di Tommaso Chimenti
FIRENZE – Il Postino suona sempre due volte. Abbiamo aspettato, pazientemente, civilmente, questi dieci anni per poi avere la conferma di quanto dicemmo, di quello che scrivemmo. Vittoria magra, comunque. Nel 2016 arriva a Firenze, al Teatro di Rifredi che allora faceva gara a sé stante (adesso da un paio di stagioni è sotto l’egida del Teatro della Pergola, o Fondazione Teatro della Toscana, teatro nazionale fino allo scorso anno, che si voglia dire), l’incensato (non abbiamo ancora colto e compreso le motivazioni artistiche) “Un poyo rojo” dell’artista argentino Luciano Rosso che avrebbe successivamente realizzato oltre mille repliche in tutto il mondo. Soltanto a noi non piacque perché ci vedemmo, senza alcuna strumentalizzazione da parte nostra, una retorica sociale e ideologica, una propaganda politica, connessa al gender. Se gli altri, spettatori e critici, videro in quel duetto un duello fatto di comicità e sensualità, noi ci scorgemmo, scevri da vane faziosità e prese di posizione a priori, violenza e aggressività.
La facciamo breve, per quanto ci ricordiamo e per quanto ci sovviene di quel piccolo spettacolo fatto passare agli annali come un capolavoro assoluto: in uno spogliatoio di una gym (e sappiamo i riferimenti di palestra e sudore, di machismo e muscoli stanchi e gonfi dall’aver sollevato pesi, la tensione sessuale, l’erotismo legato alle docce, l’eccitazione testosteronica, il vapore dell’acqua calda) un uomo, insistentemente, pesantemente, continuamente, ripetutamente per tutta la durata della pièce, in maniera perfino aggressiva, instancabilmente, tenta approcci fisici verso un altro compagno di bilancieri e pettorali. Il secondo rifiuta in tutti i modi possibili, scansando le avance, schivando le mani, respingendo il tizio spudorato. Ma alla fine cede, dopo un’ora di attacchi di qualsiasi tipo, tra armadietti arrugginiti alla Genet e dal sapore di Koltes, in chiusura si concede, forse stremato (che rimane comunque una violenza, la nostra teoria è questa), oppure perché ha capito (fortunatamente per lui) la sua vera natura vale a dire rifiutava perché socialmente non era cosa buona e giusta ma intimamente, latentemente, dentro di sé, avrebbe sempre voluto concedersi e aprire quel suo lato nascosto e sperimentare nuove sensazioni. Come a dire che ogni uomo eterosessuale, se preso con le giuste pinze e con i dovuti accorgimenti, può sempre capitolare, anche se apparentemente può sembrare un qualcosa di irruente, fastidioso e molesto, perché è sempre una valida idea e una maieutica opzione provarci visto che il loro No deciso celerà e occulterà soltanto la voglia che queste pressioni persuasive perdurino fino al punto che, alla fine, vi apriranno le porte del loro giardino segreto. Quello che all’epoca sottolineammo fu che se, invece che un rapporto tra due maschi, avessimo visto in scena un uomo e una donna, forse tutti, nessuno escluso, avremmo riscontrato e osservato una coercizione, fisica ma soprattutto psicologica, del maschio, volgare, prepotente, autoritario e arrogante, nei confronti della ragazza che, messa alle strette, messa con le spalle al muro, dopo un’ora di continui avvicinamenti e abboccamenti, avrebbe infine acconsentito più per sfinimento e per far finire lo stillicidio e lo strazio e concludere la situazione di disagio, imbarazzante e ansiogena, che per intima voglia e desiderio.
Come dice oggi un sacrosanto slogan: “No significa No”. E lì non c’era consenso per tutta la durata dello spettacolo per poi sciogliersi in un bacio liberatorio, per alcuni, salutato come l’ideale conclusione di tutti quegli approcci non andati a segno precedentemente. Questo lungo cappello introduttivo per dire cosa? Che siamo tornati nello stesso luogo, il Teatro di Rifredi, dopo dieci anni, siamo invecchiati tutti, per assistere ad un nuovo pezzo dello stesso performer Luciano Rosso, “Apocalipsync” che non ha portato con sé nessuna prurigine tranne il fatto che il nostro reciti (balli, si muova, recitare è un verbo lontano da quello che abbiamo potuto apprezzare) quasi sempre a torso nudo o in boxer, mostrando un fisico oggettivamente plastico, asciutto e nervoso, muscoloso, atletico, snodabile da ginnasta. La platea, equamente composta da donne e uomini, è andata in sollucchero, per dirla come il Giovane Holden, tra mugugni di approvazione, ammirazione da groupie, giubilo e godimento represso. Purtroppo abbiamo riscontrato in questa performance poca sostanza e molta forma tra balletti, canzoni in playback, imitazioni di animali della fattoria e poco altro. Il pretesto, perché non si può parlare che di questo, del Covid (argomento ormai lontanissimo da qualsiasi sfera emotiva e temporale) è sembrato davvero posticcio messo a collante di vari numeri e gag che altrimenti non avrebbero avuto modo e ragione di stare uniti in un unico svolgimento. Ne è uscito uno spettacolo innocuo, circense se proprio vogliamo sperticarci a cercare significati più alti, tra suoni e versi di galline, un cane e anatre, uno struzzo, qualche sciantosa che volteggia e muove le labbra alla maniera delle drag queen. Simpatico semmai, osando, perfino cabarettistico. Senza colpo ferire. L’Apocalisse non l’abbiamo percepita né annusata, le labbra (lips in inglese) sono abilmente sincronizzate però non hanno affondato il morso sull’orlo della bocca della catastrofe biblica. Superfluo e non super-fluo.

