Il grande teatro nel DNA, nel cuore e nelle vene: intervista a Viola Graziosi

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“Il telefono: la tua voce” recitava uno sketch pubblicitario qualche anno fa. Data l’impossibilità di un incontro di persona, perlappunto il telefono mi regala una delle voci più famose e belle del panorama italiano, quella che è stata definita “La più amata dagli italiani”, per citare un altro spot. In questo caso è davvero la voce che ci abbraccia e ci accompagna nelle nostre letture. Lo fa con sensibilità, professionalità, abilità: ci fa immaginare i “nostri film” con la grazia interpretativa degli audiolibri: Viola Graziosi. Figlia d’arte, voce dell’arte, cuore dell’arte.

Rosa Z.: Buongiorno Viola come stai?

Viola G.: Bene, bene grazie.

Rosa Z.: Appena ultimata la tournée con “Quartett” assieme a Maximilian Nisi, sta preparando qualcosa di bello, di emozionante?

Viola G.: Sì, sì, come sempre. Adesso sto preparando la ripresa di uno spettacolo che si chiama “Invenzioni”, tratto da “L’invenzione occasionale” di Elena Ferrante, sono articoli che lei ha scritto quando è stata per un anno a Londra. “The Guardian” le chiese di fare una rubrica settimanale nella quale aveva uno spazio per affrontare un tema della vita di tutti i giorni, dall’amicizia alla prima volta, al concetto di fine, alle piante e così via.

Rosa Z.: Avendo presente il modo di scrivere della Ferrante, penso che sarà interessantissimo.

Viola G.: Lo spettacolo è molto divertente perché va a indagare ogni sfaccettatura della vita. Poi essendo una figura che non ha un’identità definita…

Rosa Z.: … è misteriosa.

Viola G.: Esatto, ci rende molto liberi ed è proprio un’indagine introspettiva. In questo lavoro, in scena sono sì da sola, ma in realtà sono col pubblico e, assieme al regista, il testo mi ha portata a scoprire e a condividere proprio il fatto che Elena Ferrante è “l’amica geniale di tutti noi”. Qualunque situazione, qualunque tema lei approcci, ti ci ritrovi. All’inizio dici: “vabbè, ma lei dice prima una cosa e subito dopo il contrario “, poi ti rendi conto che, lei avvolge la domanda, ci entra dentro e ne esce. E tu ti ci ritrovi, proprio ti accompagna. Dopo aver scoperto, essere entrata, in qualche modo, dentro un suo ragionamento, i giorni successivi ti ritorna in mente in automatico e ti dici che aveva proprio ragione lei.

Rosa Z.: Ma in effetti è quello che accade anche leggendo “l’amica geniale”, sebbene siano mondi lontani. Mi pare di capire che neanche tu hai la minima percezione di chi sia e cosa sia? Io ho sento che sia una donna perché ha una sensibilità e una maniera di esprimersi tutta femminile.

Viola G.: Io credo che ci siano dentro la struttura entrambi i generi. Parlo del mio rapporto con la struttura sia maschile che femminile. Ed è per questo che è così completa, per questo è proprio “l’amica geniale”, perché non è parziale.

Rosa Z.: Forse è vero, mi sa che hai ragione.

Viola G.: Almeno io lo percepisco così, senza poi voler andare oltre.

Rosa Z.: Quando uno fa questa introspezione dell’animo umano così profonda e precisa, è indifferente che cosa sia e come sia.

Viola G.: O meglio, si completa, vero? E ciò che è molto interessante, secondo me, che in un certo qual modo possiamo anche ricollegare al lavoro di “Quartett”, è che oggi sono saltati i punti di riferimento tra il maschile e il femminile nonchè gli stereotipi in qualche modo. Quello che dobbiamo scoprire, e che stiamo scoprendo, non è tanto la separazione dei generi (cosa che crea ancora più distanza e soprattutto, come dire, donne con donne, uomini con uomini, sempre di più) ma è che ci serve la compenetrazione, a questi livelli, di quello che è l’altro. A maggior ragione, credo che oggi, prima dell’estinzione della specie umana, l’essere umano dovrebbe riuscire a “con-prendersi”.

Rosa Z.: Estinzione che sembra sempre più vicina poi, tra l’altro. Non così lontana come qualche tempo fa.

Viola G.: Esatto. Quando dico “con-prendersi” parlo proprio in senso di compenetrazione fisica, psicologica, emotiva, cioè dove siamo una specie plurima. Non credo che la soluzione sia nel volerla uniformare a una cosa sola. Per questo anche il lavoro di “Quartett” è stato molto stimolante per me da donna/attrice: un’indagine imprescindibile quella del maschile e del femminile che sono in me, al di là del fatto che io sia fisicamente totalmente una donna.

Rosa Z.: Sì, comprendo benissimo. Quello scambio, quel continuo “en travesti” che avete fatto in “Quartett”, io l’ho trovato estremamente interessante. L’ ho definito “senza orpelli”, ognuno con la sua fisicità, con questo scambio di abiti e di ruoli molto intrigante.

Viola G.: Di ruoli e di posizioni.

Rosa Z.: Sì, tutto. Onnicomprensivo.

Viola G.: Stiamo tutti in tutte le posizioni, non è che possiamo sempre puntare il dito e dire che la posizione dell’uomo è così e la posizione della donna è colì, a seconda di dove ci poniamo. Io penso che ovviamente la differenza maggiore sia fisica e poi alla fine, in qualche modo, anche la mentale dipende da diversi fattori, dalla posizione assoluta.

