di Tommaso Chimenti
FIRENZE – E’ l’immancabile volto che decreta, già dal foyer, se lo spettacolo che sta per iniziare sia effettivamente da seguire o meno. Titti Giuliani Foti, firma eccellente per molti anni del quotidiano La Nazione, è la decana del giornalismo fiorentino anche se forse non se lo vuol sentir dire. Vulcanica, sempre attiva, sempre in movimento. Dove c’è teatro Titti non manca mai. I suoi giudizi, approfonditi, competenti, le sue analisi lucide e strutturate, sono implacabili, senza mezze misure, onesti intellettualmente, costruttivi come dovrebbe essere la vera critica teatrale, quella di una volta, seria, puntuale, precisa, quella che purtroppo va scomparendo a favore dell’opinionismo, del dilettantismo o ancora dell’amatorialità. Titti è una vera motivatrice e movimentatrice culturale, autrice di libri, moderatrice di incontri e dibattiti, le sue interviste hanno per anni dato fermento intellettuale e smosso Firenze e i suoi salotti. E poi non si ferma mai, ha sempre mille interessi, nuove curiosità, una fucina inesauribile di nuovi orizzonti da solcare. Una giornalista come è difficile trovarne per serietà, professionalità, capacità, conoscenza del settore, intuito, sguardo aperto. I suoi articoli, le sue recensioni, dovrebbero essere studiati dai giovani che vogliono intraprendere questa carriera. Gli occhi accesi dalla luce della scoperta continua del nuovo, quella fiammella di interesse perennemente on, quella voglia di mettersi in gioco, di esplorare terreni sconosciuti, di ampliare le proprie esperienze. Le abbiamo posto qualche domanda per conoscere meglio i dietro le quinte della scrittura, degli incontri, delle luci della ribalta, dei palcoscenici.
Come hai cominciato a scrivere, quali sono i tuoi esordi giornalistici?
“Ho sempre scritto, fin da piccolissima. Appunti, poesie, pagine che sembravano diari, a momenti alterni, quando ne sentivo il bisogno. La scrittura è sempre stata il mio modo naturale di stare al mondo. Al liceo, al Santa Marta di Settignano, un linguistico sperimentale, i professori di educazione artistica e di lettere si accorsero presto di me, di come scrivevo. Quando c’era qualcosa da spiegare per iscritto, un testo da preparare, un articolo per il giornale di classe, chiamavano me. Poi arrivò un’occasione speciale: una sorta di gemellaggio con Paris Match per raccontare Firenze. La scuola scelse me. Il settimanale francese pubblicò il mio articolo senza togliere neppure una virgola”.
Qual è il primo spettacolo che ti ricordi di aver visto a teatro?
“Il primo spettacolo che ricordo di aver visto a teatro senza mia madre, ma con gli amici, risale a quando non avevo ancora diciotto anni. Era alla Pergola: in scena c’era Carmelo Bene con il suo Pinocchio. Lo ricordo ancora con nitidezza. Non era una semplice messa in scena del classico di Collodi, ma un’incredibile e radicale rilettura. Tutto ruotava intorno alla figura del burattino, che diventava qualcosa di molto più profondo di un personaggio fiabesco. E’ qui che ho capito come Pinocchio potesse essere la metafora dell’attore stesso: corpo manovrato e insieme ribelle, creatura sospesa tra obbedienza e disobbedienza, tra voce propria e voce imposta. Metafora dell’infanzia che rifiuta di piegarsi, dell’io che si oppone alla crescita e alla morale adulta. In quel burattino inquieto, ostinato e irriducibile, mi sono riconosciuta profondamente. Forse è stato uno dei primi momenti in cui ho capito quanto il teatro potesse parlare direttamente di me”.
Che cosa prediligi guardare e sottolineare in una pièce teatrale: l’attorialità, la recitazione, la performance, il testo, i costumi, le musiche. Su che cosa concentri il tuo sguardo?
“Quando assisto a uno spettacolo, tendo a coglierlo nella sua interezza, senza soffermarmi esclusivamente su un singolo elemento. Naturalmente, se un’attrice emerge per talento più del suo costume, me ne accorgo; ma non è su questo che si concentra il mio sguardo. Credo che l’attorialità, la qualità della recitazione, la performance, la presenza scenica, il testo, i costumi e le musiche siano tutte espressioni di un’unica realtà: lo spettacolo nel suo insieme e il risultato che riesce a generare. Sono aspetti diversi di una stessa medaglia, che acquistano senso proprio nel dialogo reciproco. Quando vado a teatro, mi pongo sempre senza pregiudizi: né rispetto alla scelta del testo, né rispetto a chi lo interpreta. Mi interessa lasciarmi attraversare dall’esperienza complessiva, valutando l’armonia, o la dissonanza, tra tutte queste componenti”.
