Massimiliano Galligani: la stand-up, Monni e L’Altro Ispettore

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di Tommaso Chimenti

FIRENZE – Ha quella particolare modalità caracollante che non sai mai se di lì a poco cadrà o se spiccherà il volo, ha quella innata simpatia che viene dalla strada, dall’essersi sporcato le mani, dall’empatia con le piccole cose sudate. Nel suo piccolo Massimiliano Galligani è un grande. Perché si è fatto da solo, si è fatto le ossa e ha imparato a capire la gente, ad entrare in contatto con i sentimenti. La sua è una comicità che parte da lontano, da un paesino sopra Prato e lo ha portato a recitare, al cinema come in teatro, con Pieraccioni e Monni, Muzzi, Ceccherini e Paci, Virzì e Benigni. Oggi potremmo chiamarlo “caratterista”. Recentemente è salito alla ribalta, stavolta a livello nazionale, con il personaggio del Brigadiere Mariotti nella serie tv Rai, molto seguita, “L’Altro Ispettore”. In tv negli anni lo abbiamo visto in programmi cult, da “Zelig” a “Made in Italy” e “Mai dire lunedì”. La sua faccia è inconfondibile, quella postura da sconfitto ma felice, da perdente ma che ce l’ha fatta e che si gode quello che ha faticosamente conquistato. Continua a fare il fabbro, mestiere che gli ha insegnato e passato il padre, ed anche questo è un punto a suo favore: nessun volo pindarico, testa sulle spalle, piedi ben piantati a terra. Un uomo sempre con il sorriso stampato in faccia, la battuta pronta ma mai cattiva, sdrammatizzare è la sua parola d’ordine, senza amarezze, senza trivialità, con garbo mai sguaiato ma con quella sana patina di toscanaccio, di arcaico, di passato, per recuperare quello che eravamo. A fine 2025 poi, Galligani (pratese di nascita ma da sempre residente a Firenze) è stato nominato, con un vero e proprio plebiscito pubblico, anzi un’ovazione, sui social, attraverso il sito 055firenze.it, come il “Personaggio Fiorentino dell’Anno” (nel ’22 fu Pieraccioni, nel ’24 Drusilla Foer), un bel riconoscimento anche perché arrivato con le preferenze della gente comune che lo ha votato battendo, di volta in volta, celebrità e protagonisti della nostra regione come l’atleta Larissa Iapichino o il frontman Piero Pelù. Massimiliano Galligani non è più la maschera del Comico Fragile, adesso ha preso consapevolezza (saranno gli anni che ha appena compiuto), ora conosce i suoi punti di forza che rimangono l’ascolto, la gentilezza, la delicatezza. A tratti anche la commozione.

Scrivi spesso nei tuoi post di questo posto, Usella, che dai tuoi racconti ci appare mitico, lontano nel tempo e nello spazio.

Usella è un microcosmo, un non-luogo della fantasia, come il mare visto da lontano che sembra fermo e calmo ma più ti avvicini più capisci quanto è bello e complesso, ci sono nato e cresciuto e augurerei ad ogni bambino di nascere in un paese dove tutti gli abitanti ti tengono d’occhio e ti lasciano giocare in pace, dove da bambino dai per scontato la sicurezza della protezione, dove il tempo è talmente lento da imparare a capire come vivono le formiche, come lavorano le api, che tempo farà a seconda del vento che soffia, e poter giocare a nascondino fino alle dieci e mezza di sera, un paese ottimo fino a che non hai l’età del lavoro, perché dopo Usella è un paese troppo stretto e il cordone ombelicale va reciso se si ha desiderio di crescita”.

Raccontaci, se puoi, del rapporto di amore, ed odio ci permettiamo, con tuo padre e forse anche, come dici nel tuo spettacolo-monologo “Ferro e Piuma”, con il mestiere del fabbro.