Rosa Z.: Mi ritrovo. Diciamo che lo sdoganare il problema di genere ha fatto sì che ci fosse un concreto fil rouge fra l’essere maschile e l’essere femminile e quindi, secondo me, ha portato un ulteriore arricchimento interiore a coloro che “si vogliono” arricchire interiormente. Coloro che vogliono invece le palizzate sempre più alte, le distinzioni sempre più rigide, come era una volta, che poi era semplicemente di facciata, ovviamente fanno dei passi indietro notevoli ed è impossibile comunicare.

Sono molto molto lieta che ci troviamo sulla stessa linea. Veramente preziosa è questa grande opportunità che mi avete dato di fare quattro chiacchiere con persone che si esprimono in un mondo che io adoro e che lo vivono e lo trasmettono in tutti i modi. Per me è veramente molto molto importante. Ringrazio sia te che Maximiian Nisi che mi ha dedicato anche un sacco di tempo.

Viola G.: Io ringrazio te. Noi siamo realmente degli “atleti del cuore”, dei ricercatori dell’anima, possiamo dire così, facciamo il laboratorio umano direttamente: questa penso sia la funzione dell’attore, cioè si agisce verso colui che poi “trasmette”. L’attore è prima di tutto lo spettatore, cioè quello che sta dall’altra parte e riceve. In questo caso noi siamo però la materia e il luogo, come dei ricercatori, degli scienziati che fanno un’esperienza di laboratorio. Per me, la mia vita è questa, questa esperienza di laboratorio. Una volta che io attraverso i testi che si affrontano, i personaggi che mi giungono e con i quali mi confronto, imparo di me e attraverso me, e quindi posso restituire questa esperienza al pubblico, di cui io sono la prima spettatrice. Non mi metto da un’altra parte. Ora, poterlo anche raccontare con il lavoro che fai tu di giornalismo e di divulgazione, è fondamentale perché poi il momento del teatro è un momento del “qui ed ora”, di un tempo molto ristretto dove c’è un accadimento tra noi in scena e il pubblico in sala.

Rosa Z.: Sì, c’è una comunicazione fortissima per chi vuole comunicare. E per chi vuole ricevere.

Viola G.: Per me il teatro è sempre un dialogo. Non è tanto come chi viene a guardare una scultura già fatta. La scultura, se così si può definire, si fa insieme, la fanno gli spettatori e gli attori insieme nel momento del teatro. Non esiste a prescindere. Infatti, ogni sera lo spettacolo è comunque diverso, anche se ha dei binari ben definiti, che sono e devono rimanere, ovviamente, quelli. Come dire, è una relazione assoluta e totale. Non esiste altrove. È come un incontro: adesso noi stiamo parlando, tu sei tu, io sono io, ma il nostro incontro è solo adesso mentre parliamo o un altro momento in cui ci rincontreremo. Ecco, per me lo spettacolo è quell’incontro tra attori e spettatori. Non è niente a prescindere da quell’incontro. Le persone che lavorano per indagare una materia e altre persone che vivono la vita, ma che si dispongono a fare quell’esperienza.

Rosa Z.: E che siano disponibili al confronto, aperti al confronto. In virtù di questo, io sto facendo una battaglia da anni, nel mio piccolo, però trovo poco riscontro nel cercare di portare avanti una quasi-soluzione: parlo dell’educazione soprattutto a teatro, non tanto al cinema, luogo in cui disturbi “solamente” (!!!) chi ti sta vicino. Proprio a teatro deve essere totale il rispetto nei confronti di coloro che stanno recitando lì, di fronte a te, per te, in modo che noi spettatori possiamo ricevere e godere di qualcosa con cui, altrimenti non entreremmo mai in contatto. Tutti i vari modi di disturbare del pubblico sono totalmente irrispettosi nei confronti vostri: voi siete lì, gli attori sono lì, stanno lavorando; non sono un filmato, non sono momenti proiettati su uno schermo. Trovo questa una cosa davvero allucinante!

Viola G.: Lo è, ma io per natura, per carattere, ritengo sempre che le responsabilità di qualunque cosa siano condivise; quindi è 50% e 50%, per non creare gelosie. Ritengo che sì, una parte è educazione delle persone, per cui il pubblico dovrebbe rispettare chi sta di fronte e fa lo spettacolo. Per contro dall’altra parte, chi sta di fronte e fa lo spettacolo, deve offrire qualcosa al pubblico. Io penso che, se si è rotto questo legame, o comunque non è più così scontato, la responsabilità sia di entrambe le parti. Io posso lavorare sulla mia parte, e ritengo, come in qualche caso eccezionale, qualora la distrazione del pubblico sia troppa e, magari, due o tre spettatori disturbino gli altri, bisogna prenderne atto e agire. È successo che io abbia interrotto lo spettacolo, soprattutto con i ragazzi. Ma perché l’ho fermato? L’importante è che arrivi a loro, quindi ho fermato dicendo: “ragazzi, io lo spettacolo lo conosco, c’è il lavoro, lo studio di questa materia. Io l’ho fatto. Ora sono qui per voi. Sono qui solo per voi, non per me stessa. Per cui, se voi non lo ricevete, è inutile che io vada avanti. Cosa vogliamo fare?”, E questo non era in maniera spocchiosa o di, come dire, voler fare la maestra che bacchetta. Era realmente per dichiarare apertamente: “io non voglio farlo tanto per farlo”. Il mio compito è che arrivi qualcosa, per cui preferisco anche che arrivi che non facciamo lo spettacolo, che parliamo o ci raccontiamo un’altra cosa, se è più interessante. L’importante è che stiamo insieme, per cui questo tempo che ci è dato è per incontrarci. Questo comportamento ha creato, come dire, ha dato delle risposte perché cosa ho notato? Che i ragazzi si sono sentiti, visti e messi al centro. Si sono sentiti coinvolti.

