Nuovo “Miracolo a Milano”

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Chi non ricorda Miracolo a Milano? Non foss’altro per la celebre scena del sole, evocato per magia, che illumina in Piazza Duomo Totò e una comunità di poveri; momento simbolico che trasforma la miseria in sogno. Tratto dal romanzo Totò il buono di Cesare Zavattini, regia di Vittorio De Sica, aveva uno stuolo di interpreti principali, anche se oggi il loro ricordo è completamente sbiadito. In primis Emma Gramatica nella parte di Lolotta, Francesco Falisano, Totò e poi Paolo Stoppa, Brunella Bovo e Anna Carena, con la ballerina Alba Arnova (quello dello scandalo TV) che impersonava la statua che prende vita. Benché premiato al Festival di Cannes con un Grand Prix du Festival nel 1951, ricco di effetti speciali – come il volo finale sulle scope che rimane impresso nella memoria collettiva – quando uscì nelle sale il film non riscosse grande favore, dispiacendo sia ai modernisti sia ai tradizionalisti. Non era facile sintonizzarsi su quella lunghezza d’onda che il regista De Sica – in piena sintonia con Cesare Zavattini- aveva impresso alla pellicola, fatta di contrapposizioni radicali fra il mondo dei ricchi e la miseria post-bellica che affliggeva ancora una parte della popolazione, nel raccontare una storia in tinte surrealistiche che sconfinavano nel fiabesco. Oggi, nel 75° anniversario del gioiello di De Sica, capaci di godere nella giusta ottica la modernità e la genialità della pellicola, si può gustare Miracolo a Milano proposto in versione teatrale, non quale pedestre rifacimento del film, ma un testo autonomo che sa toccare – ancora una volta – temi fondanti della società in cui viviamo, espressi in termini di giustizia e necessità, speranze e disillusioni, frustrazioni e sogni utopici. Nasce così Miracolo a Milano trasposizione teatrale opera di Paolo Di Paolo che si avvale dell’aiuto di Lino Guanciale, dramaturg e attore protagonista, per la regia di Claudio Longhi. Una produzione del Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa di notevole impegno sia scenico sia per numero di attori, mastodontica realizzazione corale che si avvale di decine di allievi della Scuola di Teatro del Piccolo. Partendo dall’idea di voler mostrare quella che era Milano, in palcoscenico si dipana un racconto che valorizza le figure retoriche e le allegorie di cui è ricca la sceneggiatura cinematografica incorporando spunti del romanzo di Zavattini “Totò il buono”, senza tema di far ricorso a materiali di cronaca (a spunti letterari, e poetici anche) per meglio integrarla e restituircela. L’ingresso degli spettatori al Teatro Strehler è un avvolgente e caloroso omaggio al cinema, con pareti tappezzate da affiches cinematografiche; atmosfera che si dilunga in sala con le maschere, vassoi a tracolla, “offritori” di caramelle a ricreare l’ambiente dei cinematografi d’antan. Inaspettati exploit ci sorprendono, con attori come lo stesso Guanciale a coinvolgere gli spettatori in inaspettati “siparietti”. All’apertura del velario ci regala l’immancabile proiezione iniziale della pellicola, per farci poi respirare un’aria sognante indotta dalla presenza di Giulia Lazzarini, iconica e icastica figura di attrice, che al sol aprir di bocca ammalia e si resta in sospeso. In un fantasmagorico caleidoscopio di scene realizzate da Guia Buzzi, trovano spazio i costumi di Gianluca Sbicca, le fondenti luci di Manuel Frenda, e il pregnante il visual design di Riccardo Frati. Uno spettacolo multiforme e poliedrico, che opera per tratti di straniamento brechtiano con sapide incursioni circensi e alla pantomima, sconfina nel cinema muto. Si serve indistintamente di citazioni musicali colte qual immancabile riferimento alla Prima della Scala (Norma, con Casta Diva cantata da Maria Callas, la preghiera del Mosè in Egitto e O mio babbino caro di Puccini) per passa a contrasto di quel Festival di Sanremo che, inossidabile, continua a tener desta l’attenzione degli italiani. Una rutilante sequenza d’immagini, di espressioni figurate, fra il fantastico e il consolatorio, ironizzano sul lato eversivo del racconto di inoperosi che fanno festa. Amplificato il tono e il gusto delle contrapposizioni, di gusto quasi surrealista serve a scandaglio del rapporto con la città. Non tutto è però ben risolto. A fronte di un primo atto vaporoso e pregnante, di apprezzabile inventiva e novità, alato quanto struggente di malinconia, fa seguito un secondo atto troppo dilatato nei tempi e nell’insistenza e ripetitività di tempi e spunti già sviscerati in precedenza. Non ben risolto il momento in cui la Madunina scende dalle sue altezze per ritrovarsi fra gli umani. Inutile dire che le ovazioni che hanno accolto Giulia Lazzarini al termine dello spettacolo (sta per varcare la soglia delle 92 primavere) non erano solamente tributo e ringraziamento alle numerosissime e folgoranti interpretazioni televisive e teatrali succedutesi nel corso di settant’anni, ma perle emozioni che l’attrice milanese ha suscitato nella serata. Un mix di magica e sapiente recitazione hanno rivestito le sue apparizioni trasformandole in puri momenti di sublime elevazione. Lino Guanciale si spende con grande generosità fisica e impegno per tutto il corso della lunga serata, in poliedrica recitazione infarcita in gran parte di battute in dialetto “milanesoide” e, anche se non sempre raggiunge esiti perfetti, riesce a delineare un Totò credibile, ingenuo quanto appassionato, e il personaggio tocca quell’autorevolezza innocente che trova nel rapporto con la madre adottiva Lolotta i momenti più ispirati ed espressivi. Il resto della compagnia, di diversa caratura, ha visto Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. Godibile regia di Claudio Longhi, in realismo fantastico, chiusa da quel finale a cavallo di scope, sopra i tetti della città, verso un paese «dove buongiorno vuol dire davvero buongiorno». Repliche al Teatro Strehler di Milano fino al 1° aprile.

gF. Previtali Rosti

Foto Masiar Pasquali

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