LE CARNAVAL, Mascarade Royale

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Più di tre secoli e mezzo sono trascorsi dal successo che si guadagnò l’ultima opéra ballet Le Carnaval, Mascarade Royale del compositore Giovanni Battista Lulli, fiorentino di nascita ma desideroso di francesizzarsi in Lully.  Uno spettacolo iconico come in uso alla corte di Luigi XIV, magnificato qual Re Sole, Le Carnaval è un esempio eclatante del “balletto di corte”, che ben rappresenta il tipo elitario di intrattenimento della monarchia francese. Puro fasto musicale e visivo al tempo di Versailles, cui prendevano parte gli stessi sovrani e la nobilità, era rito sociale irrinunciabile e al tempo stesso strumento di esaltazione e glorificazione del potere assoluto. Questa creazione di Lulli, su libretto di Philippe Quinault, rivive in prima esecuzione mondiale nell’ epoca moderna nell’edizione critica a cura di Bernardo Ticci – da un’idea di Marcello Corvino. Spettacolo che il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara coproduce con il Teatro Comunale di Modena, a ricreare la fantasmagoria dell’estetica barocca riportandoci nel clima favoloso ed eccelso del teatro del tempo, in veste scenica contemporanea di grande intelligenza e creatività. Carnaval, Mascarade Royale è composto da una mirabile successione di entrée, ossia nove variegati capitoli amorosi e situazioni teatrali presi a spunto da pagine di lavori di Molière, Benserade e Quinault, a glorificazione del Carnevale in curiosa e divertente metamorfosi e travaso, da una situazione a un’altra, con personaggi i più diversi ma centrali e ben vivi nelle convezioni teatrali del tempo. Si snodano momenti che non cercano coesione o trait d’union fra loro, essendo puramente celebrativa la materia, atta a dar spettacolo, lasciando in abbandono la drammaturgia che qui suona fuori luogo. Trionfano quindi i temi dell’amore, della libertà e della leggerezza, fuga da quel “taedium vitae” che pur messo in fuga, torna a riaffacciarsi qua e là, con rimandi all’umana caducità. Nella partitura si trova un campionario eterogeneo che va dalle maschere della commedia dell’arte, ai classici amorosi stilizzati, ai rimandi esotici di maniera alla Spagna e all’Oriente. A ridar piena vita a quest’intrattenimento elegante, a questo Ballet mascarade, c’era il Direttore Federico Maria Sardelli, profondo conoscitore di Lulli e del periodo barocco che, alla guida della compagine Orchestra Modo Antiquo si deve la perfetta resa musicale a ricreare l’esatta ambientazione storica in cui è nata. Con gesto inequivocabile e autorevole, Sardelli scandisce e concerta la partitura con gran senso aulico, infondendo alla pregevolissima direzione, una brillantezza e uno smalto sonoro e gran vitalità. Così nell’ouverture il direttore evoca lo sfarzo che si respira a corte, riflesso in musica (e in scena) di un regno dominato da illuminato sovrano. La prima delle entreé  ci proietta in un’ambientazione di canto amorosa, pene d’amor spagnole intonate dalla sicura voce dell’ haute-contre Philippe Talbot, ben emessa, arricchita da languorose sfumature e simil trillo; un canto adagiato su raffinatezze musicali che portano a rapinoso godimento. A seguir il duetto tra haute contre e basse. La seconda, Son dotor (in italiano) divertitamente eseguita dal taille  Cyril Auvity che letteralmente sguazza nella rappresentazione del supponente Barbacola, un maestro dall’aria arguta e di dozzinale saccenza, reso con un sillabato veloce. Sembra salir immaginaria scala e volar nell’aria. Giustizia, giustizia torna haute contre, con appropriati acuti ben impostati a interloquire con l’avvocato per l’insana presa di mira che di lui han fatto due donne indiavolate. Nella successiva si mostra il première basse