Festival di Berlino: giornata negativa

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BERLINO, 14 FEBBRAIO – I tre film presentati in concorso nella seconda giornata del 76° Festival Internazionale del Cinema di Berlino detengono il record per numero di case di produzione e paesi coinvolti, ma neppure questo è bastato a far emergere da essi un’idea davvero convincente o memorabile. Dall’assurdo dramma familiare raccontato dal brasiliano Karim Aïnouz in Rosebush Pruning, alla grottesca variazione sul tema della depressione post partum proposta in Yön lapsi (Nato di notte) della finlandese Hanna Bergholm, fino al documentario etnografico Dao del francese Alain Gomis — che mette in parallelo un matrimonio in Francia e una celebrazione in Guinea Bissau — nulla è riuscito a sollevare una giornata nata sotto cattivi auspici e rimasta complessivamente nella mediocrità. Karim Aïnouz, regista brasiliano sessantenne, vive ancora in parte della notorietà ottenuta con La vita invisibile di Eurídice Gusmão, premiato nel 2019 nella sezione parallela “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Per il suo nuovo lavoro sono state riunite forze produttive provenienti da Stati Uniti, Italia, Germania, Regno Unito e persino Spagna, che ha fornito location e troupe tecnica. Ha sorpreso molti la dichiarazione dello stesso Aïnouz, che ha indicato come lontana fonte d’ispirazione un capolavoro del cinema italiano del secolo scorso, I pugni in tasca di Marco Bellocchio. In una lussuosa villa sulla costa catalana vive una famiglia americana composta da padre, madre e quattro figli — tre maschi e una femmina — ognuno con le proprie particolarità, passioni o fragilità. Quando il primogenito annuncia di voler andare a vivere con la fidanzata altrove, l’equilibrio familiare si incrina fino a sfociare in tragedia. Il finale risulta però piuttosto ridicolo, nonostante la presenza di interpreti molto in vista come Elle Fanning, Callum Turner, Jamie Bell e una ritrovata Pamela Anderson, alle prese con dialoghi poco credibili, forse attratti anche dal piacere di trascorrere alcune settimane di riprese godendo della bellezza delle coste catalane. Dell’opera di Bellocchio resta soltanto un’eco lontana della trama originale, incentrata su un adolescente che decide di eliminare fisicamente la propria famiglia disfunzionale. Non migliore l’impressione lasciata da Nato di notte, in cui Hanna Bergholm torna al suo terreno prediletto, quello dell’horror e della fantasia. Il film racconta la storia di una coppia che decide di trasferirsi in mezzo a un bosco inquietante e perfino di mettere al mondo un figlio tra alberi secolari e presenze minacciose. Il neonato sembra avere più tratti animali che umani e si esprime con pianti e ululati che la madre impara a interpretare e a usare per comunicare con lui. Quella che avrebbe potuto essere una variante originale sul tema della depressione post partum si trasforma invece in un’esperienza disturbante, che finisce per far rimpiangere Rosemary’s Baby. Anche qui si sommano capitali provenienti da Finlandia, Francia, Lituania e Gran Bretagna per un film in cui cercano di reggere la scena la finlandese Seidi Haarla e l’inglese Rupert Grint, noto soprattutto per il suo ruolo nella lunga saga di Harry Potter. A completare la giornata, come una chiusura poco felice, è arrivato il documentario etnografico di Alain Gomis, della durata di tre ore. Tra feste e celebrazioni in Francia e in Guinea Bissau, il regista intervista numerosi rappresentanti di diverse etnie sulla loro vita personale e sulle difficoltà di adattamento a nuovi ambienti, spesso ostili, a nuove abitudini e a nuove religioni. Tuttavia, manca un filo conduttore capace di guidare lo spettatore verso una chiara comprensione dell’intenzione del regista.

Antonio M. Castaldo 

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