Colloquio con Nello Mascia

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Raggiungo Nello Mascia al Teatro Quirino dove è in scena da protagonista con La rigenerazione  di Italo Svevo. Puntualissimo come un orologio svizzero mi viene incontro aprendosi ad un abbraccio fraterno e doppiamente sentito poiché non ci vedevamo da molti anni.

E.B.  L’inizio proprio della tua brillante carriera, uno dei momenti clou è stato con lo sceneggiato Rai Uno di Citto Maselli da  Tre operai di Carlo Bernari.

M. Guarda, fu anche una sorpresa il fatto che io ebbi la possibilità di partecipare a questa avventura perché sinceramente non ci credevo proprio. La devo a Paolo Ricci, intellettuale napoletano, pittore, scenografo e critico di teatro, il quale in qualche modo aveva individuato in me qualche capacità, qualche potenziale capacità artistica. E maselli si rivolse a lui per avere consigli su un’eventuale cast, e Ricci fece il mio nome. Quindi la ragione per cui se riusciti a fare questo questa meravigliosa esperienza appunto, lo devo a lui.

Intervista sul set e riflessioni sul romanzo

B. Ho visto una tua intervista fatta dal dal TG uno sul set di Tre operai e mi ha sorpreso una cosa. E a un certo punto, ad  domanda  storica su tre operai sul romanzo Maselli dette una risposta molto ideologica, molto storia del movimento operaio, delle lotte, eccetera. E mi ricordo che Bernari  se lo guardava un po’ di sghembo. Perché lui pensava di aver scritto un altro libro, non un libro naturalista, ma di aver dato alla luce un’opera  più propriamente espressionista. Invece Maselli sembrava prediligere la chiave politico-ideologica.

M: Però per quello che mi ricordo mi sembra che c’era proprio. Il romanzo di Bernari è la sintesi  della moderna questione operaia: tratta del  malessere del lavoratore, la difficoltà di trovare lavoro e poi della qualità del  lavoro stesso. Io mi ricordo il fatto dell’Ipoclorito, dell’aria irrspirabile, dei fumi e vaposi venefici. E poi la questione giovanile, la questione giovanile, attualissima:  la mancanza di lavoro, di possibilità di emanciparsi. Tanta roba. Espresso da Bernari  con tanta,  tanta forza e anche con tanta passione. Carlo Bernari è un genio assoluto.

Carlo Bernari e l’attualità del romanzo

B. Un giorno mi ha chiamato Ermanno Rea. Per dirmi questo: guarda, sto leggendo per la seconda volta Tre operai. Questo poco prima che morisse dice è un capolavoro assoluto, anche per la sua evidente potente attualità.Pperò devo dirti una cosa, aggiunse Rea:  il gran merito è di tuo padre, certo.   Ma un demerito è forte dell’Italia che è rimasta quello che era

M. Quindi il romanzo resta sempre attuale perché siamo sempre lì, è un concetto azzeccatissimo di Emanno Rea. È molto bello perché è proprio quello così. Ma forse è anche peggio di allora, dei primia anni Trenta del ‘900. Perché può darsi che invece sia cambiato qualche cosa. Ma appunto in peggio, sì, perché non c’è più la classe operaia, non ci non ci sono più le lotte di classe. O meglio la lotta di classe ha cambiato direzione: ora la fanno i ricchi contro i poveri.  Allora, caro Enrico, io vorrei chiedere a un intellettuale come te, io non sono un intellettuale, perché, cosa è successo?

B. La classe operaia non si è disintegrata né è stata abolita, piuttsoto è stata dirottata su altri binari: è stata dirottata sulle aspettative di ricchezza, di benessere, di scalata sociale. Aspettative che naturalmente sono solo miraggi, perché oggi come per i protagonisti di Tre operai vale la frase di Bernari: il figlio di un operaio non può che essere operaio. Ma un borghese che non ha lavoro resta sempre un borghese, mentre nvece cos’è un operaio senza lavoro?

M. Infatti Lo stesso Teodoro, protagonista di Tre operai, nel finale del romanzo si conta gli spiccioli in tasca e si disinteressa di lotte sociali, politiche. Possimo dire che la tragedia oggi è che mentre il povero allora era socialista, oggi il povero tende a destra nella spranza che siano “loro” a risolvere i suoi problemi quotidiani.

B. Loro appunto, e qui mi riallaccio al tuo adattamento teatrale del romanzo breve di Bernari Cupris, che portasti in scena col titolo I loro passi, le loro voci.  Il tema di quel racconto era la paura.

M. Eh anche questo racconto, Cupris, degli anni ’30, in cui si respira l’atmosfera di paura creata dal fascismo, paura della repressione e della censura, è di forte attualità, un monito direi.  Oggi siamo ancora ,o per meglio dire, di nuovo  in un clima di paura, di terrore. Quindi  ripeto,  Cupris è un racconto ancora molt, molto  attuale. Andrebbe ripreso.