I protagonisti, non siamo noi, i protagonisti sono gli spettatori. Questo il punto che, magari alcune volte in teatro, i teatranti hanno dimenticato: i protagonisti sono gli spettatori. A me è successo di andare a teatro e vedere degli spettacoli dove io non ero contemplata come spettatrice e quindi di dirmi: “ma io perché sono qui a guardare questi sul palco che se la raccontano tra di loro, senza considerare che io sono qui, ho dedicato il mio tempo e vorrei ricevere qualcosa?”. Per cui dico che mi metto a metà e cerco di vedere e, soprattutto, capire.

Rosa Z.: Io direi tre quarti e un quarto dài, perché voi avete eventualmente solo un quarto di responsabilità!

Viola, ci tenevo proprio a dire che sono veramente onorata di parlare con te anche perché ricordo benissimo tuo padre Paolo. Quanto mi piaceva vederlo recitare nei vari sceneggiati che guardavo sempre da bambina! Io, di solito nelle mie interviste, faccio sempre la domanda: “che cosa ha scatenato la passione per il teatro, per la recitazione, eccetera?”. In questo caso penso che vada da sé, a meno che non ci sia qualche spettacolo, qualche regista, qualche momento particolare che desideri raccontarmi.

Viola G.: Ti sorprenderò con questo: io credo, come dice James Hillman ne “Il codice dell’anima”, che la nostra ghianda sceglie dove nascere. Io credo di aver scelto di nascere da mio papà e da mia mamma perché certamente lui mi ha mostrato la via, ma in realtà io quella via l’ho riconosciuta, forse, prima ancora di nascere. Comunque ti posso dire che i miei disegni di bambina erano solo palcoscenici, ecco. Cosa che, per esempio per mio fratello, figlio dello stesso padre e della stessa madre, non è. Quella via poi, evidentemente, ce l’avevo già io… e un po’ me l’ha mostrata papà.

Rosa Z.: Inoltre hai debuttato giovanissima, 17 anni, con il compianto, recentemente scomparso, Carlo Cecchi, mi confermi?

Viola G.: Sì, sì, confermo, ma ti dirò anche di più. In realtà io già mi esibivo un po’ all’inizio con i parenti, per racimolare qualche soldino, ecco. Ero in Tunisia dove sono cresciuta, per cui diciamo che papà era sempre in teatro, e lo raggiungevamo ogni tanto con mia mamma e mio fratello. Lui stava a casa pochissimo, non era nel nostro quotidiano.

Rosa Z.: Come mai in Tunisia?

Viola G.: Perché mia mamma ha avuto un’offerta di lavoro all’ambasciata d’Italia a Tunisi. Lei prima aveva lavorato nell’ambasciata d’Italia in Mozambico, dove stava quando io sono nata. Ha avuto questo lavoro e ci siamo trasferiti. Poi lei è rimasta lì, si è separata da mio papà, si è risposata (quindi ho due sorelle mezze tunisine) ed è rimasta lì trent’anni. Io poi ho fatto le scuole francesi eccetera. Comunque, a 12 anni, all’esame di quinta elementare, la maestra ci disse che avremmo dovuto fare le prove di italiano, matematica, storia eccetera, e io ho proposto di fare anche una prova di teatro. Ho fatto un pezzo di un monologo davanti ai miei compagni di scuola. Questo me lo ha ricordato un amico di mia mamma, che aveva una figlia della mia età, che ho rincontrato qualche sera fa e che è venuto a vedere proprio “Quartett”. Mi ha ricordato che, quando ero a casa, c’erano i bambini e tutti quanti giocavano, allora lui, che era il papà, diceva sempre: ”che gioco volete fare, bambini? Giochiamo a questo, a quello?” e io dicevo sempre: “. Facciamo uno spettacolo!”. Perciò dico che c’è qualcosa che ha sempre fatto parte di me, non è solo che io ho ammirato mio papà e quindi ho voluto seguire le sue orme. Non credo che sia questo. Non credo che sia solo questo.

Rosa Z.: Beh, ha rappresentato un grande stimolo comunque.

Viola G.: Sicuramente e soprattutto materiale, perché io gli rubavo tutti i copioni. E volevo fare tutti i ruoli, non volevo farne uno solo. Li volevo fare tutti io. E quindi l’ho anche fatto. Poi obbligavo il mio fratellino a darmi le battute, quindi prendevo tutte le più importanti io e a lui davo le battute piccole, che mi permettevano di andare avanti.

Rosa Z.: Ti faceva da spalla!

Viola G.: Esatto, è sempre stata la mia spalla. E lo è ancora nella vita.

