Corin Hardy porta sullo schermo il leggendario fischietto azteco della morte, con Dafne Keen protagonista. L’idea è suggestiva, ma il film esaurisce presto la benzina
C’è un oggetto che esiste davvero, custodito nei musei di archeologia mesoamericana: l’Ehecachichtli, il fischietto della morte azteco. Realizzato a forma di teschio o di gufo, emette un sibilo così disturbante da sembrare, secondo gli studiosi, capace di alterare la percezione sensoriale di chi lo ascolta. Gli archeologi ancora discutono sulla sua funzione precisa, ammansire le vittime sacrificali, terrorizzare i nemici in battaglia, ma nessuno mette in dubbio la sua inquietante potenza acustica.
Partire da questo reperto reale è la mossa più intelligente di Whistle — Il richiamo della morte, l’horror di Corin Hardy arrivato nelle sale italiane il 19 febbraio 2026. Un punto di partenza solido, antropologicamente affascinante, che purtroppo il film non riesce a sfruttare fino in fondo.
La trama: un fischietto, una maledizione, una corsa contro il tempo
Un gruppo di liceali emarginati scopre per caso il manufatto azteco in un armadietto della loro scuola, in una grigia cittadina post-industriale nordamericana. Chrys, interpretata da Dafne Keen, è la protagonista: determinata, tormentata da un passato difficile, nuova in una scuola dove non conosce nessuno. Insieme ad altri compagni commette l’errore fatale di suonare il fischietto. Da quel momento la Morte stessa viene evocata e inizia a dar loro la caccia, manifestandosi come prefigurazione di ciò che ognuno di loro diventerà nel momento del trapasso.
La morte qui non indossa cappa e falce: appare come il doppio oscuro e combust di ciascuna vittima, una silhouette nera che anticipa la fine con una precisione beffarda. Chi è destinato a bruciare, brucia. Chi è destinato ad altro destino ugualmente cruento, non scappa. Il meccanismo è spietato quanto inevitabile.
Un regista che sa il fatto suo, ma che cita troppo
Corin Hardy non è un nome qualunque nel panorama horror. Dopo le creature demoniache dei boschi irlandesi di The Hallow e la forza malvagia del monastero rumeno di The Nun, Hardy elabora una nuova variazione del genere, ripercorrendo il cinema di Wes Craven, citato fin troppo dichiaratamente nella figura del professore interpretato da Nick Frost, passando anche per So cosa hai fatto e Final Destination.
Il problema è proprio questo: l’accumulo di citazioni, per quanto affettuoso, finisce per soffocare la voce originale del film. L’idea dell’oggetto misterioso che provoca la morte è un elemento che ha attraversato spesso il genere, dalla bambola di Annabelle al VHS di The Ring fino alla tavola spiritica di Ouija. Whistle si inserisce in questa genealogia senza aggiungere un capitolo davvero nuovo.
Il cast: facce giovani e molto conosciute
Il film punta su un ensemble di attori under 30 già amati dal pubblico delle serie televisive. Dafne Keen è nota come Lyra Belacqua in His Dark Materials, Sophie Nélisse come Shauna in Yellowjackets, Ali Skovbye come Tully in L’estate in cui imparammo a volare. La Keen, in particolare, conferma di avere la presenza scenica e la credibilità emotiva per reggere un film sulle proprie spalle. Ma anche lei, in un racconto che non le offre molto spazio per costruire la complessità del personaggio, finisce per galleggiare in superficie.
Nick Frost, nel ruolo del professore-tutore, porta un po’ di calore e ironia in un film che ne avrebbe bisogno in dosi maggiori.
Cosa funziona, cosa no
Le sequenze di morte sono girate con mestiere e non lesinano sull’impatto visivo. La festa del Raccolto in maschera, con il suo labirinto, è la scena che il regista dichiara di aver voluto girare esattamente così da tempo, e si vede: ha ritmo, atmosfera, una qualità visiva che il resto del film non sempre mantiene.
Ciò che invece stanca è la ripetitività della struttura. La critica italiana ha accolto il film in modo prevalentemente negativo: su Sentieri Selvaggi viene definito “uno slasher stanco e svogliato, che insegue immagini e intuizioni ma raramente costruisce un film su di esse”, mentre su MYmovies si osserva che il film, trovata l’idea, la ripete per tutto il resto della pellicola.
È un giudizio condivisibile. Whistle ha il difetto di molti horror contemporanei: una premessa intrigante che esaurisce la sua energia nel secondo atto, affidandosi poi al meccanismo più che alla tensione.
Vale la pena vederlo?
Dipende dalle aspettative. Se si cerca un horror capace di rinnovare il genere o di lasciare qualcosa da elaborare dopo i titoli di coda, Whistle delude. Se si vuole trascorrere cento minuti in un cinema buio con sequenze di morte elaborate, un cast simpatico e un villain soprannaturale con una storia alle spalle davvero affascinante, il film funziona come intrattenimento di genere onesto.
Il fischietto azteco meritava forse un film più coraggioso. Ma anche così, urla abbastanza forte da farsi sentire.
Rosanna Coccaro