Quali sono gli spettacoli della tua vita, quelli che ti hanno cambiata.
“Gli spettacoli che hanno segnato profondamente la mia vita, cambiandomi per sempre, sono innanzitutto “Enrico IV” di Pirandello con Giorgio Albertazzi. Ero poco più di una ragazzina quando ebbi il privilegio di stargli accanto per tutta quella straordinaria tournée. Con lui ho imparato il teatro vivendo, giorno dopo giorno, senza lezioni formali e senza che salisse mai in cattedra. Con una semplicità disarmante mi ha trasmesso un mondo intero: il rigore, l’eleganza, il rispetto profondo per il testo e per il pubblico. È stata una scuola silenziosa, ma potentissima. Mi ha cambiata molto anche “La Traviata”, il film-opera di Franco Zeffirelli, un altro maestro a cui devo tantissimo. Attraverso il suo lavoro ho compreso davvero cosa significhino “figurativo” e “romantico”: la cura dell’immagine come espressione di un pensiero, la bellezza come veicolo di verità. Ho visto anche le ingiustizie di una certa critica cosiddetta intellettuale, che lo accusava di decorativismo, di oleografia, eccessivo estetismo. Eppure il suo messaggio, la sua etica, la sua purezza artistica sono oggi riconosciuti nel mondo: è considerato un maestro della messa in scena, soprattutto lirica e shakespeariana. Molti dei suoi detrattori, con i loro spettacoli concettuali, sono scomparsi. Qualcosa vorrà pur dire. E poi non posso non nominare il mio meraviglioso Eduardo De Filippo, con cui ho frequentato la mia prima scuola di drammaturgia a Firenze, proprio al Teatro della Pergola. Un giorno mi disse: “Fai quello che vuoi, ma scrivi.” Una frase semplice, ma per me definitiva”.
Qual è la prima recensione che hai pubblicato? Ti ricordi il titolo?
“Una delle primissime recensioni che ho pubblicato, non so se la prima, riguardava uno spettacolo diretto da una cugina di mia madre, Adelaide (Bibi) Foti. Una vera “geniaccia”: si è laureata in Storia dello Spettacolo a ottant’anni, con una passione e una lucidità intellettuale fuori dal comune, faceva anche i casting per i Taviani. Non ricordo il titolo dello spettacolo, ma ricordo bene l’energia che lo attraversava. Tra i protagonisti c’era anche Alberto Severi, collega della Rai ed esperto di spettacolo, presenza autorevole e generosa in scena. Ripensandoci oggi, mi colpisce come già allora fossi attratta non solo dall’evento in sé, ma dalle persone, dalle storie, dalle traiettorie umane che il teatro intreccia e custodisce”.
Hai lavorato per tantissimi anni a La Nazione, il quotidiano di riferimento fiorentino e toscano, e sei diventata un punto di riferimento. Come si svolgeva la vita di redazione?
“A La Nazione sono entrata giovanissima, a vent’anni, come collaboratrice. Poi sono cresciuta lì dentro, passo dopo passo, fino a diventare caposervizio per gli spettacoli e la cultura, ruolo che ho ricoperto per almeno altri vent’anni. Devo moltissimo a quel giornale: mi ha dato spazio, fiducia, responsabilità. Mi ha permesso di esprimermi e di diventare la professionista che sono oggi. Eppure non ho rimpianti per essere passata a un’altra testata, Arte Cultura Magazine, un network nazionale dove continuo a lavorare con passione. La vita di redazione è durissima. Non è l’articolino scritto e lasciato lì in attesa di pubblicazione: è un lavoro totalizzante. Ho gestito pagine e pagine di giornale dalla mattina alla sera. Grafici, impaginazione, titoli, telefonate per chiedere pezzi, l’attesa che arrivassero, la lettura attenta, la valutazione se fossero adeguati o meno. La scelta delle fotografie. E poi le riunioni, almeno due al giorno, per confrontarsi, discutere, decidere. È un lavoro immenso, spesso invisibile. Nel frattempo sono diventata madre di due figli, che ho cresciuto senza mai far pesare nulla ai colleghi. Sono sempre stata presente, credo affidabile, disponibile. Perché questo mestiere non è solo un lavoro: è parte di me. Oggi faccio la giornalista “da signora”, una scelta: scrivo ancora moltissimo, ma non ho più l’incubo degli orari dell’impaginazione. Anche la tipografia era un mondo a sé, pieno di colleghi bravissimi che mi hanno insegnato tanto, non solo sul giornale ma sulla vita. La Nazione resta il mio giornale. Altri mi hanno chiesto di scrivere per loro, ma se devo ritrovarmi sulla carta stampata, forse aspetterò la pensione per tornare nel mio guscio. Non potrei scrivere davvero per un altro quotidiano: io sono La Nazione e La Nazione è in me, stessi esatti rapporti con tutti. E oggi sono felice che sia diretta da Agnese Pini, amica e persona straordinaria, ricca di valori autentici , qualità che non sono così frequenti”.