Rosa Z.: Mi fai venire in mente che anche io facevo così, ad esempio quando, a 12 anni, è uscito al cinema “Jesus Christ Superstar”, ho preso il vinile con tutti i testi e lo cantavo o tutto da sola o con mia sorella e delle amichette. Ognuno faceva una o più parti. Ovviamente la più ambita era Gesù. Praticamente ho cominciato a imparare l’inglese così, perché a scuola facevo francese.

Viola G.: Vedi come poi tornano le cose, ma è così. Anch’io cantavo molto e un altro modo che avevo per recitare da bambina era cantare, perché non è che potevo prendere un testo, se non appunto fare proprio degli spettacoli addirittura. Cantare era un modo per entrare in una storia, impersonarla, quindi emozionarmi, entrarci dentro tutta quanta e raccontarla nel tempo della canzone, che erano quei due tre minuti.

Rosa Z.: Un recital proprio. Quanto ti capisco!

Viola G.: Esatto, quello anche è stato un mio grande terreno di gioco. Nella prossima vita vorrei fare la rock star.

Rosa Z.: Sì! in effetti… però non queste rock star di adesso, troppo sfruttate, troppo gioco a tappe spinte, troppo pedine. Quelle degli anni 70, forse anche 80, ma non oltre, perché poi dopo hanno cominciato a diventare troppo forzatamente un mito, troppo influencer e tutte queste cose qua.

Viola G.: Sì, perché poi non si considera lo studio. Ecco, io chiamo l’attore “l’atleta del cuore”, perché è davvero un atleta. L’atleta, per poter fare le Olimpiadi, si deve allenare molto tutti i giorni. Allora, quando ero bambina, ad esempio, un altro riferimento, proprio a proposito di canzone, era, che stando in Tunisia, avevo soltanto Rai Uno come canale italiano. Insomma, c’era il Festival di Sanremo e mi ricordo quando è arrivata Giorgia.

Rosa Z.: 1994.

Viola G.: Eh sì! Mi dicevo: “vedi lei, è bravissima!”, cioè io vedevo il talento e la capacità, ma vedevo anche lo studio, cioè era tecnicamente preparatissima. E quindi mi dicevo che per essere lì avrei devuto essere pronta. E questo ha stimolato molto il mio studio e lo stimola tuttora. Io mi alleno tutti i giorni, da tanti punti di vista, e pratico, pratico, pratico, per poi poter essere pronta.

Rosa Z.: Ma sport anche? Hai un fisico da atleta, non hai un fisico da “donna normale”!

Viola G.: Sì, sì. Mi alleno anche… Certo, perché il corpo è il mio strumento. Da un paio d’anni mi alleno con il crossfit, che è fantastico, ti fa lavorare anche molto il fiato e la mobilità. Mentre a volte si pensa che il nostro lavoro sia come naturale, semplicemente reciti come ti senti, racconti te stesso. No, non è quello. È un lavoro atletico per cui certo che ci vuole, come dire, il talento di base ma poi è un allenamento, nessuno sportivo è solo nato con la capacità di gareggiare. L’attore, come l’atleta, si allena perché deve gestire tutto: dal punto di vista del corpo ma anche dal punto di vista psicologico.

Rosa Z.: L’equilibrio psicologico credo sia basilare, sennò come si fa? Anche lavori come “Quartett”, la prima volta in cui ti ho visto dal vivo, sebbene sia uno spettacolo di un’ora, è uno spettacolo incredibile. Voi eravate distrutti ma felici, alla fine e si vedeva. Io lo percepivo. A me piace stare nelle prime file, non per snob, ma proprio per il contatto. A me piace vedere gli sguardi, gli sguardi d’intesa anche fra di voi, mi piace vedere anche il trucco sfatto. Perché lì percepisci il lavoro, percepisci la passione, come vi siete tuffati in quei personaggi e in quelle situazioni: è bellissimo, è come stare lì con voi. Alcuni affermano che si veda meno, ma per me non è vero, io vedo di più perché devo essere come un piccolo insetto sulla vostra spalla. È meraviglioso così, infatti ho visto che voi eravate veramente molto provati perché è una prova attoriale notevole, bellissima! Vi siete talmente imbruttiti da diventare bellissimi tutti e due.

Viola G.: Grazie! Mi fa proprio tanto piacere sentire queste parole, queste osservazioni, questi sentimenti. È un lavoro cui teniamo molto. Ci siamo anche trovati molto bene, con grande rispetto e complicità. Non ci conosciamo da tanto Max ed io, da un annetto.

Rosa Z.:  Senti, una domanda… Avevate mai lavorato assieme, tu e Maximilian?

Viola G.: Prima c’erano già state delle occasioni che però non erano andate in porto. Poi abbiamo iniziato a lavorare insieme l’anno scorso, con il “Leone d’inverno”. Poi da lì abbiamo fatto qualche altro progetto insieme e questo è il nostro primo lavoro proprio pensato e portato avanti.

Rosa Z.: Totale.

Viola G.: Totale. È una veramente grande armonia e complicità. È una cosa, per me, molto importante.

Rosa Z.: Senti, figure femminili potenti, Clitennestra, Medea, la Marchesa di Marteuil, eccetera. Ma a me interessa molto, perché è qualcosa che mi ha sconvolto, Offred o Diffred, del “racconto dell’Ancella”. Io non l’avevo letto, ma ho visto la serie. Come storia, pensando anche quando è stata scritta, mi ha veramente turbata e volevo sentire come è stato l’approccio da parte di un’attrice del tuo calibro.

