L’universo snaturalista di Enrico Bernard e il mio viaggio nel suo teatro

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Ho conosciuto Enrico Bernard nel 2012. È stato, lo definirei, un incontro “necessario”: due anime ribelli, due artisti fuori dagli schemi che decidono di unire le forze e dare vita ad un mondo di personaggi femminili audaci e per certi versi indimenticabili.

Ma chi è Enrico Bernard?

Egli non ha certo bisogno delle mie presentazioni: ma vestendo com’è d’uopo nel mio lavoro d’attrice, altri panni, fingo di non conoscere né l’uomo né l’artista e inizio la mia ricerca in qualità di semplice studiosa e amante del Teatro.

Nelle varie biografie a disposizione del pubblico si legge che Enrico, figlio di Carlo Bernari, scrittore, commediografo, saggista, regista, sceneggiatore e insegnante di drammaturgia, dopo una laurea in Filosofia alla Sapienza di Roma con una tesi sul terrorismo in Germania, si dedica ad una intensa attività giornalistica ed è al tempo stesso autore di diverse opere teatrali e sceneggiature che vengono realizzate in Italia e all’estero. Consegue il dottorato di ricerca in Letteratura italiana all’Università di Zurigo e nel 2006 inizia l’attività accademica, tenendo corsi presso l’università in Canada e negli Stati Uniti dove è “artist in residence” presso il Middlebury College (Vermont). Un suo contributo importante alla teoria del teatro è stato il Manifesto del Teatro Snaturalista, illustrato e pubblicato da Dario Fo. Dalla sua commedia Forever blues ha tratto la sceneggiatura del film di e con Franco Nero, che ha ottenuto un Golden Globe per le musiche di Lino Patruno. Ha realizzato nel 1999 il primo film digitale italiano tratto dalla sua piéce Un mostro di nome Lila con Eva Henger e Arnoldo Foà presentato al Festival di Locarno 1999 e all’Alternative FilmFestival 2000 poi uscito in circuiti cinematografici e home video in Italia, Svizzera, Austria, Germania, Francia. Il lungometraggio ha realizzato nel 2020-21 su youtube 12 Milioni di visualizzazioni affermandosi come l’opera teatrale più cliccata di tutti i tempi. Ha scritto numerosi saggi di letteratura italiana e tedesca, in particolare vanno ricordati “Tieck e Pirandello: un confronto testuale” e “Petrarca e Heidegger, un confronto testuale”, “Verga e la seconda realtà fotografica”. Ha curato il carteggio Bernari-Zavattini, Bernari-Alvaro e Bernari-Alberto Mondadori. I suoi saggi di germanistica e italianistica sono raccolti nell’ampio volume “L’italiano ha mille anni”. È autore di uno studio sulle radici psicologiche e filosofiche del terrorismo tedesco “Il privato terrorista” e di ampi studi sul teatro romantico tedesco e sul Faust di Goethe. Ha ideato e curato l’enciclopedia degli autori italiani contemporanei e la “Special Issue” di Forum Italicum dedicato al “Sangue di Napoli”.

Questo è quanto riportano le biografie ufficiali, ma Enrico, da come io lo conosco dall’inizio del nostro felice sodalizio artistico è soprattutto un dissacratore, che fa della sua consistente cultura intellettuale un uso “snaturalista”, per citare il nome del suo Manifesto Teatrale: per lui il Teatro non è un’isola felice, un delizioso passatempo da educande e medioborghesi dove compiacersi e sbadigliare guardando di sottecchi l’orologio in attesa di uscire nel foyer a sragionare di arte e di politica. Per lui il Teatro è uno schiaffo, un inciampo, una beffa, un riso amaro, uno strumento etico e civile che sonda le mille pieghe e piaghe della società e soprattutto dell’animo umano. In questo senso il suo snaturalismo è un programma teorico e pratico dirompente: il suo manifesto fu significativamente pubblicato da Dario Fo, e non è un semplice esercizio di stile, ma una necessità ontologica. Bernard, infatti, intende smontare le strutture naturalistiche e verosimili per rivelare la follia e la dissociazione di pirandelliana memoria (a cui è intimamente collegato), che sottendono la comunicazione umana. Per Bernard, il mondo è percepito come un «fondale maldipinto, sdrucito e pieno di vento per un palcoscenico insensato», dove la realtà si frammenta in piccoli brandelli esistenziali privi di nesso logico. Questo orizzonte filosofico trova il suo naturale compimento in molte opere teatrali che hanno come protagoniste le donne. Le donne di Bernard, “donne che ballano coi lupi” sono eroine intrepide, audaci, appassionate, senza gloria: donne che si sacrificano su improbabili altari di ideali irraggiungibili e che vivono i loro sentimenti fino alla disperata, devastante solitudine: Penelope, Beatrice, Isabella Andreini, Jane Austen, Mary Shelley, Sophie Taeuber Arp, Gudrun Ensslin, una ragazza vittima del G8 di Genova. Bernard ha uno stile asciutto e vigoroso, privo di orpelli enfatici, di arabeschi retorici: mescola spesso generi diversi, poesia e prosa, narrazione giornalistica e monologo teatrale e lo fa con lo sguardo disincantato di un filosofo, l’attenzione al linguaggio di un poeta e il graffio di un “enfant terrible” del teatro.