Nel corso della tua carriera hai incontrato e intervistato migliaia di volti noti. Quali sono stati quelli che ti hanno colpito maggiormente, che ti sono rimasti nel cuore, che ancora ricordi con piacere.
“Ho incontrato e intervistato migliaia di personaggi noti, e con molti di loro si è creato un rapporto autentico, fatto di stima e fiducia reciproca. È difficile dire chi mi abbia colpito di più, ma se penso a qualcuno che mi è rimasto nel cuore, il nome che affiora subito è quello di Margherita Hack. La invitai a uno degli incontri che organizzavo in Auditorium: arrivò con il marito e persino con due gatti, con quella sua libertà assoluta e disarmante semplicità che la rendevano unica. Fu proprio lì, in quell’occasione, che le chiesi dove fosse nata a Firenze. Mi rispose, con naturalezza: “In via Cento Stelle.” Una rivelazione che fece il giro della stampa italiana: nessuno lo sapeva, e lo disse proprio a La Nazione. Un piccolo grande momento giornalistico che porto ancora con me. Tra gli ospiti di quegli incontri anche Gigi Proietti, inesauribile miniera di aneddoti e simpatia, capace di incantare il pubblico alternando leggerezza e profondità. E poi Luca De Filippo, che incontrai dopo la scomparsa di Eduardo. Non si concedeva quasi mai alle interviste, era riservato, quasi schivo. Eppure venne da me. Per quell’incontro Il Mattino mandò addirittura due inviati speciali: segno di quanto fosse atteso e significativo. E su tutto, la mia amicizia con Dacia Maraini, che mi ha vista crescere, professionalmente e umanamente. Un legame prezioso, costruito nel tempo. Sì, piccole – grandi – soddisfazioni ne ho avute e ne ho ancora. Ogni incontro è diventato un tassello della mia storia”.
Hai scritto un libro dedicato a tua madre qualche anno fa, “Cara Mamma”, ci puoi raccontare la sua figura e il sentimento che vi legava?
“Il libro che ho dedicato a mia madre nasce da un rapporto che era quasi da sorelle, più che da madre e figlia. È stato una corsa contro il tempo, contro la malattia, contro l’impotenza. Non è soltanto un libro: è qualcosa che va oltre la scrittura. L’ho scritto in una sola notte, senza mai rimetterci mano. È uscito così com’era, come un’urgenza che non poteva aspettare revisioni né aggiustamenti. Ero esausta: esausta per la durata della sua malattia, per la sofferenza che ci ha attraversati, per quel lento e inesorabile cambiamento che ti costringe a vedere trasformarsi la persona che fa parte di te. All’improvviso, quella donna che spesso scambiavano per mia sorella veniva presa per mia nonna. È stato uno shock crudele, uno di quei passaggi che segnano un prima e un dopo. E intorno, medici impotenti, parole che non bastavano, attese interminabili. È un racconto vero. Talmente vero che ancora oggi non riesco a rileggerlo. Perché dentro quelle pagine non c’è solo una storia: c’è un dolore vissuto fino in fondo, senza filtri, senza protezioni”.
Hai intitolato un premio giornalistico in onore e ricordo di tuo marito, il giornalista Umberto Chirici: “Cronista: un mestiere, una passione”. Il giornalismo è nel dna della tua famiglia. Parlaci, se vuoi, del grande giornalista che fu tuo marito.
