In scena l’1 e il 2 febbraio 2026 al “Teatro Eduardo De Filippo” di Cecina.
Ogni essere umano ha un oggetto che gelosamente custodisce dentro la sua memoria. Nel caso di La fisarmonica verde, quell’oggetto è uno scrigno di legno e metallo, una fisarmonica color smeraldo che diventa bussola, reliquia, detonatore di ricordo. Andrea Satta la solleva come si solleva un’eredità fragile, e da quel gesto nasce un racconto che è insieme confessione filiale, indagine storica e rito collettivo.
L’adattamento teatrale firmato da Andrea Satta e Ulderico Pesce, con la regia dello stesso Pesce, costruisce una scena essenziale, quasi scarnificata, dove ogni oggetto è un frammento di vita: un cappotto russo, un documento che denuncia atrocità, una fisarmonica che ha attraversato la guerra come un cuore che non ha mai smesso di pulsare.
La scelta registica è quella della sottrazione: niente orpelli, niente retorica. La storia di Gavino “Esse”, internato in un campo di concentramento tedesco, emerge attraverso la voce del figlio Andrea, che non interpreta, ma testimonia. La drammaturgia testimonia un evento che non rappresenta: ricorda.
Satta costruisce un percorso che non è solo narrativo, ma emotivo. Il figlio che cerca il padre dopo la sua morte non è un detective, ma un pellegrino. Ogni oggetto ritrovato è una stazione di questo pellegrinaggio laico: il cappotto come pelle ulteriore, la fisarmonica come respiro, i 45 giri degli anni Sessanta come eco di un’Italia che voleva tornare a vivere. Il racconto si muove tra la tragedia e la tenerezza, tra il gelo dei campi e il calore del camino domestico. È qui che la scrittura di Satta si fa poetica.
L’autore non cerca la grande storia, ma la piccola verità che la grande storia spesso schiaccia. La fisarmonica verde non è solo un omaggio personale. È un gesto civile. Nel rievocare la vicenda di un uomo “normale” che ha attraversato l’orrore e ne è tornato con ferite invisibili, lo spettacolo restituisce voce a chi è stato torturato, imprigionato, dimenticato. Non c’è denuncia gridata, ma un filo di voce che insiste, che non vuole spegnersi. Ed è proprio questa scelta a rendere il racconto più potente: la memoria non come monumento, ma come relazione. Il rapporto padre-figlio diventa così metafora di un rapporto più ampio: quello tra generazioni che rischiano di non ascoltarsi più. Satta ci ricorda che la memoria non è un archivio: è un dialogo.
La forza dello spettacolo sta nella sua capacità di trasformare la storia in canto. La fisarmonica, con il suo colore impossibile da dimenticare, diventa simbolo di resilienza, di bellezza che sopravvive anche nei luoghi più bui. La scrittura, pur radicata nel reale, ha un ritmo lirico: procede per immagini, per lampi, per sospensioni. È una poesia che non abbellisce, ma illumina.
La fisarmonica verde è un’opera che non si limita a raccontare la guerra: racconta ciò che la guerra lascia dietro di sé, nelle case, nei figli, negli oggetti che sopravvivono alle persone. È un atto d’amore e un atto di responsabilità.
Uno spettacolo che non chiede di ricordare per dovere, ma per necessità. Perché, come suggerisce la sua fisarmonica, la memoria è un mantice: si apre, si chiude, respira. E finché respira, ci tiene umani.
Giuliano Angeletti
LA FISARMONICA VERDE
testo Andrea Satta
adattamento teatrale Andrea Satta e Ulderico Pesce
regia Ulderico Pesce
con Andrea Satta
pianoforte verticale o tastiere Angelo Pelini
fonico Raniero Terribili
musiche Andrea Satta e Tetes de Bois
produzione Centro Mediterraneo delle Arti

