Tra le mie adorate foto dei grandi del teatro italiano, che controllano e proteggono tutti coloro che amano il teatro, davanti ad uno spritz colorato, con stuzzichini e tovaglia di damasco rosso cupo, incontro il mio beneamato Antonio Catania. Lo sento parlare, lo vedo qua davanti a me e lo ricordo: è “Boris“, è “Mediterraneo“, è “Puerto Escondido“, è “Camerieri“, è “Nirvana“, è “Pane e tulipani“, è “La cena“, è l’amante di Laura Morante in “L’amore è eterno finché dura”, è “ Ma che colpa abbiamo noi”, è “Loro chi?”, è “Zamora”, è “Napoli – New York”,…50 anni di carriera quest’anno proprio, e il compleanno l’altro giorno. Grazie a Wikipedia ho scoperto la data di nascita e gli ho fatto gli auguri.
Rosa Z.: Buon pomeriggio Antonio. Nelle mie interviste, io faccio sempre due domande. La prima è fissa, e la faccio a tutti. Qual è stata la scintilla che ha illuminato la tua volontà di diventare attore? Che cosa, uno spettacolo? Una frase? Un attore? Qual è stata e quando?
Antonio C.: Diciamo che è stato un mio amico di liceo. Praticamente lui abitava sopra questa scuola di teatro che era la scuola “Paolo Grassi” di Milano, in Corso Magenta, proprio di fronte al Cenacolo di Leonardo. Lui, abitando lì, vedeva tutto questo movimento ed ha scoperto che c’era questa scuola. Facevano gli esami di ammissione e si presentavano centinaia di ragazzi da tutt’Italia. Lui venne da me un giorno, già non eravamo più al liceo, ma era il primo anno di università. Mi disse: “sai che mi voglio presentare? Tu mi daresti una mano perché c’è un altro personaggio, così mi fai da spalla?”. Non sapevo niente. ‘Sto teatro, che cos’è? Così siamo andati a vedere un po’ gli esami, e ho visto questa magia, questo teatro, questa gente, tanti ragazzi, giovani, entusiasti che fanno questi esami. Mi è piaciuto tanto e ho deciso di presentarmi anch’io. Ho visto che c’era un pezzo fatto da qualcuno che era molto intrigante, così ho studiato una poesia, un dialogo, insomma ci hanno preso a tutti e due.
Rosa Z.: vabbè meno male, temevo l’epilogo che fossi stato preso tu e non lui, la vita è tremenda a volte.
Antonio C.: è stato tutto casuale, capisci, era proprio destino! Quindi mi sono trovato in questa scuola e mi piacque. Peraltro io già avevo anche uno pseudo lavoro
Rosa Z.: Qual era la strada già intrapresa o intravista?
Antonio C.: Io volevo fare il medico, mi interessava la psicanalisi, la psichiatria, queste cose un po’ mentali. Il teatro ci rientra in qualche modo: studiare i comportamenti umani eccetera eccetera. Per cui mi sono detto che non potevo più fare Medicina perché era troppo impegnativo, mattina e pomeriggio. Allora mi sono iscritto a Filosofia, ho continuato, ho fatto qualche esame poi non mi sono laureato. Al saggio di fine del secondo anno, neanche di recitazione ma di canto, venne Gabriele Salvatores con Ferdinando Bruni: cercavano degli attori perché si volevano ingrandire. Mi chiesero di far parte della compagnia e io sono andato; praticamente sono stato sequestrato: sono andato a lavorare con loro, lavoravamo tutti i giorni, giravamo l’Italia, una cosa che mi assorbiva completamente. Stiamo parlando del 1970-1975. In quegli anni ho fatto spettacoli di teatro, tanto teatro, con loro e non solo con loro.
Rosa Z.: Qual è la differenza che senti fra il teatro di allora, come veniva realizzato, gestito, vissuto, e quello di oggi? Qual è la tua visione?
Antonio C.: io sono arrivato anche in una scuola che aveva una certa impostazione. Poi il teatro che vedevo all’epoca, a parte Carlo Cecchi che era quello che più mi aveva colpito, a parte esperienze straniere come Ariane Mnouchkine (1939-), Peter Brook (1925 –2022, Jérôme Savary (1942 –2013), il teatro in Italia era abbastanza polveroso, abbastanza classico e noi in qualche modo portavamo una ventata di aria fresca, nel senso che proprio non usavamo gli spazi tradizionali del teatro. Quando capitavamo in un teatro, smontavamo le sedie, smontavamo le pedane, quindi abbiamo contribuito a cercare di dare un’immagine del teatro diversa, più innovativa, allontanandoci dagli stereotipi del teatro tromboneggiante, classico, col modo di recitare ampolloso. Lì ho visto delle cose molto belle. Comunque all’epoca c’era già il seme del teatro di oggi praticamente, anche se si parla di 50 anni fa.