“Un premio giornalistico dedicato a mio marito non è soltanto un riconoscimento: è un atto di memoria, un segno necessario per chi fa questo mestiere. Lui è stato, senza dubbio, uno dei più grandi cronisti d’Italia, riconosciuto come tale da colleghi e lettori. È stato lui a coniare l’espressione “Mostro di Firenze”, una definizione entrata nel linguaggio comune e rimasta nella storia del giornalismo italiano. Ma al di là delle intuizioni professionali, era un giornalista straordinario per limpidezza, onestà e rigore morale. Sindacalista convinto, sempre dalla parte dei più deboli, non scendeva a compromessi. Il Premio giornalistico a lui dedicato, “Cronista: un mestiere, una passione”, è nato anche grazie all’impegno dell’Ordine dei Giornalisti e del suo presidente Giampaolo Marchini, insieme ai suoi storici colleghi, come Nicola Coccia, che hanno voluto trasformare il ricordo in qualcosa di vivo e concreto. Umberto ha insegnato il mestiere a generazioni di cronisti senza mai salire in cattedra. Insegnava lavorando, con l’esempio. Era gentile, disponibile, affettuoso. Non c’è cronista che non sappia chi sia stato e cosa abbia rappresentato. A La Nazione l’editore Attilio Monti voleva confrontarsi solo con lui: teneva ai suoi giudizi, alla sua lucidità. Durante l’alluvione si adoperò perché il giornale uscisse comunque: portava personalmente le lastre in tipografia per far stampare le copie al Il Resto del Carlino, a Bologna. Era fatto così: responsabile fino all’ultimo dettaglio, fedele al dovere dell’informazione. Era figlio di un altro grande giornalista, Fernando Chirici, che lavorava a Il Nuovo Corriere, uno dei giornali più schierati a sinistra dell’epoca, insieme a firme come Oriana Fallaci e Neera Fallaci, loro amiche da sempre. Fu proprio Fernando a contribuire a costruire il mito di Gino Bartali: lo seguiva come cronista nelle sue gare, erano amici d’infanzia, entrambi di Ponte a Ema. Una famiglia, la loro, in cui il giornalismo non era solo una professione, ma un modo di stare al mondo. E mio marito ne è stato una delle espressioni più alte”.
I tuoi figli vogliono, vorranno, seguire le orme giornalistiche dei genitori?
“I nostri figli seguono strade completamente diverse, eppure sanno scrivere. Sono due ragazzi straordinari, giovani ma già consapevoli e gentili. Diletta ha tre lauree, Fernando due, e si occupano di ambiti totalmente lontani dal giornalismo. Eppure, e questo è sorprendente, hanno un vero senso della notizia. Ogni tanto, anche involontariamente, mi danno suggerimenti preziosi. Il sangue, in fondo, non è acqua: certi talenti, certi istinti, certi occhi attenti alle storie, restano nel DNA”.
Come è cambiato negli anni il tuo sguardo teatrale?
“Forse la consapevolezza, l’aver visto di tutto e di più, l’aver studiato, perché si studia sempre, almeno io non smetto mai, non cambia lo sguardo teatrale, ma lo approfondisce. È raro che vada a vedere qualcosa di cui non sappia niente; eppure, credo fermamente che lo sguardo debba restare sempre lo stesso: attento, aperto, ben disposto e pieno di meraviglia. Uno sguardo disponibile, senza preconcetti, pronto a lasciarsi sorprendere. Per me il teatro massimo resta il Teatro della Pergola: ci sono cresciuta dentro, e devo molto a ciò che ho imparato lì. Se oggi sono quella che sono, è soprattutto grazie ad Alfonso Spadoni, allora direttore della Pergola, che mi ha insegnato come osservare, come stare in platea, come percepire l’energia di uno spettacolo e anche, quando serve, come saper andare via. Gli devo tantissimo”.
Quali sono le compagnie, gli attori/attrici o i registi che ti fanno ancora sobbalzare?
“Non so se intendi in senso positivo o negativo, ma ti dico la verità: non ho preferenze assolute e non ricordo momenti in cui mi sia detta “Ah, meraviglioso!”. Posso però dire che Stefano Massini è un vero innovatore del teatro: ha creato un genere tutto suo, il “genere Massini”, mai banale, con uno sguardo originale sulle cose, capace di far riflettere. Ma si sobbalza anche per le cose brutte: quelle che odio, cioè quando si cerca di spacciarle per impegno ciò che è quasi ridicolo e presuntuoso. Non farò nomi, ma purtroppo esistono”.
Cosa vorresti vedere nel teatro di domani? Cosa ti intriga e cosa invece non sopporti, teatralmente parlando?
“Per quanto riguarda il teatro di domani, ciò che mi incuriosisce e mi affascina sono le novità e la sperimentazione, ma fatte bene, con serietà, senza fingere ciò che non sono. Ed è esattamente la stessa cosa che non sopporto: l’illusione di innovazione spacciata per qualità, senza sostanza”.


