Parlami come la pioggia

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Sull’onda della fortuna che gode la drammaturgia novecentesca americana sulla scena teatrale italiana in questo momento nonché ideale continuazione del pregnante La gatta sul tetto che scotta, recentemente allestita nello stesso Teatro Parenti, torna in scena un altro lavoro di Tennessee Williams dal fascinoso titolo: Parlami come la pioggia, nella traduzione Masolino D’Amico. Una produzione Teatro Franco Parenti, presentato per concessione  University of the South, Sewanee. Cinque atti unici, cinque episodi inanellati senza soluzione di continuità, in omogeneità di tematiche tanto care all’autore. Cinque confronti serrati in cui Williams porta al calor bianco quanto, dietro la maschera di una relazione di coppia o la fragile palizzata del conformismo, si celi una devastante incapacità di comunicare o anche solo di tessere semplici rapporti umani, in un vuoto d’alienante estraneità. In questi spaccati di vita i personaggi sembrano cristallizzati nei loro pensieri, scorrendoli in un’ottundente solitudine, sordi, incapace di relazionare anche là dove i due esseri umani che si ritrovano a condividere un tratto d’esistenza potrebbero tentare di superare le gabbie in cui si sono rinchiusi. Ognuno si culla nella propria convinzione dolorosa che sia l’altro a non farlo felice, a causare dolore, senza mezzi termini, piagati da un’incapacità di superare questo status. Una sofferenza diffusa, dai tratti quasi morbosi, permea il loro vissuto in cui non c’è spazio per un sogno, un alleggerimento, uno sprazzo di serenità. Sulla particolare scena della Sala Tre del Parenti, lo spettacolo ideato dal regista Andrea Piazza, sposa l’idea di azione teatrale centrale, focalizzandosi sulla parola ed esaltando la fisicità degli attori abbattendo la quarta parete, per trascinare lo spettatore in una partecipazione immersiva del testo. Impossibile rimanere estranei, lo si vive con i due attori Valentina Picello, pluripremiata miglior attrice 2025 e Francesco Sferrazza Papa che scivolano, mutandosi a vista, da una coppia all’altra nel fluire del racconto.  Nella sequenza di pezzi brevi muta la cornice e lo sfondo, ma il contenuto si ripete, in naturale variazione di ritmo, nel costante ripetersi di alienazione e disagio vissuto nel rimemorare tempi in cui si era toccata una desiderata felicità. Traboccante ricordi, dolente poesia quasi il primo quadro, in lancinante tenerezza nella descrizione di due adolescenti, relitti di infanzia sbattuti anzitempo a vivere una vita adulta. Questa proprietà è condannata. Intensità dall’attore, con voce ben impostata, ma ancor più lei, nella surreale e disincanta narrazione della bambina. La Picello si fa lieve come una nuvola, in sguardo stupito e pur fermo, in uno straniamento assoluto, di un viso a campionario espressivo. E canta, con la stessa intensità. E le mani di una fisicità eloquente. In rapida successione siamo partecipi, in un salotto borghese, di Ogni venti minuti a corredo di emozioni “decenti” che dilaga in scontro verbale di dirompente violenza, facile rimando alla “Gatta sul tetto” in disperata e avvelenato panorama umano. Si raccolgono da terra assi, per creare la barriera della coppia de Il figlio di Moony non piange in cui lo scontro, quasi soffocato, è tra due idee di intendere la vita, svuotata, resa da Sferrazza Papa nel disagio interiore della routine ripetitiva e alienante della fabbrica, derubandolo e deridendolo del suo sguardo rivolto alle stelle, scappate via con Dio. Le tenerezze dimenticate di una madre, soffocate nella preghiera salmodica in Autodafé, in cui lo sguardo tragico dell’attrice lascia posto alla contorsione mentale del paradiso d’incoscienza in cui si dibatte Sferrazza Papa, bruciando da capo a piedi in una recitazione delirante. Straziante l’urlato, drammatico sfogo della Picello alla tragica conclusione. Il mondo sospeso e pieno di disperato bisogno di tenerezza chiude il ciclo con Parlami come la pioggia e lascia che io ti ascolti, in ideale riallaccio “poetico” all’inizio. Qui la recitazione dei due attori è fatta tutta dal corpo e dagli sguardi, lui quale oscena cartolina fatta girare per intervenire poi lei in voce sognante, percepita da un’altra dimensione, quasi irreale, poeticamente narrante. E conchiudendosi in un abbraccio che lascia, forse, intraveder qualche speranza. Originale, quanto esemplificativa dello spazio della memoria, l’impianto scenico ideato da Alice Vanni Tomola, che fa vivere e agire gli attori su un tappeto di oggetti i più disparati, relitti di vite e storie passate, che via via vengono riallineati a configurare i diversi momenti narrati. Il costante fluire dell’azione è perfettamente sottolineato dalle musiche idi Andrea Cotroneo. Irrefrenabile entusiasmo per Valentina Picello e Francesco Sferrazza Papa al termine della rappresentazione, con numerose chiamate in scena. Al Teatro Parenti di Milano.

gF. Previtali Rosti

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