Lucio Fulci, chi era costui? Lucio Fulci è stato uno dei maggiori registi del cinema di genere italiano. Il regista romano ha girato i più svariati generi di pellicole e pensate che il suo primo film, nel 1959, è stato “ I ladri “, nientepopodimenoche con Totò, passando poi per Ciccio e Franco, con i quali instaurò una più che proficua collaborazione, western estremi, film per famiglie, come “ Zanna Bianca “ ed “ Il ritorno di Zanna Bianca “, gialli e poi, nella parte finale della sua carriera, si dedicò al genere horror, che diventò il suo marchio di fabbrica, horror grazie al quale fu definito “ poeta del macabro “. Come quasi tutta la maggior parte dei registi di genere, inizialmente i suoi film furono catalogati come b -movie, ma col tempo furono ampiamente rivalutati e considerati come dei veri e propri cult. Il film di cui leggerete oggi è considerato, in assoluto, il suo capolavoro ed è un giallo con alcune venature horror il cui titolo è “ Non si sevizia un paperino “. Il film si rifà, purtoppo, ad una storia realmente accaduta un anno prima della realizzazione del film, la strage di bambini avvenuta a Bitonto nel 1971, per la quale non furono mai trovati i colpevoli. I protagonisti di questa pellicola sono Tomas Milian, nel ruolo di Andrea Martelli, un giornalista prima in vacanza, poi alla ricerca di giustizia, la conturbante Barbara Bouchet, nelle vesti, si fa per dire, di Patrizia, una ragazza “ bene “ che si trova in paesino del sud Italia perchè mandata dal padre, un ambiguo Marc Porel, nel ruolo di Don Alberto Avallone, un prete che prova a portare i ragazzini della parrocchia sulla retta via, una selvaggia Florinda Bolkan, nel ruolo della “ maciara “, ovverosia una strega, Irene Papas, che veste i panni della madre di Don Alberto, un’ enigmatica Aurelia Avallone, e George Wilson, che veste i panni inquietanti di Zio Francesco, una specie di santone.
La vicenda si svolge nell’ immaginario paese di Accendura, in Basilicata. La prima scena vede delle mani sporche di fango e sangue che scavano ed estraggono un piccolo scheletro, le mani sono quelle della maciara. Nel prosieguo del film, in piena notte, un bambino viene inseguito ed ucciso e Martelli inizia ad interessarsi al caso. In una scena precedente, alcuni bambini della parrocchia di Don Alberto avevano assistito ad alcuni incontri amorosi fra prostitute ed un paio di clienti. Un altro bambino viene rapito e viene chiesto un riscatto di sei milioni, il colpevole sembra essere Giuseppe Barra, lo scemo del villaggio, che viene fermato ed arrestato, ma non è lui il colpevole, anche se indica il luogo dove il bambino, ahilui, è stato sepolto. Il terzo infante assassinato viene ritrovato affogato all’ interno di una vasca dove si lavavano i panni. Michele Lo Cascio, poco meno che adolescente, in una scena precedente, porta una spremuta d’ arancio a Patrizia, completamente nuda, che si diverte a provocare l’ infante. La maciara, nel frattempo, compie riti vudù nei confronti dei bambini colpevoli, a dir suo, di aver profanato la tomba del suo bambino, quello della scena iniziale. Michele riceve una telefonata e nella scena successiva si vede Patrizia agganciare il telefono, Michele si reca all’ appuntamento ed anche lui subisce la fine degli altri tre. Durante i funerali del bambino, Aurelia Avallone urla che l’ assassino si trova dentro la Chiesa e la maciara fugge via, diventando la principale sospettata. Viene interrogato Zio Francesco che, però, visto il suo personaggio, non fornisce risposte convincenti. Nel frattempo, è caccia alla maciara, che viene presa, interrogata, lasciandosi poi andare ad una crisi epilettica ed, infine, rilasciata, perchè le sue dichiarazioni risultano essere piuttosto farneticanti, ma questa sarà la sua condanna a morte in quanto viene inseguita fin dentro il cimitero e barbaramente massacrata a colpi di catene e bastonate dai padri, e non solo, dei bambini uccisi. Morente, si trascina fino ai margini dell’ autostrada, dove, completamente ignorata dalle macchine di passaggio, finisce la sua vita. L’ ultimo infanticidio avviene ai danni di Mario che si reca nel bosco anche se un amico lo aveva avvisato di non andarci. I cinque bambini vengono uccisi con un colpo di pietra in testa e poi affogati. La principale indiziata diventa Patrizia, la quale confessa di aver avuto, in passato ma anche nel presente, problemi di droga e la telefonata di cui era sospettata era rivolta ad un suo spacciatore di fiducia. Malvina, bambina sordomuta e sorellina di Don Alberto, gira per le strade del paese con una bambola senza una testa, con Patrizia che gliene vuole comprare una “ sana “. Patrizia guarda la foto dell’ ultimo delitto su un giornale, e si accorge della testa di un papero di gomma che Martelli ha messo accanto al cadavere alla ricerca di una foto che potesse colpire. I due vanno alla ricerca del resto del pupazzo, appartenuto a Malvina, e trovano la testa di una bambola in una discarica di fronte all’abitazione di don Alberto; la bambina stacca ossessivamente la testa a tutte le sue bambole, senza un apparente motivo, e i due pensano che possa avere assistito ai delitti, e che li imiti sulle sue bambole. Il cerchio si stringe attorno a Don Alberto ed alla madre: quest’ ultima si reca in una rupe scoscesa e deserta con Malvina, il figlio li raggiunge e porta via Malvina alla madre e si reca verso il precipizio dove ha intenzione di buttare giù la sorellina. E’ lui il colpevole. Martelli e Patrizia raggiungono il prete ed ingaggiano un’ aspra lotta al termine della quale Don Alberto precipita schiantandosi sulle rocce in una scena molto splatter, tipica di Fulci. Ma perchè Don Alberto si era macchiato di crimini così orrendi? Durante la sua caduta nel precipizio, vengono ripercorsi alcuni flashback in cui si mostrava sconcertato e preoccupato per la brutta piega che stavano prendendo i “ suoi “ bambini che, frequentando donne di malaffare già a quell’ età, da adulti chissà cosa avrebbero potuto combinare e, così facendo, aveva salvato la loro anima.
Considerazioni finali: il film è forte, crudele, spietato, triste. Non c’ è un protagonista assoluto, tutti lo sono in egual misura. Il finale è inquietante e disturbante, termine molto in uso ultimamente, ma non del tutto sorprendente.
Stefano Bertini