Biagio Pizzuti, voce sonora, a sagace presa di mira della gonzeria di Monsieur de Pourcegnanc, che si lascia “serviziare”, in divertente resa comica dell’insipienza d’ambizione del personaggio, vivida reminiscenza di Moliere. In quella di “Philene et Tircis” il tenore sfoggia toni malinconici – sullo sfondo di due ballerini violinisti che duellano in scena – poi in morbido canto di Les oiseaux. Immancabile la scena di esotica turcheria, tanto cara al mondo operistico, con il Mufti che canta Se ti sabir,  resa dal taille in arguta maniera, per terminare la partitura con la Réunion du Carnaval, per salutare la Primavera a tutto ricominciare. Apprezzabile il deuxième basse di Alexandre Baldo. Le entrée dei due dessus, Valeria La Grotta e Giuseppina Bridelli risultano musicalmente le meno travolgenti, stante le voci piccole dal limitato volume e non particolarmente differenziate nel colore, nondimeno si disimpegnano. Spicca in Di rigori armato il seno, che rimanda all’aria con lo stesso incipit del Rosenkavalier. Ottimo il Coro I Musici del Gran Principe, diretto da Samuele Lastrucci. Il felicissimo esito conseguito dalla raffinata proposta di Le Carnaval, si deve ascrivere in gran parte alla parte visiva, una “mise en scène” che si basa per intero sulla fantastica e immaginifica visone di Emiliano Pellisari (regia e scene) fondendosi ed esaltandosi nelle spettacolari coreografie di Pellisari e di Mariana Porceddu. In palcoscenico si è rapiti nella visione che un grande specchio inclinato riflette sontuose immagini e raffinato decor. I ballerini creano, stesi al suolo, un effetto di meravigliosa magia di danza aerea, sembrando camminare (riflessi come sono) sulle mani e corpi di quelli posti sotto, in una dimensione spaziale straniante nell’esaltare la fondante importanza delle danze. Ne nascono caleidoscopiche figurazioni, verticali pinnacoli, creative piramidi, torri umane. Con un lungo tulle disegnano pittoriche riquadrature sulla cui cornice di velo sembrano sedersi e pendere, per poi sciogliersi nel nulla aereo. E disegnano saltimbanchi dai lunghi trampoli di velame, acrobati dell’aria in audace esercizio di stampelle con altri lor compagni. Figure che nascono, scaturendo dal basso a materializzarsi nell’aria dello specchio, in immaginifica sfida alla gravità dei corpi. Con gran mascheroni di teste di cavalli si slanciano in acrobatica, sfrenata, scena equestre. E ancor eleganza di composizioni, con lunghissimi e plissettati teli muovono e creano geometriche figure di abbracciamenti, in perfetto tempo di musica. La parte visiva è amplificazione spettacolare dell’esiguità drammaturgica (che non pertiene a questo genere di teatro), permettendo a noi spettatori moderni di calarci senza sforzo nell’immaginifica ricreazione di un tempo immemore. Bravissimi i danzatori, Mariana Porceddu, Giada Inserra, Leila Ghiabbi, Francesco Saverio Cifaldi, Mario Consolazio, Marianna Caratelli, Ginevra Cicatello, Maurizio Paolantonio. Luci sapienti nei lor freddi riflessi e chiarori a isolare e stilizzar le situazioni, diventan a un punto calde e avvolgenti nel disegno di Pellisari e Gregory Zencher. Costumi fantasiosi ed elaborati, in sberluccicante resa di tessuti, di Daniela Piazza e concept art Nora Bujdoso. Il libretto di Philippe Quinault,  è un gioiello di raffinatezza, compendio di elegante ars amandi, ironico e “prezioso”. Valga solo la citazione del verso di un’aria: ma se vi amate poco, dormite, non potete far di meglio…Successo calorosissimo per tutta la compagnia di artisti, specialmente per Sardelli e la coppia Pellissari – Porceddu. Al Teatro Comunale Abbado di Ferrara. Da non perdere le repliche nei Teatri di Modena e Firenze.

gF. Previtali Rosti

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