Arriva a Milano, al Teatro Nazionale, la versione musical del celebre film del 1952 diretto da Stanley Donen con Gene Kelly, Debbie Reynolds e Donald O’Connor.
Prodotto da Fabrizio Di Fiore Entertainment, questa brillante versione della storia del passaggio del cinema da muto a sonoro ed alla conseguente nascita del doppiaggio, è firmata dal re del musical in Italia, Luciano Cannito. Siamo a Hollywood nel 1927, l’attore Don Lockwood, acclamata star del muto con un passato da ballerino e cantante di terz’ordine, fa coppia fissa sullo schermo con la bionda e vanitosa Lina Lamont, che lo crede innamorato di lei, nonostante lui cerchi in tutti i modi di farle capire che tra loro non c’è niente. Oltretutto Lina ha un carattere sprezzante e capriccioso, la sua voce è stridula e per niente gradevole, cosicché Don, per non rovinare l’immagine di entrambi, è l’unico a parlare durante le conferenze stampa e le interviste. Cercando di sfuggire ai fans, Don si imbatte per caso in Kathy Selden, giovane promessa del mondo dello spettacolo, che sembra però essere l’unica a non cadere ai suoi piedi. Con l’avvento del sonoro, R.F. Simpson, il proprietario della Monumental Pictures, si trova costretto a trasformare il loro ultimo film in un film parlato, ma l’idea si rivela impraticabile a causa del tono di voce fastidiosissimo di Lina che fino a quel momento nessuno aveva mai udito, e della sua incapacità di parlare ad un microfono. Intanto il musicista Cosmo Brown, migliore amico di Don, ritrova Kathy, che Don aveva cercato per giorni, e di cui si innamora, poi ricambiato. Cosmo suggerisce quindi di trasformare il film in un musical dove però Lina, solo per questa volta, verrebbe doppiata da Kathy, essendo il film già in fase di lancio. Lina è molto gelosa della ragazza, e quando scopre la verità si infuria e cerca di sabotare la storia d’amore, nonché di tenere Kathy nell’ombra costringendola a continuare a doppiare i suoi futuri film contro la sua volontà ed imponendo infine al produttore che la cosa non venga rivelata, minacciando di fare loro causa. Alla prima il film è un enorme successo e quando a Lina viene chiesto di cantare, Don e Cosmo la convincono a esibirsi in playback con Kathy dietro le quinte, per poi poterla smascherare alzando il sipario durante la sua esibizione e quindi rivelando il talento di Kathy. Alcune idee di Cantando Sotto La Pioggia potrebbero aver preso spunto dal film Étoile Sans Lumière del 1946, dove Édith Piaf interpreta una talentuosa cantante che presta la voce ad una star del cinema Stella Dora in uno dei primi film sonori. Una curiosità: la scena immortale in cui Gene Kelly canta sotto la pioggia fu in realtà girata di giorno: l’effetto notte fu ottenuto ricoprendo la scena con teloni; per la ripresa della pioggia venne usata un’illuminazione in controluce per farla risaltare meglio. Durante le riprese l’attore aveva oltre 39 di febbre!
Non è mai facile portare un film a teatro, ma la regia di Luciano Cannito è vivace, frizzante e fa sì che lo spettacolo scorra via senza nemmeno accorgersi; cura anche le coreografie e l’adattamento dei testi delle canzoni in italiano con Laura Galigani; coreografie come sempre belle, complesse e “classiche” nel senso più positivo del termine, adattissime al tipo di spettacolo. Portare in scena Cantando Sotto La Pioggia significa confrontarsi con un capolavoro assoluto del musical, un’icona del cinema e del teatro musicale che ha segnato l’immaginario collettivo di intere generazioni. Ma non si tratta solo di omaggiare un classico: è soprattutto l’occasione per restituire al pubblico contemporaneo tutta la sua energia vitale, la sua ironia intelligente, la sua contagiosa gioia di vivere. In questa nuova edizione italiana ho scelto di accentuare il tono comico e brillante della storia, esaltandone la leggerezza e lo spirito giocoso, senza però rinunciare alla profondità del contesto storico e culturale in cui è ambientata: la Hollywood degli anni ’20, nel pieno di una rivoluzione tecnologica e artistica, quella del passaggio dal muto al sonoro. Questo passaggio epocale fa da sfondo a una vicenda che parla, in fondo, del potere trasformativo dell’arte, della resilienza degli artisti, della capacità di reinventarsi e di trovare una propria voce anche quando tutto cambia. Temi che oggi, forse più che mai, risuonano con forza. Il lavoro sulle coreografie e sull’adattamento ha seguito la stessa linea: mantenere il rispetto per la tradizione, ma con uno sguardo fresco, dinamico, moderno. Il movimento diventa linguaggio narrativo, parte integrante del racconto, così come la musica e la luce, che ho voluto trattare come elementi drammaturgici veri e propri. Con questo allestimento invitiamo il pubblico a lasciarsi travolgere da uno spettacolo che è puro intrattenimento, ma anche un omaggio all’arte del fare spettacolo. E naturalmente, a cantare, ridere, sognare… e a lasciarsi sorprendere dalla magia della pioggia in scena, che non è solo un effetto scenico, ma un’emozione da vivere insieme, nel buio di una sala piena di luce.
Il cast vede un corpo di ballo bravo, preciso e ben affiatato. Lorenzo Grilli è Don Lockwood, non un grande nome noto al pubblico, risulta un po’ dimesso: certo il paragone con Gene Kelly è perso in partenza, danza bene, recita bene a fasi alterne e canta in maniera molto ordinaria; non possiamo quindi non ripensare a Raffaele Paganini, che interpretò lo stesso ruolo nella versione di Saverio Marconi di fine anni ‘90. Martina Stella è una straordinaria Lina Lamont, perfettamente nel ruolo dell’acida oca giuliva che si crede una grande attrice: simpatica, divertente per il pubblico e si vede che si sta divertendo pure lei. Kathy Selden è Flora Canto, la cui carriera si è sviluppata principalmente in televisione: non ha molto della ragazza innamorata ed ingenua, canta discretamente, danza pochissimo ed molto romana nella sua interpretazione. Molto bravi invece i restanti tre interpreti principali: Vittorio Schiavone è un Cosmo Brown frizzante e simpaticissimo, oltre che bravo ballerino e buon cantante, anche se il ricordo va a Manuel Frattini, indimenticabile Cosmo nella sopracitata versione di Marconi; Maurizio Semeraro è il produttore Simpson, bravo e perfettamente a suo agio nel ruolo, così come Sergio Mancinelli come Roscoe Dexter, il regista del film.
Come tutti i suoi lavori, il tocco magico che contraddistingue da sempre Luciano Cannito fa sì che non sia un mero clone del film, ma una rielaborazione molto sensata, fedele all’originale ma allo stesso tempo adatto al teatro ed al pubblico italiano: uno spettacolo bello, coinvolgente, di ottimo livello tecnico e per niente banale, con la pioggia vera sul palco. Da non perdere!
Chiara Pedretti

