In scena dal 17 al 20 febbraio al “Teatro Eleonora Duse” di Genova
Nel portare in scena I corpi di Elizabeth di Ella Hickson, il Teatro dell’Elfo non si limita a presentare un nuovo testo della drammaturgia anglosassone contemporanea: compie un gesto critico, quasi archeologico, che interroga la genealogia del potere femminile attraverso la materia viva del teatro. La domanda che attraversa l’opera è: che cosa diventa il potere quando la corona poggia sul capo di una donna? Non è un interrogativo storico, ma un varco epistemologico: un invito a ripensare la sovranità come fenomeno incarnato, vulnerabile, contraddittorio.
La scelta di Hickson di sdoppiare Elisabetta I in due corpi scenici: la giovane regina interpretata da Maria Caggianelli Villani e la sovrana matura incarnata da Elena Russo Arman, produce un effetto di frattura che non mira alla psicologia, ma alla fenomenologia. Elisabetta non è un personaggio, ma un campo di forze, un palinsesto di identità possibili che si sovrappongono senza mai coincidere.
La giovane Elisabetta è la promessa, la soglia, la tensione verso un futuro ancora non scritto. L’Elisabetta adulta è la figura che ha imparato a trasformare la propria solitudine in linguaggio politico, il proprio corpo in territorio strategico, la propria rinuncia in forma di potere. In questo sdoppiamento si manifesta una verità che la storia ufficiale ha spesso occultato. La sovranità femminile non è mai unitaria, ma sempre negoziata, sempre in bilico tra desiderio e dovere, tra eros e ragion di Stato.
Il testo di Hickson è un corpo esso stesso: un corpo che sanguina, che pulsa, che si apre. La sua lingua, tagliente e contemporanea, porta in sé una doppia temporalità: da un lato la modernità del ritmo, dell’urgenza, dell’incalzare; dall’altro un’eco arcaica, quasi liturgica, che richiama la tradizione elisabettiana senza mai imitarla. Le parole non descrivono: feriscono. Non spiegano: espongono.
Il conflitto tra amore e potere, che attraversa l’intera opera, non è un tema narrativo, ma una struttura ontologica. L’amore è ciò che minaccia la sovranità; il potere è ciò che minaccia la vita. La sopravvivenza, come suggerisce la drammaturga, è l’unica forma possibile di vittoria per una donna che regna in un mondo costruito per gli uomini.
La regia di Crippa e De Capitani costruisce un immaginario visivo che non illustra il testo, ma lo amplifica, lo traduce in materia sensibile. Il trono, i tessuti preziosi, gli intarsi d’oro e di fiori non sono elementi decorativi: sono metafore incarnate della mutevolezza del potere, della sua natura oscillante tra splendore e prigionia.
La scena è un organismo vivo, un corpo che respira insieme alle attrici. I materiali, morbidi, cangianti, quasi liquidi evocano la fluidità della corona, la sua capacità di trasformarsi, di adattarsi, e di ferire. In questo paesaggio visionario, il corpo delle interpreti diventa il vero luogo della politica. Un corpo che si tende, si contrae, resiste, cede, si rialza. Un corpo che non rappresenta, ma testimonia.
I corpi di Elizabeth non è solo un esempio di “alto intrattenimento”, ma un atto politico, un gesto di riscrittura che restituisce alla storia ciò che la storia ha sottratto.
I corpi di Elizabeth è un’opera che brucia: brucia nella sua densità emotiva, nella sua lucidità politica, nella sua capacità di far risuonare il passato come una ferita ancora aperta. Hickson ci ricorda che il potere, quando attraversa un corpo femminile, non è mai un ornamento, ma una combustione: un processo che consuma, trasforma, lascia tracce.
Uno spettacolo che non si limita a raccontare una regina, ma che interroga la possibilità stessa di essere donna in un mondo che continua a chiedere alle donne di scegliere tra la vita e il potere.
Giuliano Angeletti
I CORPI DI ELIZABETH
Produzione: Teatro dell’Elfo, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
Traduzione: Monica Capuani
Regia: Cristina Crippa e Elio De Capitani
Interpreti: Elena Russo Arman e Maria Caggianelli Villani, Enzo Curcurù, Cristian Giammarini
Scene: Carlo Sala
Costumi: Ferdinando Bruni
Luci: Giacomo Marettelli Priorelli
Ph: Laila Pozzo
Suono: Gianfranco Turco

