Un misantropo in lotta con il mondo (e con se stesso?)

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Definita universalmente la miglior opera di Moliere, Il Misantropo approda al teatro Parenti di Milano dal 3 all’11 marzo, per l’autorevole regia di Andrée Ruth Shammah.
L’allestimento minimalista della scenografia sui toni chiari del grigio esalta la variopinta accuratezza dei costumi d’epoca del Laboratorio del Parenti, i cui dettagli aiutano a definire i personaggi. Non a caso, dunque, il severo protagonista Alceste è di nero vestito, mentre gli altri personaggi indossano abiti in colori pastello e dalle fogge molto più elaborate, diversi tra loro, a simboleggiare una società variegata nella forma, omologata però nella sostanza. Con grande rigore formale è stato mantenuto il testo originale, che diffonde piacevolmente il ritmo poetico dei versi settenari incrociati in rima.

Il giovane aristocratico Alceste in società pratica con costante rigore la difficile virtù della sincerità, totale e quasi sempre sgradevole. Al tempo stessa sperimenta su di sé la cocente contraddizione dei suoi incontrollabili tormenti amorosi per la corteggiatissima e superficiale Cèlimene, nonostante ella incarni valori del tutto opposti alla sua rigorosità.

Una facile lettura immediata vede in Alceste il paladino assoluto della sincerità, dell’anticonformismo coraggioso che disprezza le convenzioni sociali basate sulla ipocrisia. Con le sue buone ragioni, certamente. Come si può infatti lodare indiscriminatamente ogni interlocutore, prescindendo dal suo reale valore ? Non si toglie, forse, così facendo, il giusto riconoscimento ai virtuosi ? Non si nega in questo modo la giusta distanza dai viziosi ?

E’ sicuramente una posizione di forte coraggio, nella corte francese della seconda metà del Seicento, teatro di frequenti salamelecchi ed inchini. Di più: Alceste “vuole che l’uomo sia uomo, che in ogni incontro, nei discorsi egli mostri fino in fondo il suo cuore”. Un sacrosanto attacco al mondo falso delle convenzioni e delle falsità.

Tutto bene, dunque ?

Al saggio e pacato amico Filente che gli chiede se questa censura sia indiscriminata, Alceste conferma di odiare gli uomini tutti: quelli malvagi per le loro azioni e gli altri per la loro compiacente riverenza. Sorge dunque il dubbio: perché concentrare l’attenzione solo sui pur reali e diffusi comportamenti umani negativi ?

Il controcanto femminile di una donna vicina a Celimene suggerisce che chi veramente ama sa vedere tutti i pregi della persona amata, ma è suggerimento vano. Non è infatti per tutti, e non certo per Alceste, assumersi la responsabilità personale del saper vedere anche il buono delle persone, senza soffermarsi esclusivamente sugli umani difetti universali. (Aveva suggerito Filinte con saggezza: “siamo meno severi con l’umana natura: non stiamo a esaminarla col massimo rigore, guardiamone i difetti con un po’ più di amore”)

Si svela, poi, nel proseguo della trama il desiderio furioso (cupio dissolvi?) di Alceste di risultare soccombente nella causa legale che per futili motivi è nata con Oronte, cortigiano anch’esso innamorato di Celimene. Una profezia che si desidera si auto-avveri, per giustificare, certificare la propria situazione di reietto.

Quando, infine, Celimene rifiuta le condizioni di isolamento particolarmente severe legate alla sua pur fervida proposta di matrimonio, Alceste non sa “vedere” le esigenze dell’amata, ma si rifugia nella comoda idea di subire un tradimento, un ennesimo torto, che ne giustifica l’allontanamento dalla società.

C’è dunque tutto il coraggio dell’anticonformismo, ma essendo l’animo umano complesso e multiforme, esiste in Alceste anche una seria incapacità di metter in discussione le proprie opinioni in favore di comportamenti diversi, in nome di una propria Verità indiscutibile.

Fausto Cabra rende con grande credibilità contraddizioni, tormenti e granitiche certezze del Misantropo triste e isolato per sua precisa aspirazione.

Pur nella parte apparentemente minore di un ulteriore pretendente, che battibecca con Alceste circa la validità di un suo sonetto, Corrado d’Elia arricchisce e vivacizza il personaggio di Oronte con una fortissima colorazione di personalità e ben misurati tratti alle soglie della macchietta. Al suo debutto sulle scene, Bea Barrett è apparsa invece ancora in fase di rodaggio, sulla via per conferire maggiore voce, spessore e personalità alla sua Celimene.

La chiusura lascia comunque spazio alla speranza. Mentre Alceste inizia a capire che forse “il cielo non mi ha fatto incline al nodo dell’Amore”, nel contempo può benedire serenamente l’unione amorosa e ricca di speranza tra il saggio amico Filinte e la virtuosa Eliante.

Un cast importante di dodici attori in scena con una bella presenza caratterizzante restituisce con pienezza tutti i valori e i doni di un capolavoro della drammaturgia teatrale più classica, che nei secoli mantiene la sua attualità.

Guido Buttarelli

 

Teatro Parenti di Milano dal 3 all’11 marzo 2026
Il Misantropo
di Molière
progetto e collaborazione alla traduzione di Andrée Ruth Shammah e Luca Micheletti
regia Andrée Ruth Shammah
traduzione Valerio Magrelli
con Fausto Cabra e con (in o.a.) Marco Balbi, Bea Barret, Manuel Bonvino, Angelo Di Genio, Filippo Lai, Margherita Laterza, Francesco Maisetti, Edoardo Rivoira, Emilia Scarpati Fanetti, Andrea Soffiantini
e la partecipazione di Corrado d’Elia
scene Margherita Palli
costumi Giovanna Buzzi
luci Fabrizio Ballini
musiche Michele Tadini
cura del movimento Isa Traversi
produzione Teatro Franco Parenti

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