di Tommaso Chimenti
NAPOLI – Da oltre trent’anni calca con la stessa passione i palcoscenici di cinema, televisione e teatro ma è quest’ultimo da dove nasce artisticamente e dove riesce compiutamente ad esprimere tutto il suo valore e amore per la recitazione. Gianni Sallustro è l’anima, il fuoco e il vulcano (insieme a Roberta D’Agostino e a Marcello Radano) del piccolo miracolo che è il Teatro Instabile Napoli, ovvero l’acronimo TIN. Se siete passati a Napoli, vi sarete certamente imbattuti, in via dei Tribunali, nella fotografatissima testa di Pulcinella, ormai con il naso liscio perché uno scatto sfregando la propaggine della maschera si dice che porti scaramanticamente fortuna. Proprio lì, in vico Fico Purgatorio (lì vicino anche un bellissimo murales di Maradona e una Sofia Loren stupenda) come una gemma si apre e ci si trova all’improvviso il TIN con la sua luce calda, la sua atmosfera arcaica e misteriosa, sorto sottoterra nelle segrete di Palazzo Spinelli con otto archi di mattoni rossi accoglienti. Se non ci siete mai stati è una vera avventura, anche perché gli attori vi reciteranno a pochi metri, anzi a pochi passi, addosso, facendovi sentire il peso delle drammaturgie, in un corpo a corpo sul palco a pianta circolare. Pochi posti, esperienza garantita, il respiro dell’attore, alta professionalità tra la pavimentazione romana, l’esoterismo che si diffonde nell’atmosfera, tra le leggende che ci portano ad una chiesa bizantina come a logge massoniche. C’è un’aria e un gusto particolare a stare lì dentro. Sallustro ha rilevato il teatro, fondato nel ’67 da Michele Del Grosso, istituendo anche una scuola attoriale, l’“Accademia Vesuviana del Teatro e del Cinema”, e la Talentum Production. Sallustro è motivatore culturale e il TIN è il suo mondo, il suo regno.
Quando è nato l’amore per il teatro?
“L’amore per il teatro è nato prestissimo. È nato tra i banchi di scuola, alle elementari, grazie alla mia insegnante che ha saputo guardarmi negli occhi e vedere qualcosa che io ancora non conoscevo.
È stata lei a mettermi per la prima volta su un piccolo palco, a farmi scoprire la magia di una parola detta davanti agli altri, il tremore, il silenzio, l’applauso. Ma è nato anche fuori da quella scuola. È nato in un tempo difficile, in un Ottaviano (un paese in provincia di Napoli) attraversato dalla Camorra degli anni ’70 e ’80, dove respiravi paura e silenzi pesanti. In quel contesto il teatro non era solo un gioco: era una via di fuga, era ossigeno, era possibilità. Il teatro è stato il mio rifugio e la mia ribellione. È stato il modo per dire: io posso essere altro, posso raccontare, posso trasformare il dolore in bellezza”.
Qual è stato il tuo primo ruolo?
“Ricordo ancora l’emozione nitida di quel momento. È stato ne “Le improvvisazioni di Versailles” di Molière. Un testo complesso, metateatrale, vivo, dove il teatro parla di sé stesso e degli attori mentre fanno teatro. Da allora il palcoscenico è diventato casa. Tutto quello che è venuto dopo – la regia, la direzione dell’Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema e del Teatro Instabile Napoli, il lavoro con gli attori – nasce anche da quella prima grande responsabilità”.
A chi ti ispiri? Quali sono i tuoi punti di riferimento attoriali? Chi sono stati i tuoi Maestri?
“Quando mi chiedono a chi mi ispiro, rispondo sempre che un attore non nasce mai da solo. È il frutto di incontri, di maestri, di radici profonde. I miei punti di riferimento affondano nel grande teatro napoletano: Eduardo De Filippo, Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani, Manlio Santanelli. Da loro ho imparato che la scena è verità, ritmo, musicalità della parola, ironia che sa farsi ferita e poesia insieme. Poi ci sono stati i Maestri, quelli incontrati nel cammino: Roberto De Simone, che mi ha insegnato il rigore e la sacralità della tradizione; Dario Fo, con la sua forza anarchica e politica; Antonio Calenda, che mi ha trasmesso il senso della grande architettura registica; Antonio Capuano, che mi ha fatto comprendere la potenza cruda e cinematografica della verità. Ma se devo parlare di una figura decisiva, non posso che citare Michele Del Grosso, padre dell’avanguardia teatrale tra gli anni ’70, ’80 e ’90 e fondatore del Teatro Instabile Napoli. Da lui ho imparato il coraggio, il rischio. L’idea che il teatro debba essere necessario, scomodo, vivo. Essere considerato il suo erede artistico è per me un onore ma soprattutto una responsabilità: significa custodire una visione e, allo stesso tempo, avere la forza di rinnovarla. Io mi ispiro a tutto questo: alla tradizione e all’avanguardia, alla disciplina e alla ribellione. Perché il teatro, per me, è radice e rivoluzione insieme”.
