Quando ero piccola, mia madre mi ammoniva ogni volta che il venerdì mi vedeva felice e sorridente. Diceva che era il giorno di Gesù morto in croce e che andava rispettato con serietà e devozione. Mi faceva recitare il Salve Regina e mi ricordava che questa vita è una valle di lacrime, che il pianto purifica dal peccato. Sono cresciuta con una convinzione silenziosa ma potente: il dolore, agli occhi di Dio, è un merito. Più soffri, più sei degno d’amore. Questa visione distorta ha generato in me molta sofferenza, dentro e fuori. Desideravo essere amata, e per esserlo credevo di dover soffrire. Anche quando, col tempo, ho lasciato andare questa credenza, continuo a vederla riflessa nel mondo che mi circonda, un mondo che mobilita energie immense per chi soffre, ma resta spesso indifferente verso chi sta bene, chi fiorisce, chi è felice. Nel profondo dell’inconscio collettivo sembra ancora agire questa equazione crudele: per essere visti, sostenuti, amati, bisogna portare una ferita. Essere un po’ sfortunati. Quanta rabbia sento davanti a tutto questo. Vorrei gridare al mondo di smettere di dare forza solo al dolore. Di ricordarsi che anche la gioia ha bisogno di spazio, di cura, di solidarietà. Che il successo, la serenità, l’armonia non sono colpe da minimizzare o silenziare, ma realtà vive che meritano riconoscimento. Nel cuore umano, dolore e gioia stanno sulla stessa bilancia. Hanno lo stesso diritto di esistere, di essere accolti, di essere onorati. Continuare a sacralizzare solo la sofferenza è un’ingiustizia sottile, ma profonda. Io non voglio più credere alla menzogna secondo cui solo soffrendo si viene amati e aiutati nel cammino della vita. Voglio essere vista quando cado, ma anche quando splendo. Accolta quando piango, ma anche quando rido. Con la stessa intensità, con la stessa verità. È tempo di smettere di dare forma infinita alla sofferenza. È tempo di fare un passo indietro e ricordare le origini: un tempo simbolico, un’età dell’oro, in cui la vita si muoveva in armonia con la natura, in una primavera eterna, dove la gioia non doveva giustificarsi e la felicità non chiedeva permesso. Non voglio più essere amata per le mie ferite ma per la mia verità intera per le lacrime che cadono e per la luce che trabocca che il mondo impari a sostare non solo accanto al dolore ma anche accanto alla gioia senza paura, senza sospetto una felicità riconosciuta non è un’offesa a chi soffre è una promessa possibile per tutti.
Fiorinda Pedone