Rosa Z.: E adesso come lo vedi il teatro?
Antonio C.: beh diciamo che allora c’era anche il teatro politico, quello più impegnato perché c’era Dario Fo, c’erano altri che facevano un teatro militante a volte. Alla scuola c’era questa tendenza ad andare verso Brecht, perché Strehler aveva fatto Brecht. Quel mondo purtroppo non c’è più, è finito. Adesso il teatro è borghese, proprio com’era quello che noi combattevamo, il teatro borghese adesso imperversa.
Rosa Z.: mi viene in mente Antonello Venditti che diceva “compagno di scuola, compagno per niente, ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?!
Antonio C.: È vero? Erano quegli anni là. Diciamo che c’è questa tendenza un pochino a tirare i remi in barca in qualche modo.
Rosa Z.: Secondo me è diventato difficile anche esprimersi. Ti collocano in un certo “settore” e poi, una volta che ti hanno incasellato, non ti spostano più e, a seconda di come va il vento, vieni tacciato o di questo o di quello, e non va bene.
Antonio C.: Ci sono anche alcune situazioni che provano ad essere più dentro alle emozioni per cercare di coinvolgere, più o meno emotivamente, il pubblico, per cui vogliono coloro che hanno voglia di metterci la faccia.
Rosa Z.: “Azzurro” è uno spettacolo molto intimo, bellissimo. Ne sono rimasta proprio galvanizzata .Cosa ti ha spinto ad accettare questo ricordo di Curzio Maltese della sua vita, della sua malattia? È quasi un monologo sulla vita, non solamente sua, ma di noi che, essendo un po’ âgées, abbiamo vissuto una grande rivoluzione in tutti i campi, durante questa fetta di secolo nostro, di fine millennio e inizio del nuovo, abbiamo visto di tutto.
Antonio C.: Diciamo che è stato una persona importante. Io ho conosciuto Curzio molto tempo prima, poi negli ultimi anni lo avevo perso un po’ di vista. Quando ho fatto la commemorazione di Curzio al Teatro Vascello a Roma (Paola ovviamente, se ne è occupata ed anche Norma Martelli), tutti abbiamo letto dei brani del suo libro. Da lì poi mi hanno chiesto se volevo fare un monologo, ed ho accettato volentieri, un po’ perché conoscevo Curzio e Paola (Ponti, moglie di Curzio Malaparte – n.d.r.), e un po’ perché mi sembrava bello raccontare questa cosa.
Rosa Z.: Anche quasi doveroso perché insomma era una personalità e un grande intellettuale.
Antonio C.: Era un bel modo non solo per ricordarlo ma anche perché, come dici tu giustamente, era una vita che poteva riguardare non solo la vita di Curzio ma quella di tanti, fatta di momenti belli, di momenti brutti, di momenti emozionanti, di momenti di divertimento; quindi era un bel modo per misurarsi con questo linguaggio. Sono stato coinvolto da loro e da Curzio stesso praticamente.
Rosa Z.: La sensazione che ho avuto, vedendo quest’anno Enrico Brignano con “i sette re di Roma”, è la stessa: lì la presenza di Gigi Proietti, era con noi, al di là del fatto che fosse il suo cavallo di battaglia: chi ha amato Gigi Proietti lo sentiva presente. Ad un certo momento c’era il Carro del Sole che passava in alto, sul palcoscenico, ed era come se lui fosse là sopra. La stessa cosa è accaduta per Curzio. Anche se la fisicità di Antonio Catania è un po’ diversa da quella di Maltese, Curzio era là. Io non lo conoscevo personalmente, ma leggevo i suoi scritti, l’ho seguito, eccetera. Ed era là, seduto con noi, dietro il rullante, seduto dietro le poltrone rosse del cinema. Grazie a te e grazie ovviamente a tutto l’ensemble, a tutta la compagnia che ha creato quest’atmosfera. È molto suggestivo.
nei film più recenti, come “dove osano le cicogne” per esempio, ci sono dei ruoli che toccano anche dei temi molto delicati, la famiglia, la solitudine, la ricerca di un senso della vita e mi piacerebbe sapere, cosa ti spinge a scegliere questo o quel progetto?