Speranzella e la tradizione teatrale

B. La tua successiva e terza esperienza con Bernari ci porta a parlare di Speranzella, romanzo del 1950, scritto nel 1944 a Napoli liberata dopo le Quattro Giornate, che tu hai  adattato teatralmente.

M. Opera bellissima, purtroppo è un testo teatrale che non sono riuscito ancora a rappresentare. Avrei tanto voglia di farlo, ho tentato pure di proporlo. Piace a tutti quando lo leggono.  Ma possiamo svelare un segreto di Pulcinella?  Di Speranzella si deve dire quello è vero. Cioè che Eduardo ha preso spunto, tu che ne pensi.

B. Ho scritto un saggio sulla  notte di Edoardo in Napoli milionaria  e sulla luce di Bernari. In Speranzella, il titolo stesso docet,  si accende sempre una luce. Ho contato la ricorrenza delle parole:  luce, sole,  raggio, eccetera. E invece Eduardo sembra chiudere proprio  la tenda. E queste due opere che sono coeve, Napoli milionaria e  Speranzella, hanno questa differenza.

Raffaele Viviani e il collegamento con Bernari

M. Speranzalla è un grande affresco popolare e al contempo uno spaccato storico del passaggio referendario tra monarchia e repubblica.

B. A proposito di “affresco popolare”, un altro momento della tua attività è Raffaele Viviani. Abbiamo parlato prima di Paolo Ricci, che è stato lo scenografo dello stesso Viviani. Ricci nel suo volume Ritorno a  Viviani  ipotizza un collegamento tra Viviani e Bernari parlando di un “Viviani bernarizzato”.

M. Caspita. Io non ci avevo ancora fatto caso, non ci avevo ancora pensato a questa cosa. Al momento ti devo dire che mi è difficile avvicinarli. Perché non lo so, magari faccio degli errori clamorosi, però io vedo sempre Viviani come un autore proprio molto popolare. Estremamente popolare. Che parla proprio le stesse parole del popolo. Bernari era più scrittore nel senso classico, da intellettuale e artista  coglieva l’essenza popolare della vita, ma poi la trasformava su un piano narrativo. Grazie alla sua cultura, la sua sconfinata cultura, cosa che Viviani non aveva: lui era , come devo dire,  più immediato. Certo però che  è difficile questa domanda che mi hai fatto. Questa domanda è a trabocchetto…

B. Già perché abbiamo appena parlato di Speranzella…

M. Appunto veniamo da Speranzella che è l’opera di Bernari più, come ti devo dire, in qualche modo più vicino a Viviani.  Più vicino insomma a questa cultura napoletana popolare. Oltretutto bernari è stato forse uno dei primi autori ad adottare una lingua italiana, napoletanizzata, sdoganando il dialetto a lingua nazionale. Come poi ha fatto anche Pasolini col romanesco.

B. In effetti tra Bernari e Pasolini c’era un forte legame personale e culturale.

M. È evidente che Bernari abbia scritto un napoletano italiano perfetto, meraviglioso. Insomma, no? Se tu lo leggi è Napoli. Però è scritto in italiano e napoletano. Straordinario.

In scena con SvevoB. Senti, ti faccio un’ultima domanda. Tu sei in scena con La rigenerazione di Italo Svevo. Come inserisci un autore quasi mitteleuropeo nella tua ricerca sulla napoletanità?

M. Devo dire la verità: in queste recite che sto facendo, mano mano mi rendo conto che Svevo dice enormità,  ne sono convinto. Svevo  è parente stretto non solo  di Pirandello ma anche di Eduardo, perché lui adotta la loro stessa formula di spettacolo al contempo leggero e profondo. Non ci sono santi, il teatro deve far divertire la gente. Deve divertire e basta? No, no.  Certo esige situazioni divertenti. Costanti. Dall’altra parte però c’è sempre alla base del tessuto drammaturgico un tema serio, ossessivo, inquietante. E soprattutto in questa commedia, a parte la vecchiaia,  è un tema estremamente attuale quello dell’impossibile ringiovanimento, c’è  anche un altro tema sconvolgente.  La denuncia al conformismo borghese. Siamo nel 1928, prima c’è stata la marcia su Roma.  E Svevo accusa. Accusa la borghesia ricca triestina, quindi di rimbalzo  la media borghesia nazionale italiana, di impotenza assoluta. Di passività. Di inerzia. È una cosa feroce, una mazzata che arriva nel finale. Sorprendente anche. Un dito puntato, ripeto,  contro il conformismo e dell’ipocrisia sui misfatti che avvengono in famiglia come nella vita pubblica. Una cosa veramente sorprendente. E quindi qui c’è proprio Eduardo, no?

B. E Bernari.

M. Proprio così.

Enrico Bernard

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