Nell’ora della prova

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Negli anni della grande confusione, quando le parole si moltiplicano e le coscienze si smarriscono, alcune figure emergono con accenti forti, talvolta aspri, ma animati dal desiderio — almeno dichiarato — di custodire l’integrità della fede. Tra queste si colloca la figura di Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico, il quale ha levato la sua voce contro quelle che egli giudica deviazioni dottrinali e pastorali della cosiddetta “chiesa conciliare”.
Monsignor Viganò ha manifestato pubblicamente il proprio appoggio alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, riconoscendo in essa un baluardo di fedeltà alla Tradizione liturgica e dottrinale. In tempi in cui l’orientamento ecclesiale appare, a suo giudizio, incline ad un certo immigrazionismo ideologico e ad un allineamento acritico alle politiche sanitarie dominanti, egli ha denunciato con vigore ciò che considera una subordinazione della missione soprannaturale della Chiesa a logiche mondane.
Tale franchezza — che ricorda in qualche misura la parresia apostolica — è stata per molti motivo di conforto. Vi sono fedeli che, turbati dalle ambiguità del presente, hanno visto nelle sue parole un richiamo alla regalità sociale di Cristo e alla necessità di non piegare la verità rivelata alle pressioni del tempo.
Tuttavia, se è lecito lodare il coraggio, è altrettanto doveroso considerare la forma della testimonianza. La carità pastorale non si esprime soltanto nella denuncia, ma anche nella presenza. E qui si impone un confronto inevitabile con la figura di Marcel Lefebvre.
Monsignor Lefebvre, pur nelle asprezze della sua battaglia, fu uomo di contatto diretto: visitava seminari, incontrava fedeli, incoraggiava sacerdoti, amministrava i sacramenti. La sua opposizione non si tradusse in isolamento, ma in una costante immersione nel popolo che cercava di guidare. Egli comprese che l’autorità si esercita non soltanto proclamando principi, ma anche condividendo fatiche e speranze.
Monsignor Viganò, invece, ha scelto una via più appartata. La sua quasi totale assenza di incontri pubblici e il suo ritirarsi dalla scena sacramentale hanno dato l’impressione, in alcuni, di una testimonianza più epistolare che pastorale. E se la denuncia può illuminare le menti, solo la prossimità riscalda i cuori.
In tempi drammatici, la Chiesa ha bisogno di sentinelle vigili, ma anche di padri presenti. La verità senza carità rischia di divenire pietra; la carità senza verità, sabbia. L’una e l’altra devono abbracciarsi nel ministero apostolico.
Così, nel giudicare le figure del nostro tempo, conviene evitare sia l’esaltazione incondizionata sia la condanna sommaria. Il Signore della Chiesa, che scruta i cuori e pesa le intenzioni, saprà trarre frutto anche dalle imperfezioni dei suoi servi, purché essi, nella prova, rimangano ancorati a Cristo, unico Pastore eterno delle anime.

Andrea Rossi

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