La Gatta Sul Tetto Che Scotta

Data:

 

Il teatro, specchio dei tempi, mai è stato ricco come in questa stagione del ritorno di testi di autori americani & inglesi, scritti negli anni 30’- 60’ (Il lutto si addice ad Elettra, di Eugene O’ Neill e Lungo viaggio verso la notte; Harold Pinter con Ritorno a casa) a bruciante scandaglio dei rapporti famigliari e del loro degrado morale. Sulla stessa linea è La gatta sul tetto che scotta, di Tennessee Williams, che deve la sua fama al celeberrimo film prodotto nel 1958 dalla Metro-Golwyn-Mayer e premiato da una valangata di premi, tra cui un Oscar e diverse candidature (miglior regia, attore e attrice principale, etc). Il dramma Cat on a tin hot roof, scritto nel 1954, è un’impietosa esplorazione della condizione di sfacelo e di abbrutimento etico in cui è piombata la società sudista americana. La prima rappresentazione assoluta si svolse al Morosco Theatre di NY, raggiungendo quasi settecento repliche, regia di Elia Kazan con una bella compagnia di attori che comprendeva Barbara Bel Geddes, Ben Gazzara e Burl Ives. In Italia sarà il Teatro Manzoni di Milano ad ospitare la prima nel gennaio del 1958; anche qui un interessante cast, capitanato da Gabriele Ferzetti e Lea Padovani, mentre Gino Cervi si riservò la parte di Big Daddy. Quasi a contrasto del successo della pellicola della MGM, La gatta sul tetto che scotta non ha avuto particolare risonanza nel nostro paese e non lo si è visto molte volte sui nostri palcoscenici. Tennessee Williams era arrabbiato e letteralmente nauseato di come la major cinematografica era riuscita a stravolgere, avvolgendo in una melassa buonista e non disturbante, il portato e la natura del testo, spingendo l’autore a riscriverlo in una versione più cruda, infarcita di volgarità e seminata di accuse. Ed è proprio nella nuova traduzione che Monica Capuani ha approntato per la produzione Teatro Stabile di Torino e Teatro Stabile del Veneto che ritroviamo l’autentico spirito del pensiero di Williams, versione che restituisce la radicalità originaria in tutta la scorticante azione sulle nostre coscienze, pensata dall’autore per gridare la verità. Il regista Leonardo Lidi sfrutta questo lavoro, che gli sta particolarmente a cuore, come lente d’ingrandimento posta a scandaglio del microcosmo di una società famigliare, quella tradizionale americana del profondo Sud, ancorata a concetti fermi e inamovibili, ingessati nel ricordo, guardinga e allarmata da ogni soffio di vento liberatorio, sia esso civile o sessuale, incapace di cogliere l’afflato e la sublimità di un’amicizia. Del pari importante la considerazione che assume la figura femminile di Maggie, la gatta, che, per farsi valere, deve simulare una maternità per ingannare, bypassandolo, lo schema precostituito. Un dramma che trova la sua realizzazione in un continuo ripassar di “carta vetrata” sulla pelle delle nostre anime e nel profondo delle coscienze. In palcoscenico una pregevole compagnia di attori. Valentina Picello è una Margaret irrefrenabile nella vulcanica e magmatica irruente recitazione che investe il povero Brick, avvolta e fisicamente intrisa di quel “fascino degli sconfitti” che la permea (esatto opposto della plastica e conturbante sensualità di Liz Taylor nel film) caparbiamente fino alla conclusione. Fausto Cabra, Brick, sposa la strategia del silenzio tipica dei depressi e alcolizzati, in un mutismo rassegnato e piagato, stranito in quello sguardo disperso che solo sa vedere il fantasma dell’amico scomparso soccorrevole nell’ininterrotto porgergli liberatrici bottiglie, a raggiungimento di clic salvifico. Nicola Pannelli – perfetta rappresentazione di tycoon fattosi da sé – mostra aderente partecipazione al ruolo di Papà , sfoderando un pragmatismo inappuntabile e non di maniera.  E da lui scaturisce la possibilità di un confronto fra uomini, fra padre e figlio, a scoperchiare coraggiosamente l’incomunicato e mai detto prima, sfociando nel nocciolo duro del testo, quel teso dialogo reso al calor bianco. Orietta Notari è Mamma – in perfetto physique du rôle  a rendere l’improbabilità della figura fittizia, pietosa e quasi penosa nel fallace buonismo, surrogato di un chimerico pensiero di realtà. Giordano Agrusta Gooper – è smargiassa esemplificazione dell’ unico modo di essere, stante la triste emarginazione che subisce da sempre. Giuliana Vigogna – pungente e negativa Mae, in sagace azione di velenosa sobillatrice. Riccardo Micheletti era Skipper, statuaria materializzazione del mai rimosso pensiero, incarnato portatore di sollievo liquoroso, si fa atleta svelto di movimento nella tensione del racconto di Brick. Greta Petronillo Bambina dall’intenso sguardo a sipario ancor chiuso, a magnetizzare la platea sul dramma che sta per svolgersi. Nicolò Tomassini Reverendo di smilza presenza e figura. Una regia, quella di Leonardo Lidi di grande efficacia, inscenando su questo ring una lotta che sfrutta, in uno spazio spoglio, una porta/specchio per riflettere i protagonisti ponendoli a confronto con loro stessi. Animali ingabbiati (scene e luci di Nicolas Bovey) in ambiente unico, asettico, in cui non si respira che aria mefitica; marmorea sala anatomica in cui vengono sezionati i sentimenti, sfoderati, sguainati dai personaggia come lance, uno contro l’altro armati. Costumi di Aurora Damanti, suono di Claudio Tortorici. Calorosissime accoglienze a tutta la compagnia, festeggiata unitamente al regista Lidi. Al Teatro Franco Parenti di Milano, recite fino a 15 febbraio.

gF. Previtali Rosti

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati

“Alla faccia vostra”. Ingordigia post mortem

Al Teatro Quirino di Roma, fino al 25 marzo...

Michelle… una ragazza fra moda, creatività e gusto del bello

  Impossibile chiederle di stare ferma un solo secondo, un...

MARGHERITA SCHIRINZI: MODA, TELEVISIONE E… SOCIAL!

Dalla moda alla televisione passando per i social network,...