Viola G.: Molto doloroso, è stata un’interpretazione molto dolorosa. Quello che fa Margaret Atwood è cogliere una verità molto profonda per gli esseri umani: la nostra capacità di adattamento. Però la nostra capacità di adattamento porta a quello che io paragono a un’altra storia che però è reale: anche questa, diciamo che prende degli spunti, è un romanzo distopico ma che si rifà a cose reali. L’altra storia che centra questa tematica, che io trovo molto dolorosa, è “se questo è un uomo” di Primo Levi. Perché? Perché “se questo è un uomo” ci dimostra il problema più centrale della questione. Sì, sono i nemici, ma è la mostruosità dentro di noi che viene fuori.

Rosa Z.: Sì, è l’annientamento totale del nostro essere umani. Si diventa disumani anche dentro.

Viola G.: Esatto. E questo è quello che accade anche all’ancella del romanzo. La serie un pochino di più la salva da questo paradigma, perché la questione è se si salverà o non si salverà. Mentre il romanzo, e quindi ancora di più lo spettacolo teatrale, sintetico rispetto al romanzo, pone questo, che è la cosa centrale per me di Atwood: noi ci adatteremo a tutto e quindi diventeremo artefici di questa mostruosità. La parte più dolorosa per me è stata mettermi nei panni dell’ancella e l’ancella non si ribella realmente, si ribella nella funzione della funzione. Solo allora lei si ribella seriamente, vuole scappare: ma in realtà il punto è che lei aderisce completamente al sistema per sopravvivere e diventa la migliore delle ancelle; quindi, in qualche modo accetta quel sistema. Questo per me è il paradigma di questo romanzo, di questa storia, ed è questo che in teatro si porta. Ogni volta che lo faccio, già dal 2018, per cui sono già quasi dieci anni (e lo farò sempre), è proprio un’esperienza… non so come dire, è qualcosa come un rito collettivo, anche purificatore, perché poi in teatro il rito purifica.

Rosa Z.: Catartico proprio.

Viola G.: Catartico in questo senso, sì. Dove vediamo noi come ci giustifichiamo tutto per sopravvivere, quindi non è che siamo cattivi, però alimentiamo l’inaccettabile, in realtà. E diventiamo artefici noi stessi di questo orrore. Questo è quello che forse mette l’essere umano di fronte all’impossibilità di evolvere realmente. La capacità di adattamento nel bene e nel male è più forte, quindi si si adatta, più o meno si sopravvive, ma è proprio l’istinto di sopravvivenza.

Rosa Z.: Mi hai detto che sono ormai quasi dieci anni, cioè dal 2018. Dal 2018 il mondo ha avuto una sorta di cambiamento totale, come fu nel 2001, fino ad oggi, soprattutto in America, appunto la terra che viene così osservata e descritta nel “racconto dell’Ancella”. Come ti sei approcciata, hai avuto delle evoluzioni, delle involuzioni, in questo tuo personaggio? Lo senti in maniera diversa?

Viola G.: No, no, no, questo non cambia. Comunque, i classici, sono sempre moderni, sono sempre attuali. È solo il contesto che può cambiare, ma pensa che ha scritto il romanzo nel 1983. E sembra scritto adesso. Per cui c’è qualcosa, per questo dico, di paradigmatico. Lei ha toccato un punto molto, molto preciso, e questa cosa fa sì che quell’esperienza non cambi, non riguardi il tempo nel contesto, riguarda proprio l’essenza dell’essere umano, uomo o donna che sia. In questo caso però, per me Atwood ci mostra che noi siamo la generazione di transizione; adesso per me l’esperienza più epocale che stiamo vivendo è che arriviamo all’intelligenza artificiale. Non c’è più soltanto l’umanità tra umani e umani, ma c’è l’umanità tra “umani umani“ e “umani artificiali”.

Per cui no, questo per me rimane come un testamento, infatti poi il romanzo successivo al “racconto dell’ancella” è “i testamenti” e ho portato in scena anche quello, l’altra faccia della medaglia. Ciò che ne viene fuori è che il femminile ha una responsabilità in più e questo l’abbiamo tirato fuori anche in “Quartett”. Perché? Perché è procreatore. Oggi donne da sole possono fare figli, uomini da soli no. Se paradossalmente, noi prendiamo il seme di tutti gli uomini e lo congeliamo, può anche estinguersi la specie maschile e la specie femminile continua a portare avanti l’umanità per un numero X di anni. Ma noi, se impariamo anche a riprodurre le cellule degli spermatozoi, possiamo procreare. È fantascienza ma non tanto lontana. In “Quartett”, infatti, perché abbiamo invertito i ruoli? Perché è così, sempre; perché stiamo giocando, parliamo sempre di paradigmi e di simboli e di esperienze filosofiche messe nei corpi degli attori.

Rosa Z.: Sì, ma voi comunque poi lo dichiarate: anche il più scemo capisce che voi state giocando. Sì! Ecco, voi lo dichiarate proprio

Viola G.: Esatto, che se muore la donna alla fine, finisce la specie umana. Mentre nel romanzo, cioè nella pièce, nel testo di Müller, moriva l’uomo. Oggi l’unico modo per fermare il tutto, è: o l’individuo migliora o finisce la specie umana. Questo è un po’ il punto in cui siamo.

