Wagner stesso ebbe a definire Norma di Vincenzo Bellini come un’opera “Nobile e grande, pura come la natura stessa”: uno dei capolavori maggiori che la felice stagione del melodramma del primo Ottocento ha saputo creare. La partitura esce dalle mani del compositore catanese come un lavoro d’apparente semplicità armonica, mentre è il frutto meditato e perseguito con infinite correzioni, tagli e rimaneggiamenti operati dal musicista con impegno maniacale. Norma sfolgora (è il caso di dirlo) nel firmamento dei titoli operistici di tutti i tempi per le sue pagine vocali, soprattutto femminili, ma anche per i possenti cori che sanno farsi interprete di una passione collettiva. I duetti, specialmente quelli del secondo atto, attingono vertici sublimi, carichi di una forza drammatica che raramente è stata raggiunta in seguito. Il soggetto dell’opera è tratto da Norma ossia l’Infanticidio, un testo del francese Aléxandre Soumet, salito alla ribalta della notorietà per lo scalpore suscitato scandalizzando il pubblico mettendo in scena una madre, rediviva Medea, che uccide i propri figli. Il Teatro alla Scala, sfruttando l’occasione, commissionò a Bellini un’opera nuova su un tal soggetto, affiancandogli Felice Romani, il librettista più dotato e famoso del momento. Il debutto, fissato per il 26 dicembre 1831, è tiepido, e non necessariamente disastroso come da decenni ci vuol far credere l’amico e biografo del musicista, Francesco Florimo. Rimane sempre uno smacco, per il sensibile compositore, che aveva investito molte energie in questo nuovo lavoro: le cause del mancato successo si possono addebitare alla coppia di protagonisti, Giuditta Pasta e Domenico Donzelli, arrivati esausti alla prima, provati dalla fatica d’estenuanti prove. Forse anche per la cabala ordita dagli amici e sostenitori di un compositore rivale, Giovanni Pacini. Chissà. Già la seconda rappresentazione mostra un clima diverso, molto più caloroso, portando a trentaquattro il considerevole numero delle repliche. L’opera fu data a Parma per la prima volta, nel Nuovo Teatro Ducale, esattamente quattro anni dopo la prima milanese, il 29 dicembre 1835 (a quei tempi s’inauguravano le stagioni di Quaresima e Carnevale partendo dalla sera di S. Stefano), con un cast di stelle. Nomi che a noi oggi dicono poco, ma Amalia Schütz-Oldosi fu uno dei più grandi soprani della sua epoca, replicando l’opera per ben venti recite! Nel 1840 protagonista fu Luigia Boccabadati, nel 1852 la Gazzaniga Malaspina, cui seguirono Carlotta Marchisio, la Gianoli Galletti, Teresa Stolz, Antonietta Fricci, Giannina Russ (nel 1909 e nel 1914), Bianca Scacciati e, in tempi recenti, June Anderson. Come si può constatare, una vera parata di primedonne su quello che è sempre stata una delle principali piazze operistiche italiane. Norma torna a Parma, dopo l’edizione di tre anni fa, nell’allestimento realizzato dal regista Nicola Berloffa con scene di Andrea Belli. Il grande motivo di interesse di quest’edizione è Vasilisa Berzhanskaya, con la sua particolare voce di soprano “Falcon” sfolgora nel personaggio della sacerdotessa druidica facendo prevalere il coté lirico su quello tragico: il suo canto, caratterizzato da bella qualità timbrica, è reso espressivo in curato fraseggio e attenzione della parola. Filature preziosissime perfettamente sostenute, spettacolare il legato e padronanza dei fiati, sonore mezzevoci, sono l’arma con cui il mezzosoprano russo caratterizza i momenti migliori, creando magiche tinte lunari e rendendo il pathos dell’azione con il suono, più che con l’accento drammatico, non completamente reso. Più amante e donna, che ieratica presenza sacerdotale. Solenne nell’ingresso, riesce abbastanza imperativa in Sediziose voci in cui sfrutta le risonanze ambrate del registro basso per esser più credibile. Le dinamiche e le intenzioni espressive, ricercate dalla Berzhanskaya, trovano piena realizzazione in eleganti pianissimi, in tempi di debordante larghezza che le permettono di giostrare la voce a piacimento, creando vibranti atmosfere. Fascinosa nel Casta diva, quando può filare la voce e in lunare purezza di emissione trascinare gli spettatori in un rapimento di preghiera fatta assoluta bellezza (e il direttore indugia in tempi ancor più lenti…). Non attacca