Amori impossibili: Lettera del Soldato e Lettera di Bambola

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In scena il 1° marzo 2026 all’ “Auditorium Vincenzo Da Massa Carrara” di Porcari.

Ci sono opere che non nascono per essere immediatamente comprese, ma per sedimentare. Lettera del Soldato e Lettera di Bambola appartengono a questa categoria di creazioni che, come semi affidati alla terra, attendono il momento giusto per germogliare. Barbara Nativi le concepisce alla fine del Novecento, quando il millennio si chiude e il nuovo si affaccia con il suo carico di promesse e inquietudini. Nel marzo del 1998 le presenta in forma di lettura: un gesto che non è ancora spettacolo, ma già contiene la sua possibilità.

Il progetto Lettere nasce come un laboratorio di sguardi, un tentativo di interrogare il mondo attraverso voci che non appartengono alla consueta grammatica umana. È un’operazione che si colloca a metà tra la drammaturgia e la filosofia, tra la fiaba e la critica sociale. E oggi, a distanza di quasi trent’anni, quei due testi ritornano non come reperti, ma come organismi vivi, pronti a dialogare con un presente che forse ha ancora più bisogno di loro.

La Nativi sceglie Il soldatino di piombo di Andersen non per rievocare un mondo perduto, ma per aprire una fenditura nel nostro modo di percepire. La fiaba, nella sua poetica, non è un luogo di consolazione. La favola è un dispositivo di dislocazione, perché ci sposta, ci costringe a guardare da un altrove.

In un’epoca che ha accelerato fino a diventare quasi irrespirabile, la fiaba offre un tempo diverso, un tempo che non coincide con la produttività, con la connessione continua, con l’aggiornamento perpetuo. È un tempo che permette di ascoltare ciò che normalmente ignoriamo: il tremore delle cose piccole, la voce degli oggetti, la fragilità che abita ogni gesto.

Il soldato e la bambola non sono metafore: sono prospettive. Attraverso di loro, la Nativi ci invita a sospendere la logica adulta, quella che ordina, classifica, giudica. Lo sguardo dei giocattoli è uno sguardo che non possiede, non controlla, non pretende. È uno sguardo che accoglie.

Questa pedagogia dell’altrove è forse il cuore più radicale del progetto. Ci ricorda che la realtà non è un monolite, ma un insieme di possibilità. Che esistono modi di vedere che non abbiamo ancora imparato. Che la fragilità non è un difetto, ma una forma di conoscenza.

Dimitri Milopulos costruisce un impianto scenico che non illustra, ma custodisce. Le sue scelte visive (scene, costumi, luci) non cercano di imitare il mondo dei giocattoli, ma di evocarlo. È un’estetica della sottrazione: togliere per far emergere, ridurre per amplificare.

La scena diventa un luogo sospeso, quasi una camera di risonanza dove le parole possono vibrare senza essere soffocate dal superfluo. Le luci non illuminano: respirano. I costumi non definiscono: suggeriscono. È un teatro che conosce il valore del vuoto, che sa che il silenzio è una materia drammaturgica tanto potente quanto la parola.

Milopulos non impone una lettura: la accompagna. La sua regia è un gesto di ascolto, un modo di lasciare che i testi trovino la loro forma senza forzarli. È una regia che si mette al servizio della drammaturgia, non per sottomissione, ma per rispetto. E in questo rispetto nasce una delicatezza rara, una cura che si percepisce in ogni dettaglio.

Teresa Fallai e Vieri Raddi non interpretano semplicemente due personaggi: diventano i custodi di due confessioni. Le loro voci non cercano l’enfasi, ma la verità. Ogni parola sembra nascere da un ascolto profondo, da una disponibilità totale verso la fragilità dei testi.

Fallai porta in scena una dolcezza che non è mai sentimentalismo, ma lucidità emotiva. Raddi restituisce al soldato una fermezza che non è durezza, ma resistenza poetica. Insieme costruiscono un dialogo che non è dialogo: due monologhi che si sfiorano, due solitudini che si riconoscono senza toccarsi.

I gesti del soldatino e della bambola sono misurati, essenziali, quasi rituali. Non imitano il movimento dei giocattoli: lo evocano. È come se i loro corpi fossero attraversati da una memoria estranea a loro stessi, una memoria fatta di stagno, di stoffa, di desideri impossibili.

Lettera del Soldato e Lettera di Bambola non raccontano una storia: rivelano una condizione. L’impossibilità dell’amore tra due esseri che non possono toccarsi diventa la metafora di tutte le distanze che attraversano le nostre vite. Ma non c’è tragedia in questa impossibilità: c’è una forma di bellezza. Una bellezza che nasce dal desiderio, dalla tensione, dalla consapevolezza che anche ciò che non può compiersi ha diritto di esistere.

Giuliano Angeletti

 AMORI IMPOSSIBILI
ovvero Lettera del Soldato e Lettera di Bambola
di Barbara Nativi
scene, costumi, luci e regia Dimitri Milopulos
con Teresa Fallai e Vieri Raddi
aiuto regia Marta Giusti
produzione Teatro della Limonaia ETS

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