Rosa Z.: Dicevamo prima che è molto più vicina di quanto non potessimo pensare anche vent’anni fa.

Viola G.: Per cui è l’unico modo per estinguere la specie umana, non è tanto che finisca l’uomo, ma è che finisca la donna. Perché se non c’è più, l’uomo non si riproduce più.

Rosa Z.: Non c’è un luogo che possa accogliere una nuova vita, se non il corpo di una donna.

Viola G.: Sì, poi per carità, si può fare in provetta. A quel punto va bene, ma continueranno. Perché fare in provetta un essere umano? Meglio allora una macchina artificiale. Perché perlomeno, insomma ha qualche problema di manutenzione ma con gli aggiornamenti è sempre facile progredire. Anche noi abbiamo qualche problema di manutenzione.  Spero comunque di non vederlo perché io studio, faccio esperienza, porto in scena però poi…mi va bene così. (ridiamo)

Rosa Z.: Al di là della scena, comunque, le cose orripilanti brutte e mostruose che vediamo in tutti i campi, come si diceva anche con Max Nisi, dipendono dal fatto che della bellezza si sta perdendo il gusto in tutti i campi. Non si insegna più la bellezza e quindi questo ovviamente porta a cadere nell’abisso e nel non valutare più che una cosa o è brutta o è bella: è indifferente.

Viola G.: Sì, infatti per me stare nel teatro è l’ultima spiaggia dove si può cercare la bellezza e provare a condividerla. È un lavoro veramente a tu per tu, quindi, rispetto ai social, ha una velocità di trasmissione proprio arcaico, primitivo in questo senso.

Rosa Z.: Migliaia di anni.

Viola G.: Esatto, è proprio questo che mi piace ed è lì che personalmente trovo salvezza, ecco. So che quando arrivo lì il palcoscenico è un luogo sacro, puro e protettivo. È vero quando tu dici che ci vedevi stanchi ,sì ma felici nel senso che lì c’era tutta la vita possibile condivisa in quell’ora di spettacolo. Molto di più di quanto, ahimè, si trova nel quotidiano. Poi non vuol dire che non ci sia e non vuol dire che non dobbiamo stare totalmente anche come artisti, nel quotidiano, sennò poi di cosa parliamo? Non portiamo i massimi sistemi in scena. Anche questo è parte dell’allenamento dell’attore ed è stare nella vita.

Rosa Z.: Però c’è il “massimo sistema teatrale del teatro stesso” che appunto si porta dietro migliaia di anni e ancora viene rappresentato e ancora quelle chiavi sono presenti nella vita di “quello della pietra e della fionda”, come diceva Quasimodo. Quindi vuol dire che c’è speranza.

Viola G.: Certo, c’è sempre speranza.

Rosa Z.: Un’altra cosa volevo chiedere; ho visto che hai fatto anche la direttrice artistica del festival di Polverigi, no?

Viola G.: Sì, lo sono ancora.

Rosa Z.: Ecco, com’è per te questo ruolo? È interessante, è un giusto compendio alla figura di attrice, questa di essere curatore, organizzatore, di seguire le cose più tecniche, oppure è un’esperienza che ti porta a dire: “beh l’ho fatta, la termino e dopo basta”.?

Viola G.: No, anzi per me continua e la trovo molto interessante perché serve a capire e a lavorare di più dall’altra parte anche. Essere l’anello di congiunzione tra un progetto che si vuole far condividere al pubblico. Per me questo sta diventando imprescindibile, nel senso che poi ci sono attori e attori. In questo caso, e ci siamo trovati anche in questo io e Maximilian, siamo entrambi attori, lui anche regista, io più, in questo caso per esempio, ideatrice di spettacoli, di progetti artistici, però credo che per poter stare bene sulla scena devi capire anche molto bene il contesto in cui ti muovi, perché lo fai, cosa c’è dall’altra parte. Non basta più stare solo a fare la propria giusta interpretazione, per cui è quella consapevolezza che per me è necessaria, cioè noi siamo veramente degli operatori culturali. Credo che oggi abbiamo un grande compito e ciascuno fa il meglio che può, ciascuno utilizza al meglio le proprie capacità e questo credo che sia realmente un dovere, un po’ come scritto in uno degli articoli della nostra Costituzione (Art. 4.” La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” – ndr)., cioè siamo al mondo per dare il meglio delle nostre capacità e metterlo al servizio di tutti.

Rosa Z.: Sì, però il mondo che ci circonda (e soprattutto il mondo di coloro che “tutto movono”) devono farlo e dare la possibilità di farlo. Va fatto.

Viola G.: Ma guarda, io so di mettere la mia attenzione lì dove le cose si possono muovere, non dove sono ferme. Perché altrimenti il meccanismo, se non viene adoperato e nutrito nella maniera giusta, si blocca e si perde una fetta immensa: non è solamente lo spettacolino lì, eccetera. Coinvolge tutta la memoria, la responsabilità. Per cui è un compito che mi interessa molto, che sto sviluppando a mano a mano. Questo è il secondo anno di “Festival Inteatro – Festival di Polverigi”. È un festival multidisciplinare per cui abbiamo la possibilità di mettere a confronto linguaggi artistici diversi. E quest’anno ne proponiamo anche un altro, a cui io tengo molto, che è l’audiolibro.

