Festival di Berlino: il Messico salva la settima giornata

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BERLINO, 18 FEBBRAIO – A un solo anno dalla sua ultima presenza alla Berlinale con “Olmo”, il regista messicano Fernando Eimbcke torna in concorso con un film intimo e toccante che racconta la solitudine delle città e delle persone e di come un incontro fortuito possa cambiare, in un attimo, la vita.

“Moscas” di Fernando Eimbcke  è stato una sorta di balsamo in questa settima giornata del festival, soprattutto perché né l’anodina comedidrama tedesca “Etwas ganz besonderes”, né il lungometraggio d’animazione giapponese “Hana rokusho ga akeru ni hi” di Yoshitoshi Shinomiya possiedono le qualità necessarie per distinguersi davvero in competizione.

Eimbcke, 55 anni, divenne celebre molto presto: a soli 33 anni esplose con il suo primo lungometraggio, “Temporada de patos”, che nel 2004 conquistò tutti i premi del Festival di Guadalajara e gli Ariel (gli Oscar messicani), rivelando già allora la sua predilezione per i temi dell’infanzia e della prima adolescenza. In questo nuovo film, probabilmente anche per una questione anagrafica, il regista amplia lo sguardo alla mezza età, concentrandosi sul personaggio di Olga, una donna in pensione che trascorre le giornate letteralmente a “cacciare mosche”, giocando su internet, guardando la televisione fino ad addormentarsi e irritandosi per ogni minimo rumore dei vicini, fino a tapparsi le orecchie per isolarsi da un mondo al quale sente di non appartenere. A causa di una spesa imprevista, Olga decide di affittare una stanza a un padre con il figlio tredicenne, Cristián, mentre l’uomo assiste la moglie ricoverata in un ospedale vicino. È proprio questa irruzione inattesa nella sua vita a spingerla lentamente ad abbandonare la solitudine che, fino a quel momento, l’aveva protetta, imparando a vivere dentro quella società che aveva sempre rifiutato. Grazie alla sceneggiatura della sua abituale collaboratrice Vanesa Garnica, a una splendida fotografia in bianco e nero capace di attraversare tutte le sfumature del grigio e alle straordinarie interpretazioni della veterana Teresita Sánchez e del giovane Bastián Escobar, Eimbcke riesce a portarci dentro un universo che sfioriamo continuamente senza mai osservarlo davvero, pur essendo uno dei più diffusi in tutte le società del pianeta. Nei titoli di coda, il regista ringrazia il connazionale Alejandro González Iñárritu per avergli fornito “il seme” del suo nuovo film.

“Etwas ganz besonderes” di Eva Trobisch Tradurre il titolo del concorrente tedesco di oggi come “Qualcosa di molto speciale” sarebbe fuorviante, perché di speciale c’è ben poco. L’alternativa “Home stories” risulta più appropriata, anche se la vicenda di una bambina che vince un talent show, tra la felicità di parenti e amiche, è più che altro un pretesto per una serie di quadri familiari. La sua selezione in questa Berlinale risulta difficile da comprendere, se non fosse che appare quasi come una ripetizione di elementi già visti.

Si tratta del terzo lungometraggio di Eva Trobisch, cresciuta nella Berlino Est comunista prima della caduta del Muro, un evento che, a distanza di 37 anni, continua a lasciare tracce evidenti nel suo lavoro. Il film racconta la storia di una giovane ragazza che partecipa a un talent show, lo vince e offre alla regista l’occasione di costruire una serie di vignette familiari, nelle quali si parla anche del progetto di restaurare un vecchio hotel perduto in una foresta secolare.

“Hana rokusho ga akeru ni hi” di Yoshitoshi Shinomiya Quanto al film d’animazione “Hana rokusho ga akeru ni hi”, presentato con il titolo internazionale “Nuevo amanecer”, offre un’animazione limitata a fondali dipinti, dialoghi molto abbondanti e nessun vero momento visivamente memorabile. Nemmeno il potenziale narrativo della descrizione dello tsunami che devastò realmente le coste giapponesi nel 2011 viene sfruttato appieno. I suoi 76 minuti scorrono così in modo essenziale, ma finiscono per apparire interminabili.

Antonio M. Castaldo 

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