Anna della Rosa è “Orlando”

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 … Sono nuovamente libera: e come sempre mi vengono in mente delle possibilità appassionanti: una biografia che comincia verso il 1500 e che continuerà fino ai nostri giorni, intitolata Orlando…Così nel diario scriveva nell’ottobre del 1927 Virginia Woolf, del romanzo che terminerà nel maggio successivo. Femminista convinta, la scrittrice inglese travasa le sue idee nei personaggi dei romanzi con una verve tutta particolare, ma soprattutto impegnata a sondare il mistero dell’animo umano. Intenzionata a rompere gli schemi classici del romanzo, vuole privilegiare le esperienze interiori, a conferma della molteplicità di esseri di cui siamo intessuti. Ne scaturisce uno stile originale di impressioni, fuggevoli, sovrapposte a voli lirici, a pura poesia. Così è Orlando, vibrante riproduzione della discontinuità della vita umana. Nel XVI secolo a un giovane nobile viene intimato di non invecchiare. Così inizierà una serie di strabilianti avventure di cui sarà protagonista per secoli, aprendogli la via a un serie di esperienze umane, ultima delle quali un cambio spontaneo di sesso. Dal romanzo della scrittrice è stato ricavato anche un film omonimo, nel 1992, con sceneggiatura e regia di Sally Potter, interpretato nella parte protagonistica da Tilda Swinton. Orlando, nella produzione di Virginia Woolf è decisamente il testo più spensierato e giocoso che abbia scritto: eppure facilmente lascia intravedere (come lo si respira dal resto nel resto della sua produzione) un’atmosfera inconfondibilmente classica, a partire dalla forma del monologo. La peculiarità della scrittrice è quella di saper creare immagini poetiche, che si ricreano sotto i nostri occhi, attingendo dalla letteratura e da situazioni e momenti della storia inglese. Particolare scrittura, caratterizzata da frasi brevi e dal forte senso ritmico, efficacissima nel costruire uno sgorgare di parole di lineare purezza, senza traccia di ruvidità verbale, il tutto concepito in classicità e sicurezza. In questo romanzo la Woolf ricrea la storia del suo paese in maniera chimerica e fiabesca, con passaggi da un secolo a un altro, a volte lasciando in ombra il paesaggio e gli avvenimenti per calarsi in profonda concentrazione sulla vita interiore del protagonista. Orlando è diventato ora uno spettacolo con la drammaturgia di Fabrizio Sinisi, che integra la nuova traduzione del romanzo, curata da Nadia Fusini con brani epistolari tratti da Scrivi sempre a mezzanotte, inviati all’amica-amante Vita Sackville-West. Protagonista è Anna Della Rosa, in pensosa posa già in scena, accovacciata ai piedi del grande tronco di quercia che la sovrasta, si apre in galvanizzante dizione alla descrizione di Orlando, sfaccettata inizialmente di reminiscenze e impressioni mentali, si fa via via elettrica recitazione e rapinosa in salti di voce e fisici. Traduce in plastiche sensazioni i pensieri del protagonista, ma anche del creato che la circonda, della terra. Rende odoriferi rimandi dei profumi, sensoriali le amorose vampe che la investono, legge nel cuore della quercia; la poesia si materializza e si fa persona, sublimandosi l’attrice nelle intense pause: Evocativa, rende palpabili i tremori dell’anima, i desideri a rincorrere le ambizioni. Da percezione, quasi materializzandola di quella “lama che separa la follia dall’amore”, per trascolorare nell’amara dissoluzione delle gioie umane. Alterna tangibili tratti di ingenuità e semplicità, a forti momenti di sensuale fascinazione, tenendo il pubblico soggiogato, magnetizzato, in un emiciclo immerso in solenne partecipazione di ieratica partecipazione. La musica contribuisce a sottolineare la drammaticità del momento clou dell’esistenza di Orlando, con rintocchi – veri colpi all’anima – della mezzanotte, cui fa seguito la devastante forza drammatica dell’attrice nella descrizione dello scioglimento delle acque del Tamigi, anticipazione dello scatenarsi di quelle del cuore. Vita mi manchi…un disperato urlato richiamo, di un’anima smarrita nella solitudine di affetti. La Della Rosa si aggrappa allora all’intensità del suo dire, nel tumultuare verso la morte, quasi invocata sulla vita che altrimenti ci spezza. Naturale invece il tono di leggerezza che sfoggia nel trapasso in donna, riempiendo il tappeto verde su cui pare danzare, della gioia di essere amata da ambo i sessi nel trionfo di un’ambiguità vitale e festosa del piacere, del desiderio sotto qualsiasi forma, sfruttando una variegata gamma di colori di voce rende credibile le gradazioni di desiderio. L’intensità espressiva dà ragione della febbre di scrivere che permea il nuovo Orlando nello straniante finale: capii tutto solamente intingendo la penna nell’inchiostro, a conferma che “non c’è differenza fra le cose, fra la vita e la morte, fra il tempo e il non tempo, fra i sessi”. Costume e calzature stilizzate e quasi atemporali che l’attrice utilizza come strati di sé, della sua anima, da togliere e rimettere. Orlando è uno spettacolo prodotto da TPE-Teatro Piemonte Europa, regia di Andrea De Rosa, scene Giuseppe Stellato, luci Pasquale Mari, suono G.U.P. Alcaro e costumi di Ilaria Ariemme. Il regista affinché il linguaggio poetico della Woolf possa dispiegarsi in scena, si concentra su gesti essenziali e sfrutta un elemento simbolo che troneggia su un verde parterre. Realizza con felice intuizione e materiali semplici, una quercia e foglie-fogli di scrittura o di poesia che cadono dall’alto, via via sempre più fitti, a ricoprire nel finale, qual salvifica copertura, Orlando. Al Teatro Studio Melato di Milano, fino al 22 febbraio.

gF. Previtali Rosti

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