Dopo averci cullato tra le nebbie dell’EP Dream, i Not My Value tornano con “Reality”, il lato B di un dittico che non ammette repliche. Se il primo capitolo cercava rifugio nel sogno, questo nuovo lavoro è il risveglio brusco in una stanza vuota: una “discesa agli inferi” che parte dalle suggestioni dei manicomi abbandonati per finire nel cuore delle nostre fragilità quotidiane.
Musicalmente, il duo abbandona ogni pretesa di rassicurazione. Il suono è un dark trip-hop che sembra provenire da una colonna sonora di David Lynch smarrita nella periferia romagnola. C’è una tensione costante tra la voce eterea e le trame elettroniche, che oscillano tra momenti di stasi malinconica e improvvise esplosioni di caos controllato. È un disco che non cerca il ritornello facile, ma punta a creare una vertigine, un senso di “futuro negato” dove la nostalgia non è un ricordo dolce, ma un peso che trascina a fondo.
Il colpo di genio (e di inquietudine) arriva con la rielaborazione della “Mazurka di periferia”: il liscio viene spogliato della sua allegria popolare e trasformato in un desert post-rock spettrale che apre e chiude il disco, quasi a voler dire che la realtà è una festa finita male, dove si continua a ballare solo per inerzia.
In definitiva, Reality non è un album da sottofondo. È un’opera radicale, un’esperienza che richiede di restare sospesi in quel confine fragile tra ciò che siamo e ciò che abbiamo perso. I Not My Value non ci offrono soluzioni, ma una constatazione amara e profondamente onesta: la realtà fa male, ma è l’unico posto dove siamo davvero vivi.
Luca Vettoretti