Rosa Z.: Anche io adoro, infatti ho sentito soprattutto quelli di Maurizio Di Giovanni, letti da te. E sono molto affezionata ai personaggi di Maurizio Di Giovanni.

Viola G.: La lettura ad alta voce, per esempio, è un mezzo oggi molto importante di trasmissione perché raggiunge magari persone che non leggerebbero. Chiaro che, per chi ama leggere e fare l’esperienza personale della lettura, è un’altra cosa.

Rosa Z.: Il contatto con il libro, l’odore del libro…

Viola G.: È un’altra cosa. Esperienze. paragonabili cioè come dire che tu ami cucinare e mangi tutti i giorni ma ogni tanto vai a mangiare stellato o vai in un buon ristorante. Io sono uno chef, cioè il mio lavoro è quello di muovere la materia per cui so che, se ti leggo io il libro, ti porto a farne il film perché poi ti accompagno nel fare tuo il racconto. Non è uno spettacolo, è un punto di vista precedente. Non è la mia interpretazione, in quel caso sono solo ed esclusivamente tramite.

Rosa Z.: Per esempio io sono una lettrice molto lenta e ho un’immaginazione fervidissima: quando leggo un libro (mi ricorderò sempre quando ho letto tantissimi anni fa “il Lupo della steppa” di Herman Hesse, io mi vedevo Anthony Quinn che faceva un ruolo, mi vedevo tutti gli attori, sentivo la colonna sonora) ovviamente sono lenta. Non posso essere veloce. Io vedo gente, tra cui anche mio marito, che divorano i libri. Io invece devo andare al di là e quindi faccio più fatica. L’audiolibro mi aiuta, ecco. Così posso immaginare.

Viola G.: È vero che ti aiuta, certo. Il punto è che io mi pongo nel dire: “ok, lei deve farsi il suo film del libro”, perché ognuno deve farsi il proprio. Chi ascolta deve poter farsi il suo film, per cui io gli porgo la materia pronta ad essere, come dire, messa all’interno del film.

Rosa Z.: Infatti la famosa “Amica geniale”, (letta da Anna Bonaiuto, che adoro come attrice e come voce ed è nelle mie corde), quando ho visto la serie  mi sono accorta che era molto simile a come l’avevo immaginata io. Quindi mi ha dato molta soddisfazione. Come dicevi bene, devo continuare a fare così perché vuol dire che mi dà qualcosa di più, anzi ti dirò che io anche mi diverto ogni tanto a leggere e registrare per un amico o degli amici che scrivono. È una cosa che mi piacerebbe molto fare, proprio per queste ragioni che mi hai appena elencato tu e quindi concordo meravigliosamente, ottimo.

Ho visto che ti chiamavano anche la voce degli italiani, una cosa così, parafrasando degli slogan pubblicitari.

Viola G.: Sì, è successo, è stato qualche anno fa, sul settimanale Donna Moderna. Fa molto piacere, è molto bello. Guarda, la cosa bella è che poi si crea una fedeltà alla voce e quindi sono tuttora la voce femminile più apprezzata dagli ascoltatori, non lo dico io. Sono quella che ne ha fatti di più proprio perché c’è sempre stata richiesta. Questo vuol dire che è giusto il punto d’incontro. Le persone si affidano alla voce e la voce ha il compito di non tradirli. Questa cosa avviene realmente, per cui per me è sempre un grande onore, non c’è niente che uno possa mai dare per scontato nella relazione con l’altro. Alla fine, nel caso dell’audiolibro, le persone non è che si identifichino con me, ma trovano in quella voce, che io metto apporto, qualcosa che riguarda loro stesse.

Rosa Z.: Sì, la propria voce. La propria voce intesa non come suono, ma proprio come la voce interiore.

Viola G.: È questo che io cerco, per cui la mia è solo gratitudine perché io, è chiaro, mi ci dedico, però poi non è che posso obbligare, non so come dire, questa è una cosa che anche lì accade, no?

Rosa Z.: Eh certo, a parte che leggevo tutta la tua biografia, che è da paura: hai fatto mille cose e mi dispiace che molte volte le persone non ne abbiano la giusta percezione e soprattutto perché lo schermo, piccolo o grande che sia, porta più visibilità, c’è poco da dire. Ho però visto che recentemente non hai fatto tante cose: come mai? Non ti ritrovi più oppure non c’è stata l’occasione?

Viola G.: Adesso esce una fiction tra poco, per cui ho sempre tante cose.

Rosa Z.: Come si chiamerà questa fiction?

Viola G.: “I casi di Teresa Battaglia” con Elena Sofia Ricci. Quello che è successo in questi anni è che avendo fatto tanto tanto tanto teatro, non ho potuto fare altro, perché la televisione e il cinema hanno dei ritmi diversi, sono molto più immediati, cioè ti chiedono oggi di dare, entro 15 giorni, una disponibilità per sei mesi. Spesso io ho già i prossimi più o meno due anni pieni. Il teatro invece si prevede prima. Ora dato che ho voglia di tornare all’audiovisivo, sto facendo delle scelte un po’ diverse e quindi mi sto organizzando diversamente per essere disponibile anche a girare di più.

Rosa Z.: Tieni sempre pending Trieste e il racconto dell’Ancella, mi raccomando!

Viola G.: Sì, rimaniamo su quello!