però mai in velocità i passi acrobatici, sottraendo così mordente alla coloratura, e mostra difficoltà ad attaccare gli acuti “scoperti”. Interprete sempre suadente e trascinante quando si tratta di rendere la donna e l’amante, commovente per quella nota espressiva insita nel timbro, difetta però la sua interpretazione negli accenti di comando e imperio, non scolpiti, dando fondamentalmente un’interpretazione lirica, non omogenea e incisiva nei passaggi più drammatici. Patetici accenti nel convincente Non vedran la mano, gareggia nei duetti belcantistici con Adalgisa; pur si disimpegna nel “Guerra, strage sterminio“, per giungere al toccante finale in cui assurge a statura e patetica e tragica Qual cor tradisti – in gara con Pollione – straziante in Deh! non volerli vittime porta il teatro alla commozione generale. Non conquista completamente nelle parti di agilità, gusto sfrenato tipicamente belcantistica, tendendo a semplificare le preziosità ricamate da Bellini e non la trovano dirompente nella coloratura di forza e nei passi di agilità veloce. Maria Laura Iacobellis offre ad Adalgisa un discreto timbro di soprano “corto”, di tinta giovanile che ben caratterizza il personaggio, ma non sempre omogeneo nei registi e caratterizzato da suoni fissi. Così in Sgomba è la sacra selva dal registro grave un po’ gonfiato. Accorata nel duetto con Pollione, riesce convincente e persa ne’ pensieri amorosi. La caratterizzazione della giovane sacerdotessa risulta così caratterizzata e nella voce e nella recitazione, qual innamorata verginale e tormentata, amica leale e generosa. Al netto delle non perfette condizioni annunciate prima della recita del tenore Dmitry Korchak, va pur riportata la prestazione per personale caratterizzazione vocale di un Pollione lirico e – anche se il legato non è il suo forte e l’intonazione non sempre impeccabile – la resa del personaggio è tutta fondata sul canto, soprattutto grazie alla dirompente facilità di squillo e sonorità in zona alta. Non così però sul lato espressivo, con Meco all’altar di Venere tutto eseguito di forza, senza sfumature di amante; Me protegge, me difende sferra acuti spinti, “aperti” e non timbrati, per ottenere il fascino di potente squillo. L’accento eroico ne esce ridimensionato: s’infiamma sì, al primo atto, ma mai in maniera travolgente e la caratterizzazione del proconsole romano prosegue su questa linea per il resto dell’opera. Tenta finezze vocali nel duetto con Adalgisa, ma la voce si sbianca nelle tentate mezzevoci. La qualità espressiva migliora nell’ultima scena dell’opera, quando fa valere convincenti tratti amorosi e paterni. Carlo Lepore è un Oroveso solido, di voce ben impostata e acuti immascherati, anche se non possente, non è mai gonfiato. Si disimpegna nell’aria Ah del Tebro, profetico nella visione. Statuario in scena, credibile nei gesti senza essere enfatizzati, teatralmente espressivo. Modeste le seconde parti, sia vocalmente quanto in espressività di Francesco Congiu Flavio e, ancor più Alessandra Della Croce quale Clotilde. Renato Palumbo dirigeva l’opera del catanese sul podio dell’Orchestra Filarmonica Italiana. Dopo un’ouverture robusta e vivacemente sostenuta, pur senza particolari sfumature, il Direttore dilaga in tempi di larghezza esasperante che se servono bene a mettere in luce le caratteristiche interpretative della primadonna, vanno a detrimento della resa complessiva della partitura che, come un soufflé si “siede” e si sgonfia. Buona la resa del Coro del Regio, preparato da Martino Faggiani, anche se al Guerrra, guerra troppa è l’enfasi, rispetto alle preziosità di aliti vocali mostrati poco prima. Godibile spettacolo, una coproduzione Regio di Parma, Teatri di Piacenza e Teatro Comunale di Modena. Il sipario si apre su un pregnante esterno di palazzo ottocentesco in piena decadenza, che si alterna a rinserrato e claustrofobico interno; scene di Andrea Belli, costumi sontuosi di Valeria Donata Bettella, immaginifiche luci, che piovon e filtrano, di Simone Bovis. Il regista ambienta la vicenda in uno spazio di decadenza ottocentesca, facendone più una questione amorosa rinserrata in ambienti privati e borghesi. Successo caloroso per tutti, con ovazioni per la protagonistaAl Teatro Regio di Parma.
gF. Previtali Rosti

