, una sola volta, magnificamente, era Luchino con “Ossessione”. Siamo rimasti sette mesi ad Acitrezza realizzando quest’opera con attori presi dalla strada. Questa prima esperienza cinematografica è stata fondamentale per me in quanto ho avuto il privilegio di lavorare con Visconti, in un film che non aveva sceneggiatura e dovevamo improvvisare. Da quel film è nato da una parte il mio amore per la Sicilia e dall’altra la mia preparazione al metodo che poi ho fatto mio, l’ interesse per il cinema come strumento di testimonianza e documentazione, che poi è diventata la caratteristica dei miei film. Ha sostituito praticamente il centro sperimentale, quella è stata la mia scuola.  Con Luchino Visconti collaborai, in veste di aiuto-regista, anche per “Senso” (1953) e come sceneggiatore, al fianco di Suso Cecchi D’Amico, per “Bellissima”. “Visconti era un autore, un regista  instancabile, duro e allo stesso tempo giusto, comprensivo. Egli metteva i suoi collaboratori nella condizione più difficile, ma anche la più esaltante, per imparare”. Nel corso degli anni cinquanta, ho  continuato la mia attività di aiuto-regista e sceneggiatore: lavorando come assistente alla regia in ”Tormento” e “I figli di nessuno” di Raffaello Matarazzo e in “Domenica d’agosto” e “Parigi è sempre Parigi” di Luciano Emmer. Negli anni ‘50 la mia attività mi ha portato a collaborare con Ettore Giannini per “Processo alla città” di Luigi Zampa con la bellissima Silvana Pampanini e “Carosello napoletano”. Fui aiuto-regista di Michelangelo Antonioni ne “I vinti”; di Mario Monicelli in “Proibito”; di Emmer in “Terza liceo”  e “Il bigamo”.  Lavorai per la radio facendo la regia della serie radiofonica “Le novantanove disgrazie di Pulcinella”. Fui co-regista al fianco di Vittorio Gassman, di “Kean: genio e sregolatezza”.  D.B.: Visconti lo consideri il tuo Maestro?  F.R.:  Certamente lo è stato e di molti altri nel cinema italiano. Inoltre ho avuto anche la fortuna di collaborare a delle sceneggiature con Sergio Amidei, e Suso Cecchi D’amico, quindi anche nel campo della sceneggiatura ho avuto i migliori maestri. Contemporaneamente facevo anche il direttore di doppiaggio, poi ho avuto un’ altra occasione offerta da Visconti. Ho partecipato alla sceneggiatura di “Bellissima” un film diretto da lui e interpretato dalla Magnani. Lei aveva interrotto precedentemente un film diretto da Goffredo Alessandrini, “Camice rosse”. Visconti aveva promesso ad Anna che avrebbe terminato lui quel film.  Invece disse alla Magnani: “Ti do Rosi che è il mio aiuto regista, ed è in grado di fare questo lavoro”. E quindi mi sono trovato sulle spalle un incarico di grande responsabilità, per cui la mia prima prova di regista l’ho fatta con la Magnani, Raf Vallone, Jacques Arnas, Alain Cuny e ho dovuto girare quasi metà del film; anche quella è stata una scuola molto importante per me.                                                                                                                      Il mio primo film è stato “La sfida” del 1958, girato a Napoli, sulla camorra dei mercati generali. Il cinema italiano dopo la grande affermazione del neorealismo era entrato in crisi, il mio film costituì un momento di ripresa e di speranza. Ebbe molto successo e fui incoraggiato a portare avanti film di ricerca e di denuncia. La pellicola a Venezia ebbe il premio speciale della giuria, cioè il leone d’argento come prima opera, che divisi con Luis Malle, per il film “Les amants”. Fu molto apprezzato da registi come Kazan, Jules Dessin ed Henry Fonda. Quindi ho cominciato con la mia città che è Napoli; ma Napoli fino ad allora era stata rappresentata in un modo pittoresco, superficiale e invece  mi ero prefisso di trattare Napoli come una città di contraddizioni, nella quale la realtà drammatica era nascosta dietro un’apparenza di città felice. Per questo ho voluto raccontare una storia di camorra che si svolgeva all’interno della camorra e l’ho ambientata nelle strade, nelle campagne e nelle case napoletane.                                                                            