Non è proprio una storia macbethiana ma poco ci manca: ho voluto bene a Beppe, ma ci ho anche litigato tanto, era una persona molto determinata e severa ma era anche tanto divertente e faceva tanto ridere, quindi mi fregava facilmente, e poi aveva una cultura sull’arte contemporanea che mi affascinava molto. Idem il lavoro di fabbro: odio fare il fabbro ma quando vedo una ringhiera o un’inferriata, guardo subito come è fatta e se è fatta bene”.

Se ti dico “mamma” cosa mi rispondi?

Semplicemente la donna più importante della mia vita? Ormai non c’è più da tanti anni ma non è che mi manca perché non c’è più, mi manca perché una mamma quando ama si sente davvero e a me quell’amore mi manca tantissimo, ogni tanto, anche se raramente purtroppo, riesco addirittura a sentire il suo odore e giuro che sorrido piangendo”.

Ti fermano per strada per farsi una foto con te? Ci racconti qualche episodio?

Mi fermano ma non quanto vorrei o quanto avrei sperato anni fa. Credo che avessi aspettative un po’ troppo grandi anni fa, o forse ero semplicemente uno sbruffone presuntuoso ma avrei creduto di diventare molto più famoso! Comunque mi fermano e quando succede mi piace tantissimo, anzi mia moglie Diletta dice che quando succede divento uno stalker perché mi metto a parlare con chi mi ha fermato e voglio sapere tuto. Sto invecchiando malissimo, sono curioso e noioso, ho fatto anche delle figuracce. Una volta ero in un benzinaio a Peretola e mentre stavo mettendo il carburante un tizio seduto in macchina mi chiama e io lo saluto da lontano, ma visto che continuava a fare cenni allora con grandi sorrisi gli sono andato incontro perché pensavo volesse un selfie, ma quando sono arrivato lì vicino mi ha detto che mi era caduta la sciarpa sul gasolio e la stavo calpestando e che non sapeva chi diavolo fossi”.

Sappiamo che un tuo grande mito, con il quale hai avuto la fortuna di lavorare per tanti anni, era Carlo Monni. Che cos’era per te Carlo?

In molte interviste quando mi chiedono chi è l’artista più importante col quale ho lavorato, non dico mai quelli più famosi, ma il più importante! Ed è Carlo Monni, perché ho lavorato anche con Benigni e Virzì ma Carlo è sempre dentro di me perché mi voleva bene, mi ha insegnato senza saperlo, perché si vergognava e bestemmiava per la timidezza, perché Carlo l’ho visto ridere, piangere, stare bene e stare male, perché Carlo era poesia rurale, acqua fresca di montagna pura, perché Carlo non accettava compromessi sull’arte, perché secondo lui o la facevi bene o non si doveva fare. Carlo aveva tante sfaccettature, belle e brutte, spesso le seconde ma era la sua bellezza, la sua verità, la sua chiarezza. L’onestà artistica che ha avuto Carlo io non l’ho ritrovata in nessun altro, mi bacio i gomiti per la fortuna che ho avuto di conoscere quella grande immensa anima e molte delle cose che ho fatto con lui, sia in teatro, nel cabaret o al cinema le ho fatte perché lui ha voluto che ci fossi. Poi era un ragazzo, faceva un mare di sciocchezze, piangevamo dal ridere perché amava tanto scherzare e combinare guai, io non posso neanche dire tutto quello che abbiamo fatto insieme, perché lui ogni sera ne inventava una nuova, spesso anche involontariamente. Una volta al Festival di Radicondoli eravamo a dormire nella stessa stanza e alle tre di notte ruppe una zanzariera che cadde dal primo piano perché voleva vedere la bellezza delle stelle e ci andò a sbattere perché non l’aveva vista e come se non bastasse dopo due ore, perché Carlo dormiva poco, andò in bagno al buio, per non svegliarmi, perché si voleva lavare i piedi nel lavandino che cadde rovinosamente. Alle cinque di mattina. Era follia allo stato puro: io gli volevo un mondo di bene”.

Facevi stand up ancora prima che inventassero il termine. Come è cambiato negli ultimi anni il modo di stare sul palco?

