Riccioli rossi di passione per l’arte scenica e l’impegno civile: intervista a Carmen Giardina

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Il luogo è sempre lo stesso, il Caffè Rossetti, magico scrigno tappezzato delle foto dei grandi che hanno calcato le scene del teatro Rossetti, stavolta mi osserva mentre incontro una donna stupenda sotto tutti i punti di vista: la poliedrica Carmen Giardina. La sua figura longilinea e i suoi preziosi riccioli rosso rame riempiono l’aria assieme alla sua voce suadente.

Rosa Z.: mia cara Carmen, benvenuta, anzi bentornata! Nelle mie interviste ci sono due domande fondamentali. Una è: che cosa ha acceso la scintilla nella tua esistenza per dire “questo è il lavoro che voglio fare”?

Carmen G.: Siccome ho iniziato come attrice, ci pensavo proprio oggi, parlandone forse con Paola, è stato vedere uno spettacolo di Lindsey Kemp quando ero ragazzina, ero ancora a scuola. Vedere questo spettacolo che si intitolava “Flowers” mi ha fatto pensare: “io voglio stare lì, dove stanno loro, voglio vivere in questa magia, voglio creare altra magia come questa”.

Rosa Z.: “Flowers” era veramente magico e bellissimo.

Carmen G.: La gente non se ne andava dal teatro, continuava ad applaudire. Sul e dal palcoscenico cadevano dei coriandoli dorati, che all’epoca erano innovativi, una cosa mai vista. Tutti raccoglievano questi coriandoli per portare a casa qualcosa di quello spettacolo: era qualcosa che non si era mai visto prima, cioè sopra le righe, ma allo stesso tempo reale. Se ti ricordi, alla fine, durante gli applausi, gli attori continuavano a recitare il proprio personaggio, prendevano gli applausi ma, ad esempio, il protagonista, che era stato accoltellato, prendeva gli applausi continuando a sanguinare e a camminare sofferente, come se fosse ferito, e tutti gli altri continuavano a prendere gli applausi come se fossero ancora i personaggi. Una cosa che è il contrario di quello che si fa in genere: finisce lo spettacolo e si capisce che ognuno rientra nel suo mondo. Invece lì no: questa era una cosa come dire “non è finzione. Siamo veramente questi personaggi”, ed era un messaggio fortissimo, pazzesco.

Rosa Z.: Certo Quindi danza, coreografia, immaginazione.

Carmen G.: Ho iniziato col teatro-danza e poi, dopo un po’ di tempo, sono passata alla prosa, a fare un laboratorio al “teatro dell’Archivolto” a Genova e poi a fare l’esame per entrare alla scuola del teatro stabile. Lì ho deciso che il teatro di parola non era una schifezza borghese, come io pensavo. Volevo fare teatro-danza e basta, invece poi mi sono avvicinata anche al linguaggio della parola.

Rosa Z.: Chi erano i tuoi insegnanti?

Carmen G.: Beh l’insegnante dello stabile di Genova era come si dice, leggendaria: Anna Laura Messeri, il terrore di tutte le scuole di recitazione. Molti incontri tra le varie scuole di recitazione si facevano, una volta all’anno, a Pisa. Alla fine, anche le altre scuole d’Italia avevano sperimentato il metodo di Anna Laura Messeri, che era un’allieva di Orazio Costa. Applicava quindi il metodo Costa ma era cattivissima. Adesso lo dico scherzando, però era severa, era intransigente.

Rosa Z.: Pretendeva?

Carmen G.: Pretendeva perché diceva che il teatro di recitazione è un gioco che va giocato molto seriamente e ha delle regole: bisogna imparare queste regole. Da quella scuola sono usciti i migliori registi, tra cui Valerio Binasco e Filippo Dini, ad esempio.

Rosa Z.:  Ti dividi da tanti anni, tra recitazione, regia, sceneggiatura. Dove ti senti più a casa? In quale di queste attività?

Carmen G.: Adesso nella regia. Ho diretto spettacoli teatrali, documentari e cortometraggi. I risultati migliori indubbiamente li ho avuti nel documentario perché ho vinto un Nastro d’Argento per il mio primo documentario e, diciamo, ci sono arrivata più tardi, ma è la cosa che mi ha dato più soddisfazioni. Come attrice ho fatto molte cose, ma sicuramente il risultato più eclatante l’ho avuto come regista del documentario che si chiamava “Il caso Braibanti” (2020).

Rosa Z.:  tu hai cominciato con “Turno di notte” (2003), un cortometraggio, poi “Fratelli minori” (2013). Altro cortometraggio molto bello, molto intenso.

Carmen G.: Poi “La grande menzogna” (2012), che è stato forse quello che ha avuto più successo, diciamo che è stato molto amato ed è piaciuto molto al pubblico gay perché mette in scena due icone, Bette Davis e Anna Magnani, due personaggi con una Gea a Martire e Lucianna De Falco meravigliose. La De Falco fa la Magnani in maniera incredibile. È molto ironico, fa sorridere, ma alla fine è anche commovente, perché c’è un disvelamento di una realtà. All’inizio ti sembra solo una commedia e invece ha un finale amaro. Ha avuto un sacco di premi, un sacco, un sacco, un sacco di premi. E poi l’ultimo, “Un Figlio” (2025) con Ottavia Piccolo, che è nato da un’idea di Don Ciotti per celebrare la giornata di ricordo delle vittime di mafia.

Rosa Z.: L’idea vedo che è di Marina Senesi.

Carmen G.: Marina Senesi è la sceneggiatrice del corto insieme a me; anche lei viene dallo Stabile di Genova e lei collabora da anni con Don Ciotti. Quindi questa storia vera che gli ha raccontato Don Ciotti, l’ha colpita e mi ha chiesto di fare la regia. Secondo lei era materiale per un corto: io l’ho letta, ho detto di sì, assolutamente sì. C’è un filo che collega un po’ i miei lavori, cominciano ad essere tanti, che è un po’ l’impegno civile.

Rosa Z.: Sì, infatti era una delle domande che stavo per farti.

Carmen G.: Non credevo perché io ho iniziato in effetti come… non dico come comica, però sì, a me piace molto la comicità. Il mio primo corto è una commedia “nera” sì, ma commedia. Cioè, ne “il turno di notte” Leo Gullotta è un serial killer molto improbabile. Anche “La grande menzogna” è una commedia. Io amo la comicità, l’ironia, Poi però ho un altro filone che è quello invece dell’impegno civile.

Rosa Z.: Lo stesso vale per “Fratelli Minori” (2013), queste due persone che non capiscono cosa succede, che sono lì…è una storia vera.

Carmen G.: È stata scritta da questo sceneggiatore, Diego Altobelli: il padre era uno di quei due ragazzi che non avevano nessuna esperienza. Li avevano messi a fare i posti di blocco per il rapimento Moro perché non c’erano abbastanza poliziotti e carabinieri per controllare tutta l’Italia; così hanno messo i militari di leva col mitra, in mezzo alla strada. Loro erano in una strada secondaria dove veramente non passava mai nessuno e hanno passato giorni e giorni lì a fare la guardia al nulla, nel deserto.

Rosa Z.: Una sorta di “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Carmen G.: Anche una sorta di “Aspettando Godot”. Il mio riferimento erano queste due opere, hai visto giusto, perché appunto dei militari messi nel deserto ad aspettare qualcosa erano un’immagine fortissima.

Rosa Z.: Non sapevano neanche cosa si dovesse materializzare.

Carmen G.: Dai discorsi che loro fanno si capisce che non hanno chiaro in che paese vivono, che cosa sta succedendo, qual è l’importanza di questo rapimento: sono ragazzi. Ma alla fine del corto hanno capito, avrebbero capito tutto con l’arrivo della notizia soprattutto della morte di Peppino Impastato. Perché è nato questo corto? Perché questo ragazzo mi mandò questa sceneggiatura e io osservai che Peppino Impastato e Aldo Moro sono morti nello stesso giorno.

Rosa Z.: Non lo sapeva nessuno. No, si è saputo molto dopo. Forse addirittura si è saputo con “I Cento Passi” di Marco Tullio Giordana.

Carmen G.: Voglio dire una cosa su “I Cento Passi”: Giordana ha dimostrato che per la memoria storica di un paese il cinema è fondamentale. Se non ci fosse stato “I Cento Passi”, ancora oggi i ragazzi non saprebbero chi fosse Peppino Impastato. La potenza del cinema ha fatto sì che oggi tutti lo sappiano, tutti conoscano la sua storia e il suo coraggio. Quel film è stato importantissimo.

Rosa Z.:  Nel mio piccolo voglio dire che “il caso Braibanti” (2020) è riuscito a fare la stessa cosa.

Carmen G.: Quasi nessuno ricordava chi fosse stato Aldo Braibanti e il suo processo fu importantissimo: un processo scandalo che si è voluto dimenticare subito, al più presto, perché ci faceva una pessima figura l’Italia. Invece con questo documentario si è tornato a parlarne.

Rosa Z.: Come hai scelto di raccontare un personaggio così scomodo, cioè sessualità, plagio mentale, rapporto tra potere e sessualità, dopo più di 50? Io non so se questa vicenda fosse nota a quelli più adulti negli anni 70, se avessero chiara questa situazione.

Carmen G.: Guarda, parlando con persone più grandi di me, gli unici che ricordavano questa vicenda erano persone che avevano studiato legge, perché c’è stata la cancellazione del reato di plagio dopo il processo Braibanti. Il reato di plagio è quello che è stato usato per condannarlo ed era una legge del guardasigilli di Mussolini.

Rosa Z.: Era una legge del codice Rocco.

Carmen G.: Era incredibile che fosse ancora in auge. È stata cancellata dal processo Braibanti perché è stata riconosciuta non costituzionale.

Rosa Z.: Era pesante, insomma.

Carmen G.: Era assolutamente urgente parlarne proprio per il fatto che questa storia fosse stata completamente dimenticata e che fosse così grave. Poi ho scoperto che Gianni Amelio voleva fare un film di finizione su questo. E infatti due anni dopo l’ha fatto (“Il signore delle formiche” – 2022- n.d.r.).

Rosa Z.: Parliamo di “Bellezza addio!” (2023), cioè del poeta Dario Bellezza che appunto Pierpaolo Pasolini considerava il migliore della sua generazione. Perché secondo te è stato dimenticato così tanto Dario Bellezza?

Carmen G.: ci sono molti discorsi da fare, ma intanto bisogna ricordare che Dario Bellezza è morto di AIDS e questo in quel periodo era ancora uno stigma molto forte.

Rosa Z.: Come è stato poi per Rock Hudson per esempio anche, da icona sexy hollywoodiana, emblema del maschio americano, a reietto pervertito.

Carmen G.: I primi casi scatenarono una paura grande. Avevi paura di avvicinarti a una persona malata di AIDS. Poi si è capito che non era così ma, come si racconta nel documentario, Dario Bellezza, quando usciva di casa, la gente lo additava e lo evitava: lui appunto notava che quando andava al bar con un amico, davano il caffè nella tazzina di ceramica all’amico e a lui davano un bicchierino. Queste cose hanno fatto sì che lui si rinchiudesse sempre di più in casa. Non era una condizione facile quella di essere sieropositivo o malato come lui poi era. Quindi questa morte per AIDS probabilmente ha influito sul fatto che si volesse mettere da parte, si volesse un po’ dimenticare quello che Pasolini aveva definito “il più grande poeta della sua generazione”. Ha avuto molti successi nella sua vita, e una fine veramente amara e ingiusta. L’altro motivo è che in effetti, lo vediamo oggi, c’è sempre meno interesse per la poesia, i poeti sono sempre più dimenticati, sempre meno considerati. Chi legge poesia, chi produce, chi stampa oggi libri di poesia? Quasi nessuno, è difficilissimo. Quando ne avremmo invece tanto bisogno.

Rosa Z.: Una volta, quando c’era già una bella parte di poesia presente nella nostra società, diciamo così, c’era anche la poesia delle canzoni. Adesso non c’è nell’una e nell’altra.

Carmen G.: Sì, è vero.

Rosa Z.: Perché non dirmi che i testi delle canzoni odierne sono poesie!

Carmen G.: Non seguo molto, non posso dire che conosco le canzoni che si fanno oggi, però certo abbiamo avuto in passato cantautori che sono stati definiti, magari sbagliando, poeti. A De Andrè, ad esempio, non piaceva essere definito un poeta, ma ovviamente i suoi testi avevano un valore anche letterario e anche poetico.

Rosa Z.: Ma anche c’era una ricerca della parola. Oggi i testi sono non sono poetici perché non c’è la ricerca della parola. Giusto per citare un noto “amico mio”, una canzone dove si recita: “nel cielo splenderanno comete, come te”, è poesia pura ed è anche un virtuosismo. C’è una ricerca che indica proprio non solo la sensibilità, non solo la voglia di essere, di mettere in musica qualcosa. Molta musica è più rumore, perché è solo ritmo, è un qualcosa di estremamente primitivo. E lì come ci fai a entrare la poesia, quando devi essere inquadrato, scandito così?

Carmen G.: Poi, se proprio vogliamo dirla tutta, Dario Bellezza non era una persona capace di trovarsi protettori politici, capace di vendersi in qualche modo, vendersi come personaggio, vendere i suoi libri. Lo diceva lui, ma era evidente, non era proprio capace di farlo. Poi, come si vede nel documentario, sono arrivati scrittori come Aldo Busi, bravissimo, però anche molto bravo a promuoversi.

Rosa Z.: Sì, anche nel momento in cui era già “Aldo Busi”, lui continuava a promuoversi con quelle sceneggiate che faceva in TV e la gente comprava i suoi libri. Ma tu come hai approcciato Dario Bellezza?

Carmen G.: A me interessava non tanto parlare di lui o lavorare sulla sua biografia. Mi aveva colpito molto che lui avesse vissuto, avesse avuto il momento di maggiore successo e il momento di decadenza in un periodo storico dell’Italia che praticamente era lo specchio di quello che è accaduto a lui. Il suo momento di massimo fulgore è stato quando ha vinto il premio Viareggio nel 1976. Erano anni in cui Roma, in particolare, era il centro della cultura di tutto e di tutti. Noi avevamo ancora, che lavoravano, Fellini, Pasolini, Antonioni, Visconti… C’era quel cinema che ha fatto grande il cinema italiano nel mondo. C’era la grande letteratura, c’era Moravia al massimo del suo splendore, c’erano… come ti posso dire? Possiamo fare tanti di quei nomi, c’era la Morante, c’era la Ortese, c’era un fermento, c’erano i poeti di Piazza del Popolo, c’era Schifano, Andy Warhol veniva a trovare Schifano. Era un momento magico per l’arte, la letteratura e la poesia in quel momento in Italia. L’arte proprio a tutto tondo. Quando lui poi continua il suo percorso, arrivano gli anni 80, arriva un grosso cambiamento nella società italiana, arrivano tra l’altro, noi sappiamo bene quello che ha comportato, le tv commerciali, arriva un impoverimento, arriva un abbassamento del livello di tutto ciò di cui si parlava in televisione. Avevamo trasmissioni culturali (tipo quella dove ci fu il famoso scontro tra Busi e Bellezza) e anche la trasmissione di Arnaldo Bagnasco, non mi ricordo come si intitolasse (Mixer cultura – 1987- n.d.r.), che era una trasmissione di libri in prima serata, dove tutti gli scrittori andavano. Adesso è impensabile che la RAI faccia un programma in prima serata di cultura, dove si parli di libri, è impensabile!

Rosa Z.: No, l’unico momento culturale è quello della Geppi Cucciari, “Splendida Cornice”

Carmen G.: Che io adoro, un programma bellissimo!

Rosa Z.: Basta pensare ai programmi di un tempo, come ad esempio “le tribune elettorali” o “politiche”. Forse erano un po’ più noiose, però era un confronto corretto, educato, decente.

Carmen G.: Questo ci ha dato la possibilità di raccontare l’Italia attraverso la sua parabola, perché la sua parabola ha accompagnato anche la decadenza della cultura in questo paese. C’era poi quel bellissimo festival che è stato fatto a Castelporziano, il festival dei poeti di Ostia. a cui hanno partecipato i più grandi poeti del mondo. È venuto Allen Ginsberg, è venuto Evtushenko, sono venuti tutti i poeti della beat generation americana. È stato fatto questo festival alle porte di Roma, a Ostia, a cui ha partecipato anche Dario Bellezza. Ma per tutta una serie di motivi, perché era arrivata troppa gente, perché non c’era un servizio d’ordine adeguato, perché erano molto più popolari i poeti americani che quelli italiani. Dario Bellezza fu fischiato, lui si arrabbiò moltissimo con il pubblico.

Rosa Z.: E questo nel documentario c’è!

Carmen G.: C’è nel documentario perché è un bellissimo film che hanno fatto, un documentario su questo festival e io ne ho preso un pezzetto. A un certo punto tantissima gente cominciò a salire sul palco e alla fine, essendo troppa, il palco crollò: qualcuno lesse in questa cosa la fine della poesia.

Rosa Z.: La metafora proprio.

Carmen G.: Sì! Sì!

Carmen G.: Mi ha permesso di raccontare la parabola dell’Italia dal massimo fulgore della cultura e delle arti fino alla decadenza degli anni 90, quando lui poi incontra l’AIDS e finisce tutto.

Rosa Z.: Comunque ti ringrazio e non solo a nome mio tu, attraverso i tuoi scritti, le tue regie eccetera, porti avanti la storia meno conosciuta della nostra cultura e del nostro paese.

Carmen G.: Anche con ”Azzurro” raccontiamo l’Italia.

Rosa Z.: Esatto, stai raccontando l’Italia. È questo che interessa per le prossime generazioni, non per noi che l’abbiamo vissuto, per coloro che verranno dopo.

Carmen G.: Non mi interessa tanto fare delle biografie, ma raccontare attraverso una persona, un paese.

Rosa Z.: Tutto l’intorno. E questa è la cosa più importante. Tutte queste figure anche scomode, questi emarginati, questi vinti. Come sei arrivata? Cioè è stato un caso, cominciare con “Fratelli minori” dove raccontavi tutto ciò che era intorno al rapimento e al ritrovamento di Moro, e poi “Bellezza Addio!” e poi “Il caso Braibanti” e poi “il figlio”. È nato casualmente?

Carmen G.: In effetti ho avuto un percorso dove c’è stato un impegno civile abbastanza costante. Ad esempio, uno spettacolo che ho fatto in teatro qualche anno fa, vuol dire dieci anni prima del film di Paola Cortellesi (“c’è ancora domani” – 2023 – n.d.r.), era uno spettacolo che si chiamava “Signorinette” (2016) e raccontava il primo voto delle donne in Italia.

Rosa Z.: Io non l’ho visto però lo seguivo.

Carmen G.: Partivamo dalle biografie di alcune delle madri costituenti, che sono state capi delle brigate partigiane, cioè donne che comandavano delle brigate partigiane, che poi sono diventate parlamentari e che poi ci hanno dato la Costituzione che oggi abbiamo. Cioè questa cosa fa un po’ parte di me, non riesco a pensare che l’arte non possa anche dire qualcosa di impegnato. Ha sempre fatto parte di me questa attenzione. Mi piace pensare che attraverso uno spettacolo o un documentario o un cortometraggio, come anche quello con Ottavia Piccolo, si possa in qualche modo dire qualcosa che non è soltanto uno svago o un momento lieto. Anche se, come dicevo prima, io ho iniziato per creare la magia, per far rivivere una magia. Però questa magia può anche essere messa al servizio di qualcosa che ti porta a capire, a riflettere.

Rosa Z.: Insomma quello che ha un po’ filtrato tutto l’eccesso… ed è rimasta la voglia di raccontare.

Carmen G.: Ad esempio il cortometraggio con Ottavia Piccolo in qualche modo ha un’atmosfera da fiaba perché parla di una bambina che racconta una sua vacanza con la nonna in Puglia, in Salento. Poi alla fine si capirà che, attraverso questa nonna, sempre sorridente, sempre giocosa, che gli parla di questo zio che lei non ha conosciuto perché è morto giovane, questo corto avrà un risvolto che ci parla della storia del nostro paese. Quella è una magia che alla fine crea quasi una vertigine, perché si parla di una piccola storia privata di una bambina, ma il pubblico alla fine vede che questa piccola storia privata improvvisamente spalanca una porta sulla storia del nostro paese. È una magia riuscita, ma è una magia politica.

Rosa Z.: È una missione molto importante che hai. È molto molto importante e grazie a nome di tutti coloro che hanno la tendenza a dimenticare perché ce ne stiamo rendendo conto che in Italia, non so, forse anche all’estero, abbiamo la memoria del pesce rosso.

Carmen G.: Ti posso dire la prossima cosa che farò?

Rosa Z.: Sì, ecco, era una domanda. Qual è il prossimo progetto?

Carmen G.: Il prossimo progetto, che debutterà al Festival di Ravenna a luglio, è un concerto spettacolo su “Il brutto anatroccolo” con Fabio Canino, con una piccola orchestra in scena che si esprimerà attraverso il modo in cui Fabio racconterà questo brutto anatroccolo. In effetti parlerà anche di bullismo e di quello che è vivere la diversità in un paese.

Rosa Z.: Beh, anche questo è molto interessante. E la magia torna.

Carmen G.: E la magia torna.

Rosa Z.: torna attraverso le fiabe. Sensazionale. Allora… Una parola sola per descrivere il tuo percorso artistico fino ad oggi?

Carmen G.: Come dire… è un percorso atipico che parte da attrice poi diventa regia a teatro, attrice di cinema, poi regista di cinema. C’è una parola per dire questo? Forse artista no, ma… come si dice quando uno mangerebbe qualsiasi cosa? Onnivoro? Un percorso “onnivoro”, ecco. Anche la paura a volte di dire che forse faccio troppe cose diverse c’è, ma io ho anche un po’ paura di ripetermi e quindi cerco ogni volta di non annoiare, piuttosto di stupire.

Rosa Z.: Adesso fai questa cosa e poi invece fai una cosa diversa. Devi stupire te stessa e non annoiare te stessa e in qualche modo riesci a stupire e non annoiare anche il pubblico! Due parole veloci sulla serie dove hai interpretato Anna Piaggi in “Becoming Karl Lagerfeld”, la serie Disney+ del 2024.

Carmen G.: Un privilegio lavorare con una produzione di così alto livello, con una regia eccezionale (Audrey Estrougo, Jérôme Salle- n.d.r.) di serie importanti in Francia, con un attore come Daniel Brühl che interpretava Karl Lagerfeld e che è uno degli attori europei che lavorano moltissimo anche in America con Tarantino. Lui ha fatto il film di Tarantino su Hitler, (Bastardi senza gloria (Inglourious Basterds) – 2009 scritto e diretto da Quentin Tarantino – n.d.r.). Quello sui nazisti. Vabbè, ha fatto anche Niki Lauda in un film, dove era strabiliante (“Rush” – 2013 – n.d.r.).

Rosa Z.: Era bravissimo.

Carmen G.: E poi lavorare con Pascaline Chavanne, la costumista di François Ozon, che ha creato quei costumi pazzeschi per il mio personaggio. E poi il privilegio di interpretare un personaggio come Anna Piaggi, che è veramente unico. Capita una volta nella vita, quindi direi che la definizione è: un grande privilegio.

Rosa Z.: La mia ultima domanda è la seconda delle due domande che faccio sempre. Un messaggio ai giovani in dieci secondi.

Carmen G.: Trovate la vostra passione. Quello vi salverà.

Rosa Z.: E tu l’hai trovata grazie a Lindsey Kemp.

Carmen G.: Grazie a Lindsey Kemp, sì.

Rosa Z.: Benissimo. Grazie, Carmen. Grazie infinite.

Carmen G.: Grazie a te. Davvero.

I fluenti riccioli color rame si muovono ribelli mentre Carmen si alza con grazia. L’inizio dello spettacolo è imminente, bisogna entrare nel mood della rappresentazione. I due tè verdi finiti, un abbraccio forte e sincero e la vedo allontanarsi non prima di aver preso delle bottiglie d’acque per coccolare i “suoi” performer. Adorabile figura. Per fortuna che ci sei!

Da Trieste per oggi è tutto.

Rosa Zammitto Schiller

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