1959: “I Magliariera girato tutto in Germania, ad Amburgo e Hannover,  racconta di un gruppo di strani personaggi napoletani che vagavano in giro per il mondo vendendo stoffe che tutto erano tranne che stoffe, così riuscii a documentare la rinascita di questa Germania. Era un film girato per le strade, nelle case vere,  con attori professionisti e non. Ho avuto uno staff molto importante, Alberto Sordi che qui era attore drammatico, Renato Salvatori e Belinda Lee, che interpreta una donna diventata cinica e che rinuncia all’amore perché non può e non vuole rinunciare al benessere. La Lee ci fornisce un ritratto abbastanza evidente della Germania del dopoguerra. A conferma del mio interesse per un cinema di testimonianza della realtà sociale e di attenzione ai problemi del paese. Nel 1962 ho realizzato “Salvatore Giuliano”,  è un film che ha raccontato le luci e le ombre della storia italiana. Ho cercato di approfondire il rapporto che c’era tra la mafia  e le istituzioni, cioè, lo Stato che ricorre alla mafia per vincere una battaglia che conduceva da anni, in maniera  infruttuosa, contro il bandito Salvatore Giuliano, imprendibile. L’ho fatto per esporre l’ipotesi che a differenza di quello che era stato affermato ufficialmente, il “bandito” non era stato ucciso in un conflitto a fuoco, dai carabinieri, ma era stato ucciso attraverso un patto stretto tra la mafia e alcune istituzioni dello stato. Il bandito fu trovato morto nel cortile di una casa di Castelvetrano, ma, come scrisse un grande giornalista italiano dell’epoca, Tommaso Besozzi, di sicuro c’è solo che è morto. Bisognava capire come si era arrivati a quella morte, io ho cercato di raccontarlo con questo film, cioè raccontare le cose che si sapevano, ma indicare anche le cose che non si sapevano: questa collusione tra  stato e mafia.  “Salvatore Giuliano” vinse l’orso d’argento a Berlino ma fu rifiutato alla mostra di Venezia perché dissero che non era un film ma un documentario. La verita’ e’ che non volevano problemi con la censura. Ho scelto di fare certi film con i nomi e i cognomi dei personaggi, dei protagonisti: Salvatore Giuliano, Enrico Mattei, Lucky Luciano. Ho scelto di rappresentarli con la verità della loro identità e di raccontare le storie come se fossero delle inchieste, senza prevaricare lo spettatore, volevo dare al pubblico la mia verità, offrendogli gli elementi per potersi fare un’idea personale.  1963: “Le mani sulla città”, girato a Napoli. Ben presto ci siamo resi conto che la realtà più evidente della città di allora era proprio il sacco edilizio, questa urbanizzazione selvaggia che avrebbe deturpato il volto e l’anima della mia Napoli. “Le mani sulla citta’” vinse il Leone D’Oro a Venezia malgrado il fatto che il contenuto del film fosse così forte, ed e’ ancora attuale, perché è un film che partendo da una denuncia di speculazione edilizia, racconta il meccanismo attraverso cui il potere economico si mette d’accordo con il potere politico corrotto, a volte con una notevole partecipazione della criminalità organizzata. Mostravo In che maniera questo potere criminale potesse diventare un potere politico, e anche  economico. Praticamente è quello che è stato tangentopoli, ma il mio film ha descritto questo meccanismo molti anni prima.  D.B.:   Cosa vuoi raccontare con i tuoi film?  F.R.:   Che cosa  ho fatto io con i miei film?  Mi sono, da una parte, preoccupato di raccontare il mio paese, dall’altra mi sono preoccupato di far capire alla gente, al pubblico, qual è la verità nascosta, attraverso uno strumento di conoscenza, di informazione ma anche uno strumento artistico, poetico, perché la creatività se non raggiunge certi risultati, non può interessare, e invece il problema è che un film deve riuscire ad essere interessante per il mondo e che abbia una sua durata nel tempo, dovrebbe essere sempre valido ed attuale anche dopo cento anni..  non dimentichiamo che il cinema e’ stato il primo strumento di comunicazione che è riuscito a far conoscere i popoli del mondo l’uno con l’altro. Nel 1964 sono partito per la Spagna per girare “Il momento della verità”. Poiché all’epoca c’era il regime di Franco, sapevo benissimo di non poter fare un film che raccontasse com’era la Spagna, però la storia di un giovane che veniva dalle campagne per lavorare in una fabbrica a Barcellona, che si è trovato di fronte allo sfruttamento più ignobile permette di descrivere la Spagna. Essendo lui dell’Andalusia e quindi conoscendo bene il toro, decide di diventare torero. E’ una storia raccontata attraverso un ottica realistica, allo stesso tempo è un film che fa capire tutto di quel mondo. Questo è considerato tra i migliori film sulla tauromachia, aggiungendo che il mio non è un film solamente sulla tauromachia ma è un film su una certa realtà spagnola.  Nel 1967 “C’era una volta“, è un film completamente diverso, è una favola realistica napoletana con Sophia Loren, bravissima e Omar Sharif e questo l’ho girato intorno a Matera e a Padula che è un Abbazia stupenda vicino Napoli. Nel 1970 “Uomini contro”  tutto girato in Iugoslavia, è un film sui soldati italiani della guerra del 15/18, tratto dal libro di Emilio Lussu “Un anno sull’altopiano”. E’ un opera contro la retorica di quella guerra, ha dato molto fastidio e quindi non viene distribuito in Italia, in Francia sì, Hanno adoperato il mio film per ricordare quel grave episodio di fucilazioni di massa per punire gli ammutinati.