Antonio C.: diciamo che Pintus io non lo conoscevo neanche sapevo che fosse un comico che aveva successo. Invece è stata una esperienza molto interessante anche perché parte da una storia sua personale. Sai, quando sei lì che ti chiedono di fare un film, non trovi magari motivi eccezionali per farlo ma non trovi neanche motivi per dire di no. Invece era un film veramente delizioso, veramente. Adesso è uscito un film, interessante e anche molto bello che si chiama “L’invisibile filo rosso”, girato a Pergine Valsugana, località dove c’era l’ospedale psichiatrico. La storia si svolge negli anni Trenta, c’era pure Mussolini che stava a Trento e ha fatto internare la moglie, quella che è stata la sua prima moglie, e poi anche il figlio. Lì sono morti.
Rosa Z.: non lo sapevo che fossero morti a Pergine-Valsugana.
Antonio C.: In quel manicomio si facevano anche studi su malattie mentali (sarebbe da aprire dei capitoli…), ma lì serviva anche per togliere di mezzo le persone scomode e anche politici, infatti in questo caso è un politico il protagonista: lo fa Massimo Bonetti e io faccio il direttore di questo istituto. Ecco, quello è un film che comunque non puoi fare a meno di fare perché ti coinvolge molto di più.
Rosa Z.: Ma c’è una storia anche notevole da raccontare, illuminante, potente. Ho letto e chiedo quindi direttamente alla fonte: è vero che desidereresti tanto lavorare con Matteo Garrone, con Gianni Amelio e con Paolo Sorrentino?
Antonio C.: Matteo Garrone, ancora in epoca non sospetta, quando fece il suo primo film che poi in pratica era un montaggio di tre suoi corti, non ricordo nemmeno come si chiamava (“Terra di mezzo”, 1996 – n.d.r.), mi sembrò davvero molto bello e poi lo conoscevo, lo frequentavo e gli ho detto: “guarda che, se mi chiami, io lavoro gratis per te”. Nonostante l’allettante proposta, non mi ha mai chiamato. Paolo Sorrentino mi ha fatto una volta un provino ed è sparito. L’ho pure visto, conosco pure lui, ci siamo visti in tante occasioni.
Rosa Z.: Se posso chiedere per quale dei suoi film?
Antonio C.: Era una scena del direttore in “The Young Pope” (serie televisiva italo-franco-spagnola – 2016)
Antonio C.: Gianni Amelio, per esempio, una volta mi fece tanti di quei complimenti da essere imbarazzante, paragonandomi ad attori importanti come Giammaria Volontè, per un film che avevo fatto e che aveva visto. Sono andato al festival di Torino e non l’ho più visto, non l’ho più sentito, zero. Per cui certo che da parte mia ci sarebbe la volontà di lavorare con questi registi bravissimi, straordinari, dal momento che poi non ti calcolano (non ha proprio usato questo termine-n.d.r.) allora ti passa pure la voglia, no? La prossima volta che mi dovessero chiamare…(Ridiamo di gusto)
Rosa Z.: Il personaggio di Diego Lopez in “Boris” è diventato leggendario. Adesso tra l’anno scorso e quest’anno è ritornato in auge. È una domanda curiosa questa: è mai capitato di trovare su qualche social oppure qualche persona che ha citato una frase che tu hai detto in quel contesto? Dato che è diventato così mitico questo “Boris” ed è stato rispolverato.
Antonio C.: Tante volte.
Rosa Z.: E’ capitato davvero?
Antonio C.: L’ultimo, il quattro che abbiamo fatto da poco, l’ultimo dicevo “One Shash”, parlando in americano secondo me.
Rosa Z.: Il grammelot americano.
Antonio C.: Serviva quando non volevo dire un cavolo a qualcuno, e ogni tanto dicevo “One Shash”. Me lo ero pure dimenticato.
Rosa Z.: Comunque, tra cinema, tv, teatro, qual è che ti dà la scossa di adrenalina in più? Dopo 50 anni c’è un bel campionario, no?
Antonio C.: Lo sappiamo, la risposta è sempre la stessa. Il teatro è un’emozione che provi in quantità notevole.
Rosa Z.: il famoso “qui ed ora”.
Antonio C.: Senti e vedi proprio il pubblico come reagisce alle cose che fai e se le fai bene. lo capisci anche dalla reazione della troupe. Non è che non ci sia un pubblico nel cinema: ci sono i tecnici, li vedi stanno attenti, ridono per le cose che fai ma purtroppo la risata è l’unica cartina di tornasole di questa cosa perché il pianto non si vede a meno che uno non si commuova in corso d’opera. poi vedi sullo schermo
Rosa Z.: ti è mai capitato di rivederti, di risentirti a teatro, se magari qualcuno ha fatto una registrazione?
Antonio C.: al cinema ovviamente sì, anche se ho sentito di persone che non vanno a vedere i propri film eccetto all’anteprima che non vanno a rivedere è così? Per il teatro magari se qualcuno fa un video…
Rosa Z.: tra l’altro ho scoperto anche che hai una bellissima voce, canti molto bene.