Mi direte: e io cosa c’entro in tutto questo? Ecco, torniamo all’incontro tra me ed Enrico Bernard, che avviene nel 2012. Dopo una decennale esperienza di attrice di prosa accanto al grande Mario Scaccia, da lui incoraggiata nello scrivere testi teatrali prendo subito la direzione del teatro civile. Enrico mi vede nello spettacolo TUTTO IL MIO AMORE, dedicato a Falcone e Borsellino, da me scritto e interpretato e vincitore di numerosi riconoscimenti teatrali. Vengo inoltre scelta dalla regista Virginia Barret per interpretare Rosa in Assolo contro la ‘ndrangheta, opera di grande intensità di Bernard che mi vede in scena con Giovanni Scifoni nella parte del protagonista maschile. Da questa sinergia nasce una collaborazione che prende le mosse proprio in quell’anno, quando Bernard mi rivela di aver scritto per me il monologo Rosa e la Calabria Saudita, dove la vicenda di Assolo viene narrata dal punto di vista di Rosa, donna semplice e innamorata della vita e di suo marito, che affronta la materia civile cruda, indagando le ramificazioni di un potere oscuro che condiziona l’integrità del tessuto sociale. Scrivono di noi, a proposito di Donne D’Amore e di Lotta: “Melania Fiore è il metronomo ideale per le performance algebriche richieste dalla scrittura bernardiana…Il corpo energico dell’attrice, la voce ricca di sfumature, gli occhi da Pierrot lunare si fanno territorio di una femminilità coraggiosa e di una marginalità geografica e morale: la scrittura di Enrico Bernard rispecchia in molti punti le contraddizioni di una nazione intera” (Leandro Castellani).

Come osserva giustamente Maricla Boggio nasce un sodalizio che “trasforma il femminile da oggetto di rappresentazione in un soggetto potente”, capace di danzare coi lupi, ovvero con le proprie ombre e i propri istinti più selvaggi.

L’indagine raggiunge una profondità psicanalitica quasi orfica con Mary Shelley e Frankenstein. Bernard non si limita a una rilettura del mito gotico, ma utilizza la figura della scrittrice inglese per esplorare il cosiddetto “male di dentro”. In quest’opera, si è cercato insieme di portare alla luce la colpa e l’energia primordiale di una donna che «partorisce il mostro» non come un elemento esterno, ma come proiezione delle proprie lacerazioni interiori. Il monologo diviene un rito di trasformazione dove desiderabilità e trasgressione si fondono in un linguaggio che abita il corpo della voce, analizzando come la creazione stessa sia spesso frutto di un abisso intimo mai del tutto addomesticato. Ho amato particolarmente quest’opera (che ho recitato per diverse stagioni a partire dal 2013) e questo personaggio per la sua intensa visceralità: l’amore senza scampo per Percy Shelley, la genitorialità negata, la scrittura come atto virulento e gravidico.

Nel 2016 ecco il trittico Donne d’amore e di lotta, una performance definita “algebrica” per il rigore formale. Qui ho incarnato tre figure distanti nel tempo ma unite da un identico fil rouge: il tormento per un ideale o per un uomo che travolge la vita fino alla solitudine. Dalla mitica Penelope, la cui attesa di Ulisse si scontra con il nomadismo di un guerriero assente, alla terrorista Gudrun Ensslin, fino alla giovane vittima delle atrocità alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. Bernard, attraverso l’ormai consolidata formula di poema teatrale restituisce a queste creature una dimensione di verità fissata nel pirandelliano hic et nunc, dove la danza contro la violenza e l’indifferenza maschile diviene l’unica forma di esistenza emancipata.

Infine, tra il 2017 e il 2019 arriviamo al divertissement colto di Beatrice risponde a Dante, per le rime. Bernard mette in atto un “divertito manierismo” metrico per ribaltare l’iconografia della donna angelicata. La mia Beatrice, presentata in una dimensione domestica tra grembiuli e ciabatte, rivendica con sensualità la propria fisicità terrena, contestando al Sommo Poeta di averla sacrificata sull’altare di una maestosa opera lirica nata dalla negazione della femminilità. È qui che esplode la celebre contestazione ironica: Tanto gentile e tanto onesta pare… Come pare?”. In una sticomitia ardente ritmata dal violino, la musa si fa donna reale e vitale, costringendo il Poeta a guardare in faccia la realtà dell’amore-eros mancato.

Sempre nei panni della curiosa ricercatrice posso asserire che questo teatro ha saputo traghettare il femminile dall’immobilità del simulacro alla potenza del soggetto agente. Attraverso questa galleria di ritratti estremi, la ricerca snaturalista dimostra che la figura femminile sulla scena non è “un oggetto” di rappresentazione, ma una creatura in perenne danza con le proprie ombre, colta in una dimensione che fonde emozione e memoria cultural-antropologica.

Tornata nei miei panni d’attrice, drammaturga e regista concludo dicendo che tale percorso è stato per me molto importante per crescere ed esplorare un via diversa del fare teatro nel complesso universo teatrale: un percorso che si avvale di una drammaturgia che, rifiutando la piatta mimesi del reale, ritrova nell’espressività dissacrante del gesto e della parola l’unica, autentica possibilità di verità in un mondo percepito come un palcoscenico insensato. Vi aspettiamo dunque alla nostra prossima follia teatrale: una pièce che unisce antichità classico e mondo contemporaneo, mondo reale e mondo immaginato. Due donne al centro della vicenda, nodo e incanto, tra ρως sfrenato e rassicurante αγάπη.

E come dice sempre Enrico… Abbiamo un grande futuro dietro le spalle.

Melania Fiore

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