In Sicilia nel 1972 “Il caso Mattei”, ecco un altro dei misteri italiani che ho cercato di far capire alla gente. Era morto per un attentato o era morto per un incidente? Per la versione della commissione d’inchiesta ufficiale del Ministero della Difesa, si escludeva nella maniera più assoluta l’attentato; e invece dopo ventisette anni la Magistratura  ha dato ragione a me. Nel film non sostenevo soltanto la tesi dell’attentato, mettevo in evidenza anche questa possibilità e lo facevo contestando alcune contraddizioni e lacune  della versione ufficiale. In effetti la Magistratura ha stabilito che Mattei è morto per l’esplosione di una bomba all’interno dell’aereo, cosa che fu assolutamente negata dalla commissione d’inchiesta di allora. Mattei è interpretato da Gian Maria Volontè, il più bel complimento alla sua interpretazione glielo ha fatto Indro Montanelli che era uno degli avversari storici di Mattei ed anche il giornalista che lo seguiva nel Medio Oriente, in Africa del Nord eccetera. Indro Montanelli ha detto: “Mattei non era proprio così ma avrebbe tanto voluto esserlo”. 1973: “Lucky Luciano”, L’ho girato a New York, Napoli e Sicilia,  interpretato da Gian Maria Volonté, attore immenso di una profondità rara, basta seguire in primo piano gli occhi, non sbatte mai le palpebre, ti porta avanti la battuta, non ti abbandona,  non ti lascia. Ha poi la capacità di diventare tanti personaggi, ha interpretato il protagonista proprio  come era lui, riconosciuto da una delle sue ultime amanti: lo ha guardato a lungo poi si è girata verso di me e ha detto: “è isso” che in napoletano significa “è lui”.                                                  Sono ritornato nel 1976 a Palermo per girare “Cadaveri Eccellenti”. Ho fatto le riprese in varie località del Sud dell’Italia, anche a Napoli e a Lecce. Il racconto è tutto costruito intorno alle degenerazioni del potere e l’Italia che ne veniva fuori  doveva essere un Italia che  univa, nella mia intenzione, le varie caratteristiche e le varie evidenze della nostra realtà. Allora ho dato un’ immagine un po’ metafisica di questa Italia, anche astratta, ma riconoscibilissima nelle  sue istituzioni, architetture,  strade e case. Ho scelto in varie città italiane quegli elementi che potevano costruire una geografia completa  nella quale fosse riconoscibile l’Italia e la cultura italiana.                                                                            L’ultimo mio film girato a Torino meraviglioso libro di Carlo Levi, che racconta  di un intellettuale del nord mandato in un piccolissimo villaggio del sud dell’Italia, il più arretrato al confine del potere fascista. E quest’uomo, questo scrittore, scienziato, uomo politico, medico, pittore, entra a contatto con questa realtà arretrata, che viveva ancora di elementi come la magia, lui non si comporta come uno straniero, scopre qualche cosa  di diverso da Torino, lo scopre  da fratello e diventa fratello di quei lucani che vivono quella condizione di diversità. Carlo Levi non era fatto così, era  grasso poi era un narciso, Carlo, era uno che si amava molto, ostentava questa sua “bellezza”. Gian Maria invece era magro, eppure ha fatto un Carlo Levi indimenticabile, perché è riuscito a tradurre in termini accessibili a tutti, questo sentimento di fratellanza, con il quale Levi ha visto questi contadini lucani che facevano parte di una cultura che veniva tramandata da secoli. Questo sentimento di fratellanza è riuscito a trasmetterlo in una maniera incredibile.  Nel 1981 ho girato “Tre Fratelli”. Originari del sud,  ritornano al loro paese e si confrontano ripensando al proprio passato, sullo sfondo dei primi anni ottanta del ‘900. E’ ambientato nei dintorni di Altamura, una stupenda città al confine tra Lucania e Puglia, regioni dell’Italia che io amo moltissimo.

