Il Colloquio di Adriano Miliani…

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In scena il 21 e il 22 febbraio 2026 al “Teatro Niccolini” di San Casciano in Val di Pesa.

L’impianto concettuale de Il colloquio di Adriano Miliani si colloca in una linea di continuità con il teatro dell’assurdo, ma ne rielabora i codici in una chiave contemporanea, concentrandosi sulla precarietà esistenziale prodotta dal lavoro come rituale vuoto. L’ispirazione dichiarata a Giorni felici di Beckett non è un semplice omaggio: è un dispositivo drammaturgico che permette di osservare come la ripetizione, la stasi e la memoria deformata diventino oggi forme di sopravvivenza psicologica.

La quotidiana ricerca di un impiego da parte di Joe non è rappresentata come un percorso narrativo, ma come un ciclo. Ogni colloquio è un evento potenzialmente diverso, ma la sua funzione è identica: riempire il tempo, confermare un’identità che si sgretola, mantenere un fragile equilibrio. La ripetizione dei gesti nella “tana” — il letto verticale — assume un valore quasi liturgico. Non è solo un’abitudine, ma un tentativo di dare forma a un mondo che non risponde più.

In questo senso, Miliani lavora su un paradosso: la ripetizione non è solo sintomo di alienazione, ma anche l’unico strumento che Joe possiede per non dissolversi. È un meccanismo di autodifesa, una strategia di resistenza minima.

Il rimpianto di Joe per un passato in cui “la società aveva qualità diverse” non è presentato come un dato oggettivo, ma come un costrutto mentale. La nostalgia diventa un filtro che deforma la percezione del presente, un modo per attribuire senso a un mondo percepito come caotico e impersonale. Miliani suggerisce che questa idealizzazione del passato sia meno un ricordo e più un bisogno: un’ancora simbolica che permette al protagonista di sopportare la propria marginalità.

La dimensione nostalgica, dunque, non è sentimentale ma critica: mostra come la memoria possa diventare un rifugio, ma anche una trappola.

Le sequenze oniriche, costruite attraverso musica e proiezioni astratte, non rappresentano una fuga dal reale, bensì il suo rovescio. Nel sogno emergono le tensioni che la veglia reprime: il desiderio di autenticità, la paura del fallimento, la consapevolezza della propria immobilità. L’astrazione visiva non è decorativa, ma funzionale a rendere percepibile ciò che il linguaggio verbale non può esprimere.

Questa alternanza tra quotidiano e onirico produce un effetto di oscillazione che rispecchia la condizione interiore del protagonista: un’identità che non riesce a stabilizzarsi.

Miliani costruisce Joe attraverso una recitazione che lavora sulle micro-variazioni: minimi scarti di tono, di ritmo, di postura che rendono evidente come la ripetizione non sia mai perfettamente identica. È in queste differenze impercettibili che si manifesta la fragilità del personaggio. La scelta di un dispositivo scenico essenziale — dominato dal letto verticale — concentra l’attenzione sul corpo dell’attore, che diventa il vero luogo del conflitto.

La performance assume così un valore quasi antropologico: Joe è un individuo, ma anche un tipo umano, un sintomo di una condizione sociale diffusa.

Il colloquio si distingue per la capacità di coniugare un immaginario beckettiano con una riflessione attuale sulla precarietà, senza cadere nel didascalico. La drammaturgia è di effetto, la regia rigorosa, l’interpretazione calibrata. Il risultato è un lavoro che interroga lo spettatore sul proprio rapporto con il tempo, sulla memoria e sul lavoro. Uno teatro che vive l’umano e la sua vulnerabilità.

Giuliano Angeletti

 IL COLLOQUIO
di e con Adriano Miliani
produzione Jack and Joe Theatre

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