Antonio C.: voce attoriale per me è una bella voce. fatto anche delle letture di cose abbastanza interessanti per radio3 recentemente su “Fahrenheit”. Ho fatto una lettura di tutto un libro di Vitaliano Brancati che si chiamava “Gli anni perduti”, che è una scoperta che ho fatto perché non conoscevo. Perché ci sono tanti personaggi ricchi di varia umanità. Tutti i giorni andava in onda, erano venti minuti al giorno, su raiplay Sound.
Rosa Z.: Allora, chi è una regista, un attore, un autore italiano che ti ha lasciato un’impronta profonda e lavoreresti con lui altre mille volte, insomma che ha segnato un po’ il tuo essere attore (eccetto Sorrentino, Amelio e Garrone)?
Antonio C.: Ho lavorato con Gabriele Salvatores, che comunque è quello che più ti dà spazio anche nell’improvvisare. Abbiamo lavorato tanto insieme, anche a teatro, con lui è come stare in famiglia. Ettore Scola, insegnava come ci si comporta sul set, in pratica, l’educazione da set. Poi devo dire dei registi che mi hanno colpito ce ne sono, per esempio Leone Pompucci che è un regista poco noto e è piuttosto sfortunato perché ha un carattere un po’ difficile, ma, secondo me, ha grande talento ed ha fatto solo tre film. poi ci sono Giuseppe Stasi (Matera, 1986) e Giancarlo Fontana (Matera, 1985), due giovanissimi registi di Matera con cui ho fatto “The Bad Guy” (serie televisiva italiana, distribuita su Prime Video 2022-2024 – n.d.r.) che hanno talento, sono bravi, sono preparati.
Rosa Z.: se dovessi scegliere una sola battuta o una sola scena di tutta la carriera da citare a un ragazzo di vent’anni per fargli capire che cos’è veramente il mestiere dell’attore? Quale citeresti?
Antonio C.: Proverei a suggerirgli di fare per esempio una scena molto drammatica (come quella che ho fatto io in una serie tv) ad una riunione di alcolisti anonimi che a un certo punto confessano il motivo per cui bevono. Il mio motivo era che mio figlio aveva avuto un incidente motorino ed era morto sotto un camion. Quello era un motivo scatenante. Lì devi misurare con una scena impegnativa, drammatica, emozionante, che deve essere credibile (“Il giudice Mastrangelo” – 2005-2007 – n.d.r.)
Rosa Z.: cioè deve introiettare tanto il personaggio.
Antonio C.: O la fai, oppure è meglio cambiare mestiere.
Rosa Z.: Ultima. Un classico: un messaggio per i giovani
Antonio C.: Studiate!! Si può avere talento ma il mestiere non viene così. Devi studiare il cinema, gli altri attori, la dizione, i comportamenti umani, perché tu fai un personaggio a cui succede qualcosa: cosa succede a quelle persone? Se a te non è mai successo, devi scoprirlo: cosa si prova in quella situazione? Devi studiare, devi studiare sempre, a parte imparare a memoria come diceva Anthony Hopkins, cioè tu devi studiare la parte a memoria 20, 30, 40, 50, 100 volte, la devi sapere come se fosse l’alfabeto… perché sennò, se non la sai ,non puoi interpretarlo nella maniera giusta.
Rosa Z.: Bene, grazie, grazie mille, è stato molto importante e illuminante penso, no? Stiamo parlando poi di un personaggio di una versatilità immensa, sconfinato, un personaggio nel senso di una persona, che ha lavorato per 50 anni ed ha donato tanto alle scene italiane.
Una domanda un po’ personale, genere di domande che evito di fare: come mai dalla Sicilia (Acireale) a Milano, lavoro di papà?
Antonio C.: Sì. Però non è che sono andato subito a Milano, così di botto ho vissuto otto anni, a Reggio Calabria, sono ossigenato, poi ho risalito piano piano la Penisola fino a Milano
Rosa Z.: Grazie mille, Antonio. Grazie non solo per questa bella intervista ma anche per ciò che hai regalato a noi, tuo pubblico, in tutti i campi.
Antonio C.: Grazie a te.
Lo spritz finito e l’inizio dello spettacolo è imminente. Antonio Catania si alza, ci abbracciamo e ci facciamo una bella foto sotto l’imponente figura di Dario Fo. Persona affettuosa, allegra, simpatica. Un grande interprete sensibile a eclettico. Lo vedo uscire. Mi sento contenta e malinconica. Ma so che di certo lo rincontrerò e mi godrò ancora il suo charme.
Da Trieste per oggi è tutto
Rosa Zammitto Schiller