Nel 1984: “La Carmen”, un film musicale, che considero uno dei miei migliori, ho cercato di far venire fuori una realtà che apparteneva ai sentimenti della fine dell’ottocento in Spagna. Non ho girato niente in teatro, ho mescolato la musica stupenda di Bizet con rumori ed effetti originali,  per dare più realismo.  Ha avuto molto successo. Ho trattato la musica come un grande fiume di creatività e di emozioni. Nella “Carmen” la musica è l’anima. Ho fatto diventare quell’anima una drammaturgia cinematografica.  Nel 1987  Parto per la  Colombia per realizzare “Cronaca di una morte annunciata” dal libro di Garcia  Marques, anche lì ci sono stato dei mesi per cercare di capire cosa fosse un delitto, fatto su un ragazzo di ventuno anni, in nome dell’onore. Capire che cosa è, nei sud di tutto il mondo, ancora, l’onore da difendere, l’onore offeso per una “mancanza di rispetto” legato ad una ragazza che si presumeva avesse perso la verginità con questo ragazzo di ventuno anni, cosa di cui non c’erano assolutamente prove ma a quel punto era tutto il villaggio, che in nome di questo onore, richiedeva questo sacrificio e questo, fino a pochissimo tempo fa, avveniva nel sud italiano, spagnolo e sicuramente nei sud del Medio Oriente…  “Dimenticare Palermo” è girato nel 1990 tra Palermo e New York. Palermo è una città dove io ritorno sempre con emozione perché è la città nella quale la lotta alla mafia ha visto morire per noi  magistrati, poliziotti, giornalisti e guardie del corpo. Gente alla quale noi dobbiamo una presa di coscienza da parte della popolazione civile siciliana. Pensa che quando io ho girato, per esempio, ”Salvatore Giuliano” non c’era nemmeno il clero, allora, che osava parlare di mafia: tutti evitavano. E poi piano  piano  con questo, io ho avuto il coraggio di definirlo un sacrificio, perché la coscienza con la quale questi uomini, hanno combattuto la mafia, è quella di sapere che si può morire, infatti si può parlare di sacrificio. E noi lo dobbiamo a questi uomini, se oggi in Sicilia la mafia viene affrontata dalla popolazione civile, dai bambini che hanno capito il dramma della mafia, dal clero che ormai sta pagando con le sue vittime. “Dimenticare Palermo” è un film che affrontava anche il problema della droga. chiedendosi se la droga, l’eroina controllata dallo stato rigidamente, non potesse aiutare, non dico a vincere il problema ma almeno a contenerlo. Naturalmente questa tesi andava contro quello che il Governo aveva deciso allora, che era solamente una politica repressiva, invece quella che è mancata sempre in Italia è stata la politica di informazione, di assistenza, e di prevenzione. Come si può pretendere di lottare contro la droga se non si è mai informati nelle scuole su che cosa è la droga, se in quegli anni, nessuno si è messo davanti alle scuole per cercare di controllare quello che tutti sanno che c’è: uno spaccio capillare di droga. Il problema è enorme e i film di denuncia hanno il dovere di affrontare i problemi reali, i problemi della nostra convivenza sociale. Oggi questo tipo di problemi si ritrova difficilmente nei film dell’ultima generazione  di registi, -perché ci sono dei talenti tra i giovani che sono notevolissimi-, ma non c’è più quell’ambizione che ha avuto la mia generazione e quella che l’ha seguita: di raccontare il proprio paese. Nel 1992 sono ritornato a Napoli, con “Diario Napoletano” che ritrova Napoli a trenta anni di distanza da “Le mani sulla città”. E’ un documento di un certo interesse perché è la conferma che a distanza di trenta anni non si fa altro che dire le stesse cose, che ad un certo punto bisogna intervenire in una certa maniera sul territorio, mentre invece non si interviene e quindi si scopre che i problemi di fondo, malgrado un certo cambiamento,  restano sempre drammaticamente presenti. D.B.: Che importanza ha per te la televisione?

