BERLINO, 17 FEBBRAIO – La settima giornata del 76° Festival Internazionale del Cinema di Berlino intreccia due grandi temi: il tramonto della vita e la nascita di un nuovo mondo. A raccontarli sono due film molto diversi tra loro, “Queen at Sea” dello statunitense Lance Hammer e “Wolfram” dell’australiano Warwick Thornton “Queen at Sea”, il peso degli affetti e della vecchiaia.
Lance Hammer torna alla Berlinale dopo 18 anni con il suo secondo lungometraggio, dopo “Ballast”, che nel 2008 gli valse il premio per la miglior regia al Festival di Sundance. Con “Queen at Sea” affronta un tema di grande attualità: l’invecchiamento della popolazione mondiale e le profonde conseguenze che questo comporta nelle famiglie, costrette a riorganizzare la propria esistenza per prendersi cura dei parenti anziani, confrontandosi anche con il tabù delle relazioni affettive e sessuali nella terza età. Il film è tra i candidati più forti agli Orsi d’Oro e d’Argento, grazie alla delicatezza con cui viene raccontata la storia e al talento del cast. Juliette Binoche interpreta una professoressa francese che arriva a Londra per assistere la madre, interpretata da Anna Calder-Marshall, ormai in uno stadio avanzato di demenza senile. Accanto a lei c’è la figlia adolescente, interpretata da Florence Hunt, che si affaccia alla vita con l’energia della sua età, in netto contrasto con la fragilità della generazione precedente. Il film acquista ulteriore forza con la presenza della coppia di anziani protagonisti: Tom Courtenay, oggi 88enne, ricordato da molti come il simpatico bugiardo di “Billy Liar” o il Pasha di “Dr. Zhivago” (1966), e Anna Calder-Marshall, 79 anni, eroina romantica della versione di “Cumbres borrascosas” del 1970 accanto a Timothy Dalton. I due attori interpretano una coppia profondamente legata, ancora unita da un’intimità che sfida il tempo e le condizioni fisiche. La madre, infatti, è ancora innamorata del suo secondo marito e continua a vivere con lui una relazione affettiva e sessuale, nonostante l’esplicita contrarietà dei medici, preoccupati per i possibili rischi sulla salute mentale e fisica di entrambi. La figlia inizialmente rifiuta l’idea di ricoverarla in una casa di riposo, ma, costretta dagli eventi – una lite tra gli anziani provoca un incidente quasi mortale – decide infine di farlo. Hammer, autore anche della sceneggiatura, lascia volutamente il finale aperto, ponendo interrogativi senza offrire risposte definitive. La vera originalità del film sta nel ritratto di una donna divisa tra due responsabilità: quella di figlia e quella di madre, entrambe bisognose della sua attenzione. Se c’è un titolo destinato a restare legato alla memoria della Berlinale 2026, questo potrebbe essere proprio “Queen at Sea”.
“Wolfram”, la nascita violenta di un nuovo mondo Con “Wolfram”, Warwick Thornton affronta invece una pagina dura e spesso rimossa della storia australiana. Regista e direttore della fotografia di grande esperienza, 56 anni, Thornton era già stato premiato a Berlino con due cortometraggi nel 2005 e nel 2008 e si era fatto conoscere a livello internazionale con “Sweet Country”, vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia nel 2017. Il film è ambientato negli anni Trenta, in un’Australia segnata dalle conseguenze della Prima guerra mondiale. In quel periodo, masse di persone in fuga dal disastro bellico ed economico cercavano una nuova vita nel continente, sostenute da una legislazione che di fatto favoriva la legge del più forte, ignorando diritti umani e tutela dei più deboli. Un contesto in cui violenza e razzismo erano all’ordine del giorno. La storia, ispirata a ricordi personali e familiari del regista e del co-sceneggiatore David Tranter, segue la fuga di tre bambini che scappano dai loro padroni, che li sfruttano nonostante la giovanissima età. I piccoli attraversano l’arido continente alla ricerca dei genitori dai quali erano stati strappati. Thornton costruisce un racconto in cui convivono personaggi generosi e solidali accanto a figure crudeli e razziste, restituendo un quadro complesso e spietato della nascita del Paese. Il lieto fine, dopo tanta sofferenza, appare più come una necessaria concessione narrativa che una vera consolazione, chiudendo una storia segnata da sangue e lacrime.