In realtà secondo me anche chi fa stand up non ha ben chiaro ciò che sta facendo. Oggi si tende a mettere un nome preciso ad ogni cosa, ma di base è cabaret solo che ci si dà un tono con le parole straniere e la stand up nasce principalmente negli Stati Uniti. Però il primo Grillo era assolutamente stand up! Il primo Benigni caustico contro la Chiesa e la politica era stand up! Oggi si pensa che se hai uno sgabello con sopra una bottiglietta di acqua, e hai davanti ad un microfono, quella sia necessariamente stand up, ma non è così. Insegno cabaret e stand up alla Li-be a Firenze in via degli Artisti, e lì spiego le differenze”.

Che punti di contatto hanno, secondo te, il lavorare con le mani e il cercare la battuta?

Sono la stessa cosa, sono tutti e due lavori di assoluto artigianato”.

Vai a teatro? Cosa cerchi da uno spettacolo teatrale? Quali gli ultimi spettacoli che hai visto?

Negli ultimi anni ho visto decisamente troppe cose sopravvalutate. In uno spettacolo cerco la freschezza, spero che mi lasci qualcosa da portarmi a casa, che mi diverta magari addirittura che riesca a stupirmi. Sono tornato da poco da New York e lì sono andato a vedere le “Rockettes” al Radio City Music Hall e un “Aspettando Godot” al The Hudson Theatre con Keanu Reeves e Alex Winter, due spettacoli totalmente diversi ma sono rimasto ugualmente a bocca aperta. Ho visto cose che in Italia sarebbe possibile produrre ma da noi, e soprattutto a Firenze, si vogliono fare spettacoli pagando pochissimo gli attori e con pochi giorni di prove, il che significa che il risultato non può essere all’altezza. La colpa non è dell’attore che accetta perché ha bisogno di lavorare per vivere, la colpa è sempre della produzione. Le famose nozze con i fichi secchi. Pochi giorni fa ero a Roma dove ho visto “Moulin Rouge” al Sistina Chapiteau, una bellissima produzione italiana con interpreti sontuosi”.

Quali sono i tuoi punti di riferimento attoriali?

Mi piacciono tutti quelli che quando recitano non sembra che stiano recitando. Ammiro tantissimo Antonio Albanese, Leo Gullotta, Corrado Guzzanti, Fabrizio Gifuni, Aldo Giuffré, mentre per quanto riguarda gli stranieri mi sono sempre ispirato a Ely Wallach, perché mio padre amava i film western e mi ha trasmesso questa passione, ma mi piacciono anche John Malkovich, Mark Ruffalo, Ricky Gervais”.

Ti piacerebbe se ti chiamassero per un ruolo drammatico, al cinema come in teatro? Mi vengono in mente le operazioni di Pupi Avati con Abatantuono o Pozzetto, e ancora Fellini con Villaggio e Benigni.

Ho fatto quasi tutti i ruoli che avrei voluto fare nella vita, questo inverno ho fatto persino un poliziesco su Rai Uno con “L’altro ispettore”. Ormai mi manca soltanto il western e il thriller. Comunque sì, mi piacerebbe molto fare qualcosa di drammatico perché uscire dalla propria comfort zone è sempre un arricchimento professionale e personale. In passato ho preso parte ad un corto drammatico per la New York Academy e devo dire sinceramente che venne un bel lavoro”.

Qual è il tuo sogno nel cassetto professionale? Con chi vorresti lavorare? Lancia un appello.

Vorrei lavorare con Antonio Albanese e fare anche qualche ruolo in un prodotto Netflix o HBO perché su queste due piattaforme spesso vedo serie realizzate con attori spesso poco conosciuti ma di rara bravura”.

La classica domanda finale: progetti per il futuro? Si farà questa tanto attesa seconda stagione de “L’Altro Ispettore”?

E’ la domanda che mi fanno tutti ma davvero non so rispondere. Abbiamo vinto gli ascolti tutte le serate della messa in onda e siamo stati primi per venti giorni su RaiPlay, quindi credo che il Brigadiere Mariotti tornerà, ancora non so quando”.

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