F.R.: Cosa vuoi che ti dica della televisione? Parlarne male oggi è troppo facile, perché ormai si è impadronita di noi, però la televisione è come la si fa, i primi anni in Italia, ha svolto una funzione estremamente importante, pensiamo a come è riuscita a far conoscere l’Italia e la lingua italiana agli italiani. Poi la televisione si è impadronita di noi: La politica, la cronaca, viene offerta con immagini crude, in maniera spettacolare: fare audience. La televisione potrebbe e dovrebbe assolvere a un compito di educazione importantissimo, attraverso la televisione si potrebbero educare i giovani alla cultura, all’arte, alla musica, alla pittura, alla conoscenza del paese. Ormai è tutto un pastrocchio,  si è creata una giungla senza regole e quindi non c’è stato nessun rispetto per il cinematografo, perché le televisioni vivono del cinema senza dare nemmeno un centesimo di diritti agli autori, noi autori non prendiamo una lira dai nostri film che passano in TV. E’ colpa nostra che non ci siamo saputi difendere. Anche in Francia era così, ma poi il governo  ha risolto questo problema. Oggi gli autori di cinema in Francia godono di un piccolo rientro che è un riconoscimento del loro lavoro. La televisione per la cronaca è importantissima, ma il giorno dopo la cronaca è già superata, il cinema è altra cosa, è racconto, è poesia, è emozione, è memoria, ecco questa è la differenza tra cinema e televisione.1996 “La Tregua”, l’ultimo mio film  girato a Torino tratto  dal bellissimo libro di Primo Levi. Lo scrittore nato il 31 luglio 1919, ebreo, viene liberato da Auschwitz il 27 Gennaio del 1945 e comincia questo viaggio avventuroso, attraverso il quale ritorna alla vita con un gruppo di suoi compagni deportati come lui nel campo di sterminio. Intraprendono un viaggio lunghissimo che comincia nella Polonia, dove si trova oggi Auschwitz, continua in Ucraina, attraversa la Romania, l’Austria eccetera, questo lunghissimo viaggio lo riporta a Torino nell’Ottobre seguente, quindi un viaggio durato otto mesi. Torino, la città dalla quale era partito, nella quale ha vissuto e vi è morto l’ 11 aprile 1987.  D.B.: Qual’ è  il futuro del cinema italiano secondo te? F.R.:  E che ne so io del futuro del cinema italiano? Mi auguro tanto che i nuovi talenti, che i ragazzi, che ci sono, riprendano l’interesse a raccontare delle storie che siano collegate con il Paese, con la collettività, non solamente con i loro problemi personali. D.B.:  Che film vuoi vedere al cinema? F.R.:   Tutto, lo amo il cinema, e vedo tutto quello che mi capita di vedere. Ho lavorato con grandissimi attori e attrici, dalla Schiaffino a “Belinda Lee” e anche con Sofia Loren, Rod Steiger, Belushi, Mimì Rogers. Purtroppo non ho lavorato con Marcello Mastroianni, amico mio carissimo. L’attore è lo strumento attraverso il quale un regista riesce a comunicare al pubblico le proprie speranze, le illusioni. Ho fatto cinque film con  Volontè. Poi con Irene Papas, Ferreol, Philippe Noiret e tanti altri.  Fare un film, come diceva Federico Fellini, è un viaggio. A me piace lavorare sempre  con gli stessi. Perché un film mica si fa da solo con il regista che dirige.  E’ il lavoro di una serie di collaboratori.  La produzione è tutta una famiglia che si crea e che vive questa grande avventura,  che permette a delle idee scritte di concretizzarsi, attraverso gli attori,  fa sì che dei fantasmi sopra questo panno bianco -che è lo schermo- diventino dei corpi, che dànno vita ai nostri sogni, alle nostre speranze, alle nostre vittorie. Questo è il cinematografo.  

«Fare il regista è quello che ho sognato di fare da quando avevo quattordici anni.  Con il succedersi dei miei film, mi sono reso conto che, effettivamente, il cinema si era impadronito completamente della mia esistenza. Penso che non si può essere un creatore se non si è completamente posseduti dall’ arte.»

Il 10 gennaio 2015 Francesco Rosi ci ha abbandonati a 92 anni a Roma. La cerimonia laica si è svolta alla Casa del cinema a Roma, dove c’era anche  il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, vecchio amico. Raffaele La Capria, altro amico, lo ricorda  citando una poesia. Il 15 novembre 2024 alla presenza della figlia Carolina Rosi, delle Istituzioni napoletane e della Fondazione Eduardo De Filippo, a Napoli è stata affissa una targa per ricordare la sua nascita in Via Montecalvario n. 8

Donatella Baglivo

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