Rosa Z.: Senti cara, un messaggio di dieci secondi da lasciare ai giovani, ai tuoi spettatori, ai più âgés, ai meno âgés, eccetera. Un messaggio che Viola vuole lasciare ai suoi fan, ammiratori, spettatori che ti hanno visto cambiare quest’abito e queste scene molto hot ai quali non eravamo pronti. Per ignoranza nostra, naturalmente.

Viola G.: Il messaggio è che ciascuno deve fare la sua parte, mi viene da dire. Abbiamo un dono che è la vita e ciascuno deve fare al meglio tutto quello che può. Questo guida le mie scelte. È il mio percorso, per cui mi auguro che ciascuno senta questa personale responsabilità e la onori al meglio che può. Insieme possiamo farcela.

Rosa Z.: Quindi memoria e responsabilità.

Viola G.: Certo. Assolutamente sì. Accettare un po’ meno, un pochino meno di facilità, di slogan, di cose, evitiamo di tirare conclusioni. Rimettiamoci in discussione, assumiamoci seriamente le nostre responsabilità, perché puntare il dito a che ci serve? A lamentarci?

Rosa Z.: Se poi non siamo costruttivi?

Viola G.: Esatto, abbiamo questo tempo, questo gioco? Cerchiamo di godercelo e cerchiamo la bellezza, questo sempre.

Rosa Z.: Ecco, se potessi rubare una qualità a uno dei tuoi personaggi, per esempio, e metterlo nella vita reale, chi sceglieresti tra i mille che hai fatto?

Viola G.: Che domandona! Lo so che è complesso. La pazienza. Perché io in realtà ne ho, ma vorrei che andasse tutto molto più veloce. Ogni tanto scalpito. Però chi ce l’ha la pazienza? Studio, studio. Continuo a studiare. Comunque, ogni personaggio mi insegna. Non ce n’è uno che non mi insegni.

Rosa Z.: E la Marquise de Merteuil che cosa ti ha insegnato? Quell’ultimo che ho visto ovviamente. Non ti chiedo l’ancella, ma la marchesa.

Viola G.: No, è che io non ho l’impressione di fare la marchesa. È vero che poi la faccio ma faccio la marchesa senza farla. Io non penso mai alla de Merteuil, l’ho fatta nelle “relazioni pericolose” e lì facevo proprio lei. Ecco, quello che mi ha insegnato: è una donna ferita che ha rinunciato. Invece qui, La mia Marchesa, se vogliamo chiamarla Marchesa, vuole fare la Tourvel, cioè vuole ritrovare una figura meno incattivita, che accetta e che ha più compassione. In qualche modo la Tourvel mi piace perché ama e si perde nell’amore e dobbiamo anche avere questo coraggio. Non si può fare tutto giusto, possiamo sbagliare, non importa, buttiamoci, come ha fatto la Toruvel, dentro la vita. Mentre la Marchesa de Merteuil è la Tourvel andata oltre, ha sofferto troppo e non vuole più soffrire e quindi, in qualche modo, materializza e svilisce tutta la sua vita. In questo caso abbiamo invertito i ruoli perché volevamo che quella scena tra Tourvel e Valmont fosse la nostra speranza, il nostro messaggio di speranza. Perché loro due, anche nell’originale di de Laclos, si innamorano davvero, si incontrano ed entrano in questo mistero che è l’amore dell’altro: uno per paura, l’altra per dolore, e muoiono entrambi come i più grandi amori che sono sempre impossibili. Perché Valmont è preso da questo amore. Va dalla marchesa che gli dice no. Per carità adesso la devi lasciare per gioco. per cattiveria, per chiusura, perfidia. Così lei muore di dolore. Però alla fine muoiono entrambi: ecco, questo forse mi ha insegnato questa marchesa che ha il coraggio di tornare a essere Turvel, anche se sa che soffrirà. Ma non importa, bisogna continuare ad aver voglia di amare, poter essere come personaggi. Per me loro sono i miei fari, i miei idoli, i miei riferimenti. Noi siamo molto meno, però ognuno ogni tanto ti aiuta, viene e ti ricorda qualcosa di importante.

Rosa Z.: Il fatto stesso che uno li introietti, ci entri nei panni a tutti i livelli, vuol dire che avevano qualcosa da dire, indifferente se siano vissuti realmente oppure nell’immaginario di chi li ha descritti e fatti parlare. E quindi questa è la meraviglia di fare il vostro lavoro, che non si può neanche chiamare mestiere: è missione.

Viola G.: Mio papà la chiamava vocazione.

Rosa Z.: Aveva ragione, santo uomo! Per questo lo ricordiamo ancora, perché diceva delle cose giuste.

Viola G.: Grazie di ricordarlo. Grazie di questa chiacchierata così bella.

Rosa Z.: Grazie a te, del tuo tempo, del tuo cuore, della tua passione, della tua voce.

Il click della chiusura della conversazione mi lascia sempre con lo sguardo sognante. È stato un momento altissimo che rimarrà impresso nel mio cuore. Quelle “affinità elettive” che ti fanno realmente rendere conto che, finché ci sarà qualcuno che vorrà testimoniare la bellezza e la forza, nonché la caparbietà della bellezza…la specie umana avrà bisogno di cultura…e non sparirà mai. Abbiamo la speranza che cammina al nostro fianco.

 

Da Trieste per oggi è tutto

Rosa Zammitto Schiller

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