Quale spettacolo, di quelli ai quali hai partecipato o hai diretto, ti è rimasto più nel cuore?
“È una domanda difficile perché ogni spettacolo ti lascia qualcosa addosso, come una cicatrice bella, necessaria. Se penso a quelli che mi sono rimasti più nel cuore, il primo ricordo va a “Na’ sceneggiata”, con la regia di Antonio Calenda. È stato uno spettacolo potente, popolare e colto insieme. Mi ha insegnato il rispetto per la tradizione e la forza emotiva del teatro che parla alla gente senza filtri. Poi c’è “Caravaggio mette in scena Caravaggio”, diretto da Michele Del Grosso. Quello è stato un viaggio nell’anima dell’arte, nella luce e nell’ombra. Con lui ho imparato che il teatro può essere pittura viva, carne, conflitto. Un capitolo fondamentale è stato “La Passione di Cristo” di Roberto De Simone. Lì ho respirato la sacralità della scena, la dimensione rituale del teatro, qualcosa che va oltre lo spettacolo e diventa esperienza collettiva. E poi i classici: “Otello” di William Shakespeare ed “Edipo Re” di Sofocle, entrambi con la regia di Gianmarco Cesario. Con loro ho toccato la vertigine della tragedia, il peso della parola eterna, il destino che schiaccia e rivela. Ma se devo dirne uno che sento come parte della mia carne, è “Mater Camorra”, che ho scritto con Nicla Tirozzi e che ho diretto io stesso. Nel 2026 festeggia venticinque anni di messa in scena. Venticinque anni di repliche, di emozioni, di pubblico, di ferite raccontate”.
Cosa sogna Gianni Sallustro?
“Sogna un Paese che rimetta la cultura al centro. Non come ornamento ma come necessità, perché il teatro, il cinema, l’arte non sono accessori: sono strumenti di coscienza, di libertà, di crescita civile. Sogno un’Italia in cui il talento venga riconosciuto, sostenuto, coltivato. In cui la meritocrazia non sia una parola vuota ma una pratica quotidiana. Con l’Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema ho cercato di costruire proprio questo: un luogo dove i ragazzi imparano che il successo non è un colpo di fortuna, ma il risultato di disciplina, studio, etica e passione”.
Raccontaci l’amore per il tuo cane: È un amore puro, assoluto, senza condizioni.
“Oliver, il mio golden retriever, non è “solo” un cane. È presenza. È silenzio che comprende. È festa quando rientro a casa, anche dopo la giornata più faticosa. Oliver mi ha insegnato la pazienza, la cura, la responsabilità. Mi ricorda ogni giorno che l’amore si dimostra nei gesti semplici: una carezza, una passeggiata, il tempo dedicato”.
Com’é fare teatro a Napoli, nel centro di Napoli? E’ complicato portare pubblico a teatro?
“Fare teatro nel centro storico di Napoli è una sfida quotidiana. Tra ristoranti, b&b, friggitorie e il rumore continuo della città, il pubblico è continuamente distratto. Portarlo a teatro è complicato, sì. Ma quando il lavoro è serio, autentico e fatto con amore, il pubblico arriva. Al Teatro Instabile Napoli crediamo nella qualità e nella verità della scena. E quando fuori c’è il caos e dentro cala il silenzio, capisci che il teatro, proprio nel cuore di Napoli, è ancora necessario”.
Parlaci anche del tuo/vostro premio alle eccellenze artistiche , il “Talentum”.
“Il “Talentum – Premio delle Eccellenze” nasce da una mia idea condivisa con la giornalista Roberta D’Agostino e con l’architetto Marcello Radano. È un progetto in cui abbiamo creduto profondamente: dare luce al merito, alla qualità, al talento vero. Nel 2026 arriveremo alla decima edizione. Dieci anni di cultura, di arte, di incontri straordinari. Abbiamo premiato grandi personalità, tra i tanti: Enzo Moscato, Alessandro D’Alatri, Manlio Santanelli, Heather Parisi, Guido D’Agostino, Enzo Avitabile, Enzo Gragnaniello, i Negrita, Cristina Donadio, Roberto De Simone, Marina Confalone, Luciano Melchionna, Enzo De Caro, Maurizio De Giovanni, Nunzia Schiano, Gigi D’Alessio, Maria Antonietta Spadorcia e tanti altri. Ma il “Talentum” non è solo un elenco di nomi illustri. È un messaggio: in un tempo in cui spesso si premia la visibilità più del valore, noi abbiamo scelto di premiare il lavoro, lo studio, la coerenza artistica. È un premio che parla di meritocrazia, di cultura come responsabilità sociale. È un modo per dire ai giovani: il talento esiste, ma va coltivato, difeso, rispettato”.
Cosa vuol dire essere napoletano?
“Essere napoletano è un modo di sentire: passione, ironia, profondità. Ma io mi definisco soprattutto vesuviano. Vivere ai piedi del Vesuvio ti insegna la forza, la resilienza, il rispetto per una terra potente e bellissima. Essere vesuviano significa avere il fuoco dentro e trasformarlo in cultura, in arte, in responsabilità”.
Raccontaci il tuo luogo d’elezione, il Teatro Instabile Napoli. Cos’è per te, cosa rappresenta, che vibrazioni hai quando sei lì dentro, quando reciti e sei a stretto contatto con il pubblico?
“Il mio luogo d’elezione è questo: il Teatro Instabile Napoli. Un teatro “shakespeariano”, dove il pubblico non è distante: ti circonda, ti avvolge, ti respira addosso. Qui non reciti davanti agli spettatori, ma dentro di loro. Per me rappresenta casa, visione, responsabilità. È un luogo che accoglie il classico e il contemporaneo, la tradizione e la sperimentazione. È un viaggio nel tempo: dai greci fino a oggi, ma con un’energia sempre viva, presente. Quando sono lì dentro e recito a così stretto contatto con il pubblico, sento un abbraccio vero. Ogni respiro si intreccia, ogni silenzio diventa sacro. Non puoi mentire in uno spazio così: devi essere autentico”.
Il tuo sogno nel cassetto? Che produzione vorresti far diventare messinscena?
“Continuare a produrre spettacoli che abbiano un forte riscontro di pubblico, che emozionino, che facciano riflettere ma con un desiderio in più: che se ne accorga anche chi tiene le redini dei grandi progetti nazionali. Perché quando un lavoro nasce dal basso, cresce con sacrificio, riempie la sala e crea comunità, non può restare invisibile. Il mio sogno è che il valore venga riconosciuto per ciò che è, al di là delle logiche e delle appartenenze. Non chiedo privilegi. Chiedo attenzione”.
Con quale attore ti piacerebbe lavorare?
“Se penso a degli attori con cui mi piacerebbe lavorare, penso a grandi interpreti che hanno segnato il nostro immaginario. Giancarlo Giannini per la profondità e la musicalità della parola. Leo Gullotta per il rigore e l’eleganza scenica. Roberto Benigni per la sua capacità di unire poesia e cultura popolare. Ma più dei nomi, mi interessa lavorare con chi ha fame di verità. Perché il teatro è prima di tutto incontro umano”.
Sei perennemente attivo, con mille iniziative, non ti fermi mai. Dove trovi tutte queste energie?
“Non mi fermo perché sento una responsabilità verso il mio lavoro. Le iniziative non nascono per caso: nascono dalla necessità di creare opportunità, prima di tutto per me e poi per gli altri. Da sempre mi sono rimboccato le maniche, senza aspettare che qualcuno decidesse per me. Se qualcosa manca, provo a costruirla. L’energia viene dalla passione, dalla disciplina e da una voglia che non si è mai spenta: fare sempre più cinema, con la stessa verità che porto in teatro”.
Hai anche scritto tue drammaturgie?
“Sì, ho scritto diverse drammaturgie, perché a volte l’attore e il regista non mi bastavano più: avevo bisogno di generare io stesso la materia da portare in scena. Sono nati così lavori come “Lo Magnifico Cunto”, “Mater Camorra”, scritto insieme a Nicla Tirozzi, e “Le felicissime peripezie amorose di Pullecenella Citrullo”, che ha conquistato anche il Fringe. Per me scrivere è un atto di libertà”.
Cosa diresti al Gianni ventenne? Che i suoi desideri si sono avverati? Che c’è ancora tanto da lavorare e faticare?
“Al Gianni ventenne direi: non smettere di desiderare. Qualcosa di quello che sognavi si è avverato.
Hai costruito realtà importanti, dirigi l’Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema, guidi il Teatro Instabile Napoli, hai ricevuto riconoscimenti dal Parlamento, dal Senato, dalla Polizia di Stato. Ma non è questo il punto. Gli direi che c’è ancora tanto da lavorare, da faticare, da rischiare. Che ogni traguardo non è un arrivo, ma un nuovo inizio. Gli direi di non accontentarsi mai. Di continuare a mettersi in discussione, a studiare, a cadere e rialzarsi. Perché la cosa più pericolosa non è il fallimento ma è perdere il desiderio. E finché il desiderio resta acceso, sei vivo come uomo, come artista, come sognatore”.




