Stefano Accorsi, diretto da Daniele Finzi Pasca, ha presentato a Trieste “Nessuno. Le avventure di Ulisse”, in scena dal 12 al 15 febbraio presso il Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, inserito nella stagione di Prosa.
Lo spettacolo rappresenta una rielaborazione teatrale del mito di Ulisse, che vede Stefano Accorsi nuovamente nella preziosa collaborazione con il visionario e fantasioso regista, dopo aver portato in scena, qualche anno fa, il successo “Azul”, sempre diretto da Finzi Pasca.
Non si tratta di un semplice adattamento ma di un viaggio profondo e sofferto nella psiche e nelle avventure di Ulisse, considerato l’eroe omerico più umano. La base per questa riscrittura è, naturalmente “L’Odissea” e l’autore del testo, Emanuele Aldrovandi, ha lavorato per rendere Ulisse una figura più moderna, esplorando la sua fragilità e il suo amore per la narrazione.
A sipario aperto, il palcoscenico attende il pubblico con una enorme struttura metallica a due piani e rotondeggiante, che lascia lo spettatore incuriosito e attonito. Sul lato destro un’asta con microfono e tanti imprecisati e poco percettibili strumenti.
A luci spente, si avverte una ritmica respirazione a soffio e dal fondo appare una figura in tuta da ginnastica grigia, col volto celato dal cappuccio della felpa, che entra in scena a leggeri passi di corsa, accompagnato dal delicato “sfrigolare” dei semi rinchiusi di un “asalato” (strumento a percussione leggero e delicato che ricorda le ben più note “maracas”). Pronuncia le parole: “Non guardare. Non respirare. Non muoverti.” e ci guida e ci accompagna tra i trenta uomini rinchiusi nelle viscere del cavallo-trappola, descrivendo perfettamente la sensazione e la paura che li attanaglia tutti. Ha le mani fasciate, calza scarpe da ring. È pronto per affrontare la battaglia in tutti i sensi, soprattutto quella del racconto e del relativo confronto. Una giovane donna prende poi posto accanto agli strumenti e all’atletico uomo che, svelandosi, inizia il suo combattimento con se stesso e con tutti noi.
La poliedrica costruzione, che ricorda anche una palestra con tapis roulant, quadro svedese, spalliere, prende vita e si trasforma anche ruotando su se stessa (gira come il mondo, come il viaggio, come la testa dell’essere umano quando racconta le sue imprese e i suoi dolori). Durante tutto lo spettacolo, diventa cavallo di Troia, caverna di Polifemo, occhio di Polifemo, reggia di Eolo, nave, Itaca, festa, disperazione. Gabbia. Gabbia sulla quale arrampicarsi, gabbia dalla quale bisogna piegare le sbarre per fuggire, per venirne finalmente fuori.
Stefano Accorsi, originale e perfetto interprete, in fase iniziale, impersonifica più personaggi del racconto, tra cui, l’Odisseo, Priamo (con uno straordinario e sfottente accento bolognese), Laocoonte, Tiresia, Sinone. Poi sarà solo un eccellente, potente e completo Ulisse. Un uomo diretto, dubbioso, astuto, affranto, pentito. Bellissimo. Da boxeur in canottiera, in forma smagliante e atletica, si trasforma verso la fine in un Ulisse sempre più iconico, plastico, avvolto in una meravigliosa corazza di cuoio rosso, con gli alti bracciali ed un elmo da guerriero (sempre in cuoio rosso) che indossa con portamento estremamente regale. Ma anche stanco, solo, sensibile, innamorato, tenero. Un Ulisse consapevole di essere purtroppo anche Nessuno.
Uno spettacolo che mi piace definire potente, affascinante, catalizzante, davvero iconico, con momenti di grande poesia e genialità.
La performance di Stefano Accorsi è completata dalla imprescindibile e fondamentale presenza sul palco della musicista Francesca Del Duca, che non incarna solo Penelope e il suo lungo e simbolico tempo d’attesa ma tutta una serie di personaggi fondamentali nel racconto. Francesca fa da contraltare, da suggeritore, da guida sia con la sua voce che con i suoi mirabolanti strumenti, adoperati divinamente per avvolgere l’atmosfera presente sul palco e in sala (“in ordine di apparizione”: Asalato, Gong, Caxixi, Tamburello, Ocean drum, Chimes, Tar, Seedshaker, Mridangam-o mridang-, Campane tibetane, Spring drum, Cajon, Rullante, Timpano e uno straordinario apporto del loop che ha reso ancora più efficace e inebriante la colonna sonora). Ti prende per mano, ti accompagna e accompagna lo spettacolo con performances vocali, canti, litanie, eseguite con una voce portentosa e creando atmosfere sonore che sottolineano i momenti epici o emotivi (tempeste, incontri mitologici, onde, vento, ecc.). Non è un’attrice tradizionale, ma una presenza “corpo-sonoro” che evoca figure come, ad esempio Eolo, usando ritmo, voce e percussioni per amplificare e potenziare il racconto. Alla fine, grazie anche alla sua fisicità, ai suoi lineamenti, ad una pettinatura con una lunga treccia corvina e un abito Kaftano rosso fuoco adornato da finiture di luccicante oro zecchino, mi ha fatto apparire nella mente Maria Callas in Medea. Una vera bellezza antica e moderna.
Daniele Finzi Pasca, uno dei registi più eclettici, geniali e creativi del panorama non solo italiano, sottolinea quanto le parole richiedano cura e attenzione per poter essere espressive e leggère. La pièce ci regala infatti anche momenti in cui sorridere, momenti inaspettati, grazie ad una rilettura vivace e abilmente presentata da Accorsi. Il regista evidenzia la capacità dell’attore nell’usare il corpo per creare immagini emotive, esprimendo il proprio entusiasmo nel riunirsi a Stefano Accorsi per questo nuovo e intrigante progetto. La peculiarità e l’unicità dell’interpretazione del testo da parte di Daniele Finzi Pasca sta anche nel proporre questa Storia delle Storie con grande impatto visivo. A parte il poliedrico “Mondo di Nessuno”, che poi diventa di tutti, mi ha colpito il discendere, a copertura totale della struttura, di un telo termico oro e argento (noto ai trekkers et similia, ben noto anche come aiuto ai naufraghi) che riesce, con la sua leggerezza e col suo rifrangere, anche ad essere onde del mare, arcobaleno, vento, sangue! Anche da questo piccolo grande artificio si comprende come Daniele Finzi Pasca voglia evidenziare il suo orrore per la guerra (manifestato anche nella sua esperienza personale di obiettore di coscienza) e come ciò influisca sul suo lavoro, evidenziando il suo amore per gli eroi semplici, vulnerabili e delicati, con i quali riusciamo a identificarci.
Dà vita a un Ulisse umano, fragile, pieno di dubbi, di crepe che si allargano sempre più, che racconta le sue avventure non per gloria ma per il bisogno di raccontare se stesso. È uno spettacolo che mescola epica e profonda introspezione personale.
Considerando gli eroi tradizionali, Finzi Pasca si chiede se il suo Ulisse sarà un personaggio da ammirare o uno che condivide la quotidianità: è un’opportunità per riflettere su come le storie epiche possano poter vivere nelle vite ordinarie, per cercare di rimettere insieme le parti frantumate delle esperienze umane.
Questo piccolo grande capolavoro, di cui davvero sentivamo il bisogno, ci riconcilia con l’arte della bellezza e con l’amore, quello vero, quello duraturo, infrangibile. Nel finale, Ulisse, dopo il racconto lungo e doloroso, chiede alla “Sua Penelope” come sta, le chiede il suo racconto di questi interminabili anni. Non sa nulla di lei dopo vent’anni ma la invita ad andare in spiaggia, come facevano sempre, a piedi nudi, nella sabbia, a vedere l’alba e poi andare a mangiare una piadina. Con la moto: “appoggiamo i caschi e guardiamo l’alba insieme, come abbiamo sempre fatto. Penelope, io ti amo”. Un momento di una poesia mirabile
Un po’ di quell’inaspettato, attuale, concreto, immortale romanticismo e poi…festa, canti e balli al ritmo pulsante del tamburo, al ritmo pulsante del cuore. Non è la fine di un Mito ma la nascita di un nuovo Mito. Non più “Nessuno”, non più “odiato dai nemici” ma di nuovo e semplicemente l’uomo “Ulisse”.
Da Trieste per oggi è tutto
Rosa Zammitto Schiller
Stefano Accorsi
in
NESSUNO – Le avventure di Ulisse
testo di Emanuele Aldrovandi
con Francesca Del Duca
regia: Daniele Finzi Pasca
scene: Luigi Ferrigno
costumi: Giovanna Buzzi